Manchester Central tinta di blu in onore dei Cityzens campioni d’Inghilterra. Photo by Jakob Cotton on Unsplash.
Manchester è stata un pezzo della mia vita, protagonista di quella che è stata la mia scelta più coraggiosa: cambiare qualcosa che poteva continuare a funzionare così com’era. “Sensa na a sercà al frét per al lét” dicono dalle mie parti. Un pezzo del mio cuore sarà sempre lì. Nell’aprile 1994 gli Oasis pubblicarono Supersonic, il loro primo singolo che finirà poi in Definitely Maybe, e quando io, abituato a giocare al Commodore 64 ad un gioco di simulazione calcistica in cui dovevi fare il Manchester United e vincere la Coppa delle Coppe 1990/91, decisi di simpatizzare per il City in loro onore, di certo non immaginavo che quella squadra di modesti risultati e retrocessioni ricorrenti sarebbe diventata un giorno una superpotenza del calcio inglese.
Per riuscirci ci sono voluti 30 anni e svariate centinaia di milioni spese dallo sceicco Mansour bin Zahyd Al Nahyan, ambizioso proprietario succeduto all’ennesimo presidente scriteriato. Nella fattispecie quel Takshin Shinawatra che nella sua Thailandia (“il paese con più golpe al mondo”, come lo ha definito nel suo podcast Eugenio Cau) è un chiacchierato ex presidente e uomo d’affari di successo, ma fuori non ha lasciato tracce apprezzabili del suo passaggio.
Il tema dominante oggi (pure in Inghilterra) è quello di un dominio che svilisce quello che a metà anni ‘10 era diventato il vanto di molti: la Premier League che cambia campione ogni anno, finendo addirittura a Leicester. Siamo di fronte ad un dominio di una grande tra grandi costantemente spinta oltre i suoi limiti anche da avversari straordinari. “Siamo la nuova farmers league”, ironizzano gli inglesi, che così definiscono i campionati come il francese e lo scozzese, caratterizzati dal dominio di un solo club.
Prima del Manchester City, arrivato a 4 titoli di fila e 6 in 7 anni (6 su 8 in era Guardiola), solo il Manchester United (5 su 6 dal 1996 al 2001) e il Liverpool (5 su 6 tra il 1978 e il 1984) avevano fatto 3 di fila e 4 su 5. Il nuovo obiettivo sarà fare meglio del 7 su 9 del Manchester United tra il 1993 e il 2001 e del Liverpool tra il 1976 e il 1984. Ma nel frattempo l’era Guardiola potrebbe giungere a conclusione (il catalano ha un solo anno di contratto).
Il prossimo obiettivo è la finale di FA Cup a Wembley per diventare la prima a fare un doppio double campionato - coppa domestica in Inghilterra. Quello del City è un dominio diverso dagli altri in giro per l’Europa, perché costruito battendo avversari unici come unica è la lega inglese. La Premier League nata nel 1992/93 (31 stagioni), nel 2023/24 è stata decisa per la decima volta all’ultima giornata. Per ben 6 volte di queste 10 l’ultimo matchday ha visto trionfare il City. (2012, 14, 19, 21, 22, 24). Quattro dei sei titoli vinti in era Guardiola o se preferite tre degli ultimi quattro, sono arrivati all’ultimo respiro: il Liverpool è stata la vittima sacrificale nel 2019, 21 e 22 prima dell’Arsenal quest’anno. Ben 4 volte su 6 è stato il Liverpool ad arrivare dietro.
La rivalità sportiva tra le due città, scoppiata negli anni 70 tra Reds e Red Devils, ha sradicato da tempo quella ancor più antica che vedeva le rispettive borghesie opposte, mentre il proletariato era unito nella lotta operaia (così l’ha raccontata Stuart Brennan sul Manchester Evening News). E oggi continua tra Liverpool e City. Molti la fanno risalire alla costruzione del Manchester Ship Canal nel 1894, una via navigabile nata perché Manchester, “Cotton city” che viveva lavorando il cotone, viveva la frustrazione del dover importare materie prime attraverso il grande porto sul Mersey e pagare quelle che erano considerate tasse di gestione esorbitanti. I mancuniani chiamavano gli scouser “firmacarte” definendo pura burocrazia il loro business portuale, ricevendo in cambio l’appellativo di “ricchi con le mani sporche” perché le aziende richiedevano presenza e - talvolta - anche il supporto operativo dei padroni. Ma a prescindere da come la si veda la storia di Liverpool pare segnata dalla presenza della gente di Manchester che mette i bastoni tra le ruote ai suoi affari.
Vincere è sempre difficile, nel campionato più ricco del mondo ancor di più. Quest’anno il Manchester City - che in Premier League non perde in casa dal novembre 2022 - ha dovuto chiudere con 9 vittorie consecutive sopravanzando l’Arsenal costruito da Mikel Arteta, allievo di Pep Guardiola e artefice della rinascita di un club a cui manca ora solo un grande titolo. Ne servirono ben 14 nel 2018/19 per aver ragione del Liverpool, che si sarebbe vendicato l’anno dopo con l’unico titolo dell’era Klopp. Chi vince ha sempre ragione, ma non sempre chi perde ha torto. Torna alla mente quel che disse Luciano Spalletti a fine stagione 2016/17 dopo il secondo posto della Roma dietro la Juventus, a chi gli chiedeva se non aveva rimpianti per la chiusura a rilento dei suoi: Se noi avessimo fatto meglio la Juventus avrebbe spinto ancora di più.
Il dominio del Manchester City è imparagonabile a quello del Paris che ha perso ogni qualvolta si è trovato un avversario credibile sulla propria strada, che si chiami Lilla, Marsiglia o Montpellier. Ed anche a quello dei nove anni Juve che mai si sono decisi all’ultima giornata. E inevitabilmente a quello del Bayern Monaco il cui principale antagonista, il Borussia Dortmund, è stato tale solo nel 2022/23 (trionfo all’ultima giornata, suicidio giallonero, arrivo a pari punti con miglior differenza reti dei bavaresi), finendo per essere più una succursale di mercato dai risultati altalenanti che una credibile alternativa.
Il Man City ha fissato a 90 la quota titolo e ha collezionato una percentuale di punti mai vista prima. Ha costretto i suoi avversari a perdere a 89, 92 e 97 in questi anni: risultati mai visti per una squadra che non vince il titolo. Uno scherzetto che Pep Guardiola aveva già fatto in Spagna al Real Madrid secondo a 96 nel 2009/10. Quando tu spingi loro spingono di più.
Perché il punto è questo: Pep Guardiola è il miglior allenatore al mondo nel dare continuità di rendimento fisico atletico ai suoi. Da lì arrivano i risultati. Non è un caso se tra il 2018 e il 2021 il Manchester City vinse 4 Coppe di Lega consecutive, che io considero ancora il più guardioliano dei risultati: perché per farcela devi avere 24 uomini egualmente pronti e performanti, dalla stella all’ultima delle riserve, anche nelle sere fredde di ottobre e novembre che ti tolgono motivazioni se devi andare a giocare su campi minori e inospitali. Il tutto con buona pace di chi pensa che le due parate decisive di Stephan Ortega, il portiere a parametro zero pescato dall’Hoffenheim in estate, entrato per Ederson nella penultima di campionato contro gli Spurs, siano state un caso. Sono anni che quando Guardiola pesca dalla panchina ha la certezza che i suoi onoreranno la fiducia.
Se non vince sempre la Champions League è perché la Champions League è quel regno del caso in cui se fai 8 vittoria di fila e 2 pareggi nello scontro diretto te la giochi ai rigori. E da qualche anno nemmeno la solidità di giocare in trasferta come in casa (vedi le 3 reti segnate a Madrid) ha più valore.
L’ultimo atto è stato una formalità. Al 67’ era già partita la Poznan, con i tifosi del City saltellanti con le spalle rivolte al campo. All’87’ l’ultimo brivido: gol annullato al West Ham che senza il Var sarebbe stato convalidato. Un consiglio agli inglesi: pensateci bene prima di fare un passo indietro sull’arbitro addizionale davanti ai teleschermi.
Si è chiusa la Premier League degli asterischi come l’ha definita il New York Times. Perché se in Italia ci si è adattati con olimpica serenità alle classifiche riscritte a tavolino, la cultura sportiva dei paesi anglosassoni impone una riflessione urgente non appena questo accade. È stata la seconda volta nella storia della Premier league (dopo il 1997/98) a vedere la immediata retrocessione delle tre neopromosse. Il che impone un’altra riflessione sul gap crescente tra le categorie del calcio inglese.
La Premier League rimane sotto il fuoco nemico della politica, che vuol imporre una authority riequilibratrice a discapito dell’autonomia dello sport e della tanto sbandierata indipendenza della Lega dalla Federazione (la Football Association). Un campionato che certamente necessita di qualche ripensamento, a conferma che nel lungo periodo gestire lo sport in maniera liberista non paga, crea squilibri e rende il giocattolo eccessivamente rischioso. Ma sono riflessioni che prescinderanno dal ruolo dominante del Manchester City perché le analisi, se le si vuol fare bene, vanno condotte a prescindere da chi occupa vertice e coda e approfondite nella comprensione del sistema.
E a ben vedere, solo l’invidia del tifo fa storcere il naso davanti a queste vittorie, perché il City è la dimostrazione che il gap con le grandi si può colmare, ma che per farlo servono forse troppi soldi. Oltre naturalmente ad una solida managerialità. Senza il City oggi l’Inghilterra sarebbe ferma al dibattito degli anni 2000 quando in Champions League per 10 anni di fila ci andarono sempre e solo quattro squadre.
Il City spende più degli altri? Questi sono i numeri. Giudicate voi.
| Periodo | Chelsea | Man United | Arsenal | Tottenham | Newcastle | Man City | Liverpool |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Ultimi 5 anni | -796 mln | -694 mln | -638 mln | -597 mln | -485 mln | -380 mln | -262 mln |
| Ultimi 10 anni | -1015 mln | -1240 mln | -917 mln | -568 mln | -606 mln | -1021 mln | -475 mln |
Sul mio canale Youtube sono tornato sulle dichiarazioni di Gian Piero Gasperini a proposito di Superlega e meritocrazia: “Il populismo ai tempi di Gian Piero Gasperini”. Domani approfondirò meglio, qui, il ciclo gasperiniano.
Rimanendo per un attimo in Inghilterra. Sporting Intelligence ha esaminato l'inflazione dei prezzi dei biglietti del calcio dall'inizio della Premier League ad oggi. All'epoca i tifosi spendevano il 2,95% del salario settimanale per i biglietti: ora è l'11,79%. Quasi quattro volte tanto.
Classic Football Shirts è il più grande rivenditore di maglie da calcio online. La storia è assai curiosa e nasce a Manchester nel 2006 quando due compagni di Università iniziarono ad ammassare maglie da collezione e a rivenderle online. Fino ad oggi avevano fatto tutto in autonomia reinvestendo gli utili (quando vivevo a Manchester avevano già 30 dipendenti a libro paga), ma recentemente hanno aperto il capitale (38,5 milioni di dollari) al primo investitore esterno. Ora vogliono crescere in Nord America.
Due facce dello stesso sport, anche se non si direbbe. Matteo Serra ha analizzato da una interessante angolatura le promozioni di Como e Sankt Pauli. Infine un argomento che qualcuno, soprattutto su Youtube, mi ha chiesto di affrontare, ovvero la crisi societaria dell’Inter. Come detto ieri preferisco prendere le misure prima di scrivere, non mi interessa qui fare la cronaca minuto per minuto degli eventi. Del caso avevo parlato già sul mio canale (qui e qui). La cosa più interessante che ho letto finora è questa analisi del prof. Fabrizio Bava.
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Ieri qui a Berlino era giorno di vacanza e sono stato a vedere la semifinale Under 19 tra Hertha e Borussia Dortmund al Friedrich Ludwig Jahn Stadion. Conosciuto anche per essere stato lo stadio della Dynamo Berlino ai tempi della DDR. L’impianto presto verrà demolito per essere totalmente ricostruito. Oltre alla main stand l’impianto era esaurito anche nell’altro settore aperto ai tifosi, la curva in cui mi trovavo io. Foto mia :)
A vedere la semifinale Primavera c’erano 4.950 persone. Numeri impensabili da noi, che confermano quel che dicevo lunedì: i tedeschi vivono di eventi e agonismo. Il Borussia Dortmund è andato in finale vincendo ai rigori (5-4 la serie) dopo un 3-3 finale (2-2 all’andata). Il rigore segnato da Ibrahim Maza, attaccante esterno dell’Hertha che quest’anno ha già esordito in prima squadra in 2.Bundesliga. Tra i gialloneri l’italo-tedesco Vincenzo Onofrietti Texeira, classe 2005, esterno mancino che gioca spesso a piede invertito, e occasionalmente viene adattato a giocare più al centro. Quest’anno ha giocato 23 partite con 6 gol e 5 assist, ieri ha servito l’assist per il momentaneo 3-1 giallonero, poi riacciuffato dai berlinesi prima della soluzione ai rigori. Per lui in carriera fin qui anche 20 presenze nelle nazionali giovanili dell’Italia dove Bernardo Corradi lo tiene da tempo in considerazione. Per oggi è tutto. A presto!
Giovanni Adesso è il momento del lettino: non quello del massaggiatore, tantomeno quello di una spiaggia lontana. Nello stadio dove è nato il culto di José Mourinho, il tecnico catalano del Manchester City non ha dato spiegazioni a proposito della mossa tattica che sembra aver sgonfiato i Citizens come un soufflé, divorato dai ragazzi terribili del Chelsea e dal magistrale Kanté: «Se ho rimpianti? Non lo so. Torneremo e saremo più forti. Essere qui era già un sogno. Le decisioni le ho prese per il bene della squadra - ha sottolineato Pep -, nel primo tempo non abbiamo fatto bene, ma nel secondo siamo andati molto meglio. L’immagine di Guardiola che bacia la medaglia d’argento è sicuramente edificante per il calcio, perché nobilita l’importanza del cammino che uno fa per arrivare a un risultato che non sempre arriva. Ciò non toglie che i fucili mediatici fossero puntati sull’idilliaca immagine del City come laboratorio dell’alchimista Pep, con un miliardo speso sul mercato e la possibilità anche di sbagliare «perché in società ho degli amici che non mi danno la colpa, ma cercano di aiutarmi a trovare le soluzioni». Per il tabloid The Sun, il tecnico «ha varcato il confine tra genio e follia e ha deciso che la finale di Champion fosse il momento adeguato per uno dei suoi esperimenti da professore pazzo». A Guardiola viene imputato di aver rinunciato al capitano Fernandinho (o a Rodri) in mediana, per arretrare in quella posizione Gundogan, il miglior marcatore stagionale. Non solo: in questa cervellotica rotazione, è stato inserito Sterling all’ala, mai titolare nelle ultime cinque partite di Champions, con Foden imbottigliato sulla trequarti. Per non parlare di De Bruyne falsissimo nove, mandato a sbattere sulla doppia tagliola difensiva del Chelsea. «Se era un piano B - chiosa la BBC - ha alimentato solo confusione».
Era già successo, nel passato più lontano, ma anche in quello recente: in modi diversi, ma con esiti ancora più disastrosi, ad agosto il City era uscito clamorosamente ai quarti contro il Lione nella finale a otto di Lisbona. Eccola la cosiddetta fine del ciclo Guardiola. Se poi dovesse vincere la Champions l’anno prossimo, il grande tema sarà la resurrezione di Guardiola.
Tempo fa c’era il direttore di un giornale che accoglieva con rassegnazione le proposte di pezzi tipo: non ci sono più salmoni al largo della Scozia. La Liga è sul punto di piazzare sei delle sue sette squadre agli ottavi di finale delle Coppe. Solo il Girona è caduto, e Relano mette Barcellona, Atlético e Real “tra la mezza dozzina di squadre con possibilità concrete di vincere.
Palpita il cuore madridista di Manuel Jabois, la firma della pagina culturale di El Pais alle frequenti incursioni nello sport. Scrive che Mbappé è già fuori controllo e invita a riguardare più volte il secondo gol del Madrid, “Courtois che gioca con le sue guardie del corpo, come Vito Corleone con il nipote che corre tra gli aranci nella serra. Ma invece di morire, invece di crollare a terra, vittima del pressing del City, apre un cambio di gioco sul fianco destro e costruisce lì, in un terreno abbandonato, il futuro del Madrid in Champions League. Venti tocchi, sette tiri e tre gol. Così Mbappé ha sbriciolato il Manchester City. Barney Ronay sul Guardian ha scritto che i calciatori inglesi hanno trascorso il primo tempo a “muoversi come zombie”, gli pare che il Manchester City sia una squadra “infestata dai propri fantasmi. C’era un terribile pathos alla vista di Pep Guardiola al limite della sua area tecnica, solo, con la testa che luccicava teneramente sotto le luci, mentre sentiva la sua squadra ballare il rondò messo in scena dai suoi rivali spagnoli. Orfeo Suarez su El Mundo se lo dà pazzamente quando scrive che “il Bernabéu ha conosciuto pochi nemici come Guardiola, un tempo era Attila su quel terreno devastato. Ora è un generale ferito e distrutto, parla da solo nell’area tecnica come un prigioniero nella sua cella. Questa immagine non è più quella dell’implacabile Attila, ma è più vicina a quella di Napoleone a Sant’Elena, lontano dalla gloria, lontano da un impero perduto. In questa situazione, Guardiola sa anche che non esiste nemico peggiore del Madrid, una squadra empia. Mbappé è la sua nuova arma, un calciatore che guarda e tira nello stesso movimento. Il francese ha giustiziato l’anticristo del Bernabéu, per il quale i tifosi del Madrid provano uno strano mix di odio e ammirazione.
Guardiola è caduto all’alba, osservando nella sua agonia l’eternità blanca personificata da un calciatore fatto su misura per la sua storia”. Il centro Opta fa notare che il Real Madrid è rimasto imbattuto in tutte le ultime nove partite della fase a eliminazione diretta di Champions League: la sua serie più lunga eguagliata, cone fra l’aprile 2016 e il maggio 2017. Per la prima volta nella sua carriera da allenatore, Pep Guardiola ha visto la sua squadra uscire prima degli ottavi di finale. Kylian Mbappé è arrivato a sette gol in Champions League in questa stagione, diventando il cannoniere più efficiente alla prima stagione con il club, alla pari di Cristiano Ronaldo [7 nel 2009-10] e Justo Tejada [7 nel 1961-62].
Domenica pomeriggio nel campionato inglese di calcio il Manchester City ha perso 2-0 contro il Liverpool. In questo momento il City è quinto in classifica con 11 punti in meno del Liverpool e ha perso 6 delle ultime 7 partite giocate in tutte le competizioni, subendo 19 gol: nell’unica che non ha perso, contro il Feyenoord in Champions League, ha pareggiato 3-3 dopo essere stato in vantaggio per 3-0 a un quarto d’ora dalla fine. Alcune di queste sconfitte, peraltro, sono state particolarmente nette: 4-0 contro il Tottenham in Premier League, 4-1 contro lo Sporting in Champions.
Guardiola ha 53 anni e viene considerato uno degli allenatori più bravi, vincenti e influenti di sempre. Ha allenato il Barcellona, il Bayern Monaco e il Manchester City (dal 2016) vincendo tra le altre cose tre Champions League e dodici campionati, comprese sei delle ultime sette Premier League. Ha vinto 663 partite su 901, quindi quasi i tre quarti di quelle in cui ha allenato, e ne ha perse appena 114 (meno del 13 per cento).
Nell’ultimo mese Guardiola ha reagito in modi diversi e spesso molto evidenti, mostrandosi a volte nervoso, altre sconsolato, altre ancora infastidito o incredulo per come stanno andando le cose. In generale, non è parso del tutto in controllo della situazione, come se la perdita di certezze in campo si fosse riflessa in una generale mancanza di riferimenti per un allenatore descritto da tutti come ossessionato dal controllo di ogni singolo aspetto riguardante la sua squadra. Dopo la sconfitta contro il Brighton del 9 novembre, Guardiola era sembrato piuttosto scoraggiato e aveva parlato della possibile «fine di un’era» in riferimento al fatto che per il Manchester City sarà difficile vincere di nuovo il campionato. «So che la gente vuole vederci finiti. Abbiamo vinto tanto, ma questo finirà. Nei prossimi 55 anni, il City non vincerà ogni edizione della Premier League», aveva anche detto, rivendicando gli eccezionali risultati ottenuti in questi anni. Si può dire che Guardiola abbia abituato tutti, compreso se stesso, a standard talmente alti da rendere difficilmente accettabili per il pubblico le poche volte in cui vengono disattesi.
Negli ultimi minuti della partita contro il Liverpool i tifosi avversari hanno schernito Guardiola cantandogli «verrai esonerato domani» e lui ha risposto facendo con le mani il segno “sei”, come il numero delle Premier League che ha vinto (spesso arrivando primo davanti proprio al Liverpool, che è riuscito a interrompere la serie del City solo con il titolo del 2020). Dopo la partita ha mostrato di essere ancora un po’ risentito: ha ricordato un’altra volta le vittorie ottenute con il City e ha detto che non se l’aspettava dai tifosi del Liverpool. In passato l’allenatore portoghese José Mourinho aveva fatto una cosa simile in diverse occasioni, per esempio mostrando tre dita ai tifosi della Juventus, a indicare i tre titoli vinti nel 2010 con l’Inter. Guardiola però fino a oggi non era quasi mai stato così plateale nelle provocazioni o nelle dichiarazioni, e anzi è stato a lungo visto come una persona molto sportiva ed elegante nel riconoscere i meriti degli avversari, a volte pure in modo eccessivo.
Quando la rivalità tra il Barcellona e il Real Madrid allenate rispettivamente da Guardiola e Mourinho raggiunse il suo picco, nel 2011, il ruolo che veniva riconosciuto al primo era quello del leader illuminato che cercava il risultato attraverso il gioco, mentre Mourinho per quasi tutti era il provocatore che utilizzava qualsiasi escamotage pur di riuscire a competere. Lo stesso Guardiola, in una celebre conferenza prima di una delle tante partite che giocarono contro le due squadre, disse (a sua volta seguendo una precisa strategia comunicativa) che «domani ci affronteremo in campo, ma fuori dal campo lui mi ha già battuto.
La reazione di Guardiola che è stata più discussa è però senza dubbio quella avuta dopo la partita contro il Feyenoord. Il Manchester City, come detto, stava vincendo 3-0 al settantacinquesimo e sembrava in controllo della partita, ma negli ultimi minuti ha subìto tre gol: è stata la prima volta nella storia della Champions League che una squadra non ha vinto una partita in cui era in vantaggio di 3 gol a un quarto d’ora dalla fine (sul 3-3, oltretutto, il Manchester City ha colpito una traversa). Alla fine della partita, Guardiola si è presentato alle interviste con diversi graffi in fronte e sul naso e, quando gliene hanno chiesto conto, ha detto di esserseli procurati lui stesso: «Mi volevo fare del male, mi sono graffiato con le unghie».
Parlando dell’episodio in un articolo sul sito sportivo L’Ultimo Uomo, Emanuele Atturo evidenziava come l’intensità e lo stress con i quali Guardiola vive la sua professione sono sempre stati considerati un pregio, così come il modo in cui riesce a convincere i suoi giocatori a ricercare ossessivamente la perfezione. Allo stesso tempo, però, Atturo si chiedeva «qual è il punto in cui questa intensità finisce per sconfinare nell’auto-distruzione e nel patologico?».
I motivi per cui il Manchester City non sta andando bene sono diversi: le assenze di calciatori decisivi, innanzitutto, a cominciare da quella di Rodri, il centrocampista spagnolo che ha vinto l’ultimo Pallone d’Oro ma che a fine settembre si è infortunato al legamento del ginocchio destro. Oltre a lui, altri giocatori importanti come Rúben Dias, Nathan Aké e Kevin De Bruyne hanno saltato diverse partite. Guardiola finora era sempre riuscito a rinnovare la squadra e a dare nuova motivazione ai suoi giocatori, soprattutto grazie a brillanti intuizioni tattiche, che hanno permesso al City di rimanere competitivo al massimo livello per tanti anni. In questa stagione invece per la prima volta sembra esserci un po’ di stasi, anche perché i calciatori più importanti sono ormai gli stessi da anni: l’arrivo determinante più recente è l’attaccante Erling Haaland, che sta comunque giocando la sua terza stagione al City. È possibile che alcuni di loro, dopo aver vinto tutte le competizioni possibili e aver raggiunto un livello di efficienza quasi impareggiabile, abbiano perso delle motivazione, anche inconsciamente.
In questo periodo il City è più instabile del solito anche dal punto vista societario per via del grosso processo in corso nel quale il club è accusato di 115 violazioni dei regolamenti finanziari della Premier League. È un processo dagli esiti abbastanza imprevedibili perché non ha precedenti paragonabili nel calcio: il City rischia pene che vanno dalle multe in denaro fino a penalizzazioni o addirittura all’espulsione dalla Premier League. Nel mirino, in particolare, le sponsorizzazioni gonfiate con società degli Emirati. Ora il club sarà giudicato da una commissione indipendente: rischio di penalità di punti o esclusione dal campionato
Il Manchester City è stato deferito dalla Premier League per una serie di presunte violazioni di carattere finanziario. Nel mirino sono finiti nove bilanci, dal 2009-10 al 2017-18. Sono gli esiti di un'inchiesta durata quasi cinque anni che ha preso le mosse dal caso delle sponsorizzazioni gonfiate con entità degli Emirati Arabi Uniti, cioè dello stesso territorio di provenienza della proprietà del club, che fa parte della rete globale City Football Group di proprietà dello sceicco Mansour. La Premier si mosse dopo le rivelazioni di Football Leaks. E ora, nel suo comunicato, la lega inglese sottolinea che al club viene imputato di non aver fornito un'informazione finanziaria accurata, "in particolare per quanto riguarda le sue entrate (comprese le entrate di sponsorizzazione), le sue parti correlate e i suoi costi operativi". Il Manchester City ha risposto con un comunicato in cui si dice "sorpreso dalla pubblicazione di queste presunte violazioni delle regole della Premier League, soprattutto dato l'ampio impegno e la grande quantità di materiali dettagliati consegnata alla Lega". Il club inglese "accoglie con favore la revisione della vicenda da parte di una commissione indipendente che potrà considerare in modo imparziale il nostro dossier con le prove inconfutabili esistenti a sostegno della nostra posizione. MANCHESTER, ENGLAND - SEPTEMBER 18: Pep Guardiola the head coach / manager of Manchester City during the Premier League match between Manchester City and Southampton at Etihad Stadium on September 18, 2021 in Manchester, England.
E se il Manchester City non stesse più vincendo apposta? La teoria sembra ai limiti dell’assurdo, ma le recenti prestazioni della squadra allenata da Guardiola, che negli ultimi anni ha dominato il calcio inglese e internazionale, hanno sollevato un polverone di speculazioni. Tra errori clamorosi, scelte tattiche insolite e risultati deludenti, si è fatta strada una teoria che ha del singolare: il club starebbe perdendo intenzionalmente. Il Manchester City, noto per la sua straordinaria intensità agonistica e per una rosa costellata di campioni, si trova a fronteggiare una crisi senza precedenti. La squadra ha collezionato dieci sconfitte nelle ultime tredici partite, con appena una vittoria e due pareggi. A peggiorare il quadro, vi è il calo di rendimento di Haaland stesso, che negli ultimi tre mesi sembra aver perso la brillantezza che lo contraddistingueva. Anche Guardiola ha sottolineato come le difficoltà siano amplificate da infortuni pesanti, come quello di Rodri, fulcro del centrocampo, fuori per la rottura del crociato. Secondo questa ipotesi, il City potrebbe deliberatamente abbassare le prestazioni per evitare di qualificarsi alle competizioni europee. L’obiettivo? Minimizzare l’impatto di eventuali sanzioni legate alle numerose accuse di violazioni finanziarie mosse dalla Premier League. Secondo questa “teoria del complotto”, il City potrebbe deliberatamente abbassare le prestazioni per evitare di qualificarsi alle competizioni europee. L’obiettivo? Minimizzare l’impatto di eventuali sanzioni legate alle numerose accuse di violazioni finanziarie mosse dalla Premier League. La strategia ipotizzata è chiara: meglio rinunciare volontariamente alla Champions League che rischiare un danno economico e di immagine maggiore durante una partecipazione futura.
Le accuse contro il Manchester City spaziano dalle sponsorizzazioni gonfiate al falso in bilancio, fino a compensi nascosti per giocatori e staff. Se le irregolarità fossero confermate, il club potrebbe affrontare conseguenze drammatiche: retrocessione, esclusione dalle coppe europee e persino il ritiro dei titoli vinti. Tra i possibili scenari, qualora il verdetto fosse sfavorevole, si parla di multe salatissime, deduzioni di punti o addirittura l’espulsione dalla Premier League. In casi estremi, potrebbe anche essere messa in discussione la validità dei trofei conquistati dal club negli ultimi anni. Una teoria che, in verità, non raccoglie troppi consensi. Gli esperti sottolineano come un club con una mentalità vincente come quella del Manchester City difficilmente accetterebbe un piano di autosabotaggio. Inoltre, la perdita delle entrate derivanti dalle competizioni europee sarebbe un colpo durissimo per le finanze del club. D’altro canto, i sostenitori di questa ipotesi ritengono plausibile che, in vista di un verdetto sfavorevole, il City stia giocando d’anticipo per limitare i danni.
Le difficoltà del Manchester City sono sotto gli occhi di tutti, ma la spiegazione resta aperta. È davvero possibile che una delle squadre più dominanti della storia recente stia sabotando se stessa? Oppure si tratta di una semplice coincidenza legata a fattori come infortuni, calo di forma e pressioni esterne? Mentre il calcio inglese si interroga, una cosa è certa: il futuro dei Citizens potrebbe essere deciso non sul campo, ma nelle aule dei tribunali. La risposta definitiva, probabilmente, arriverà solo con la sentenza di gennaio.

Come il MANCHESTER CITY smonta il pressing degli avversari [Tattica]
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