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L'Emilia-Romagna è stata ed è tuttora un territorio fertile per la nascita e lo sviluppo di centri sociali autogestiti, spazi nati dall'esigenza di aggregazione politica e culturale, spesso al di fuori dei circuiti tradizionali. Questi luoghi, che utilizzano diverse sigle come CSOA (Centro sociale occupato autogestito), CSA (Centro sociale autogestito), SPA (Spazio pubblico autogestito) e CCA (Circolo culturale autogestito), rappresentano un fenomeno complesso e sfaccettato, le cui radici affondano nelle lotte sociali e politiche degli anni '70 e '80.

Il ciclo dei centri sociali è un fenomeno politico-sociale specifico degli anni Novanta. Questa specificità va argomentata, perché l’immediata obiezione che si potrebbe muovere a tale ipotesi è che esistono centri sociali prima degli anni Novanta e continuano a esisterne dopo, fino ad arrivare all’oggi. Va subito detto, dunque, che il fenomeno di cui parliamo non ha a che fare con la definizione nominalistica, né tanto meno con la caratterizzazione ideologica. Si riferisce, invece, all’utilizzo di spazi vuoti, abbandonati o dismessi nel processo di deindustrializzazione da parte di significative minoranze giovanili in rapporto a militanti politici «sopravvissuti» alla sconfitta degli anni Settanta, o formatisi nella controrivoluzione capitalistica degli anni Ottanta. Dietro la rappresentazione pubblica e talora retorica dell’autogestione e degli spazi liberati, tra questi due idealtipi di figure (che come tutti gli idealtipi peccano di schematizzazione, racchiudendo al proprio interno una gamma decisamente più complessa) non si dà mai coincidenza, al contrario c’è un rapporto di tensione, talora di separatezza o conflitto. Questi centri sociali sono quindi, innanzitutto, uno spazio di politicizzazione, anziché uno spazio già esplicitamente politico. Laddove sono presentati direttamente come tali, si tratta di una forzatura identitaria agita, in modo anche legittimo o comunque comprensibile, dai militanti politici.

Perché proprio gli anni Novanta? Dal lato politico, abbiamo già detto: i militanti sono impegnati prioritariamente in una dinamica di resistenza al clima dominante, che fatica a trovare una soluzione di continuità rispetto alle pratiche di lotta, alle forme di organizzazione e agli immaginari degli anni Settanta. L’incontro con una nuova generazione portatrice di specifici bisogni sociali e potenzialmente conflittuali, rappresenta quindi un’occasione di uscita dall’autoreferenzialità e dalla residualità. In alcuni casi, pochi, ciò porta al tentativo di ripensare le forme di militanza e di organizzazione, di aprire un cantiere di sperimentazione dentro una nuova fase storica. Nella maggior parte dei casi, si tratta di una semplice giustapposizione di figure: il continuismo dei militanti si alimenta dell’utilizzo di un bacino giovanile fresco, una piccola parte del quale può ingrossare le fila del gruppo politico o quanto meno le piazze delle manifestazioni, e tutto il resto dà visibilità e legittimità al proprio agire, pur nella separatezza.

Dal lato sociale, gli anni Novanta in Italia sono segnati, tra le altre cose, dallo smantellamento del sistema di fabbrica, dall’affermazione (concreta oltre che retorica) dell’autoimprenditorialità, dall’ascesa del lavoro autonomo di seconda generazione e, parallelamente, dei processi di precarizzazione, dall’industrializzazione della comunicazione, del divertimento e del loisir, dall’irrompere delle reti telematiche. In questo quadro di mutamento e transizione, si creano minoranze giovanili - appartenenti in buona misura a un ceto medio più o meno proletarizzato e mediamente intellettualizzato - portatrici di bisogni che non trovano soddisfazione nel mercato - o non trovano ancora, si potrebbe dire con l’abusato senno di poi. Quali sono questi bisogni? Suonare, cantare e ascoltare musica, consumare spettacoli o organizzarli, ritrovarsi e sperimentare nuove forme di socialità e comunicazione, vivere esperienze di autovalorizzazione individuale o di gruppo, dare un senso alla gestione del proprio tempo libero. E fare tutto questo a prezzi accessibili, o gratuitamente, anche correndo il rischio dell’illegalità, o magari proprio facendo di questo rischio un valore aggiunto della propria esperienza. Si tratta di un fenomeno che ha coinvolto diverse migliaia di giovani, non solo nei contesti metropolitani ma anche nelle province e finanche nei paesi, con caratteristiche e linguaggi non necessariamente politici, anzi spesso non esplicitamente politici.

In questa specifica fase storica i centri sociali rappresentano dunque un’alterità, nel senso che non sono un luogo come un altro. I militanti caricano politicamente e spesso ideologicamente questa affermazione, che significa più concretamente che la soddisfazione dei loro specifici bisogni quelle figure la possono trovare solo in quegli spazi. Perché - ecco il punto rilevante - le risposte a tali bisogni non sono state del tutto sussunte dal mercato. Esattamente in questo scorcio storico di fine Novecento, che nel lessico viziato dalla prospettiva storicista potrebbe essere definito tra il non più e il non ancora, va collocato e analizzato il ciclo dei centri sociali italiani.

La Durata del Ciclo e le Sue Trasformazioni

Ci sono due date simboliche in cui può essere compresa la parte più significativa di questo ciclo. Una è il 1990, anno del movimento universitario della Pantera, la prima importante mobilitazione di massa giovanile seguita agli anni Settanta. Dopo di allora il fenomeno dei centri sociali, già cominciato negli anni precedenti, registra un salto di scala esponenziale, con la diffusione di occupazioni e gruppi che rivendicano spazi di autogestione. L’altra data simbolicamente significativa è il 10 settembre 1994, quando a Milano - in risposta allo sgombero della provvisoria sede del Leoncavallo - una manifestazione di circa 15.000 persone (a cui partecipano tutti i gruppi di «movimento» italiani, indipendentemente da divergenze politiche e appartenenze di area) sfida i divieti della questura, sfonda i cordoni di polizia e conquista il nuovo spazio di via Watteau, dove il centro sociale è ancora oggi. Cinque anni prima, nell’agosto del 1989, l’opposizione sui tetti allo sgombero degli stabili occupati nel 1975 aveva fatto entrare il Leoncavallo nell’immaginario resistenziale del «movimento».

Il 10 settembre, se da un lato segna il picco conflittuale del ciclo dei centri sociali e il suo momento di maggiore visibilità mediatica, dall’altro può essere letto come l’inizio del suo declino. Per alcuni anni non cessano le occupazioni e l’apertura di nuovi spazi sociali; tuttavia, inizia a mutare la loro attrattività sociale. Continuando a giocare con gli eventi simbolici, usandoli come concreti sintomi di tendenze di più ampio respiro, potremmo individuare un esemplificativo punto di svolta nell’apertura a Milano, a metà degli anni Novanta, del Tunnel Club. Ricavato sotto i binari della Stazione Centrale di Milano, il locale richiama il clima underground, l’immaginario del riutilizzo di aree dismesse e, soprattutto, comincia a far suonare una parte dei gruppi musicali che costituivano il bacino dei centri sociali. La musica e i linguaggi che erano stati espressione tipica degli spazi autogestiti entrano così nei circuiti commerciali; nel giro di pochi anni, quella musica e quei linguaggi avranno stabile cittadinanza nel mondo dello spettacolo mainstream, dai locali notturni fino al Festival di Sanremo. Non solo: il Tunnel è competitivo anche nell’offerta economica, perché ai concerti si può accedere con una tessera, che si rivela più conveniente dei prezzi di ingresso per le singole serate del Leoncavallo.

Contemporaneamente, la comunicazione telematica e Internet diventano nel giro di un breve spazio di tempo un’industria estremamente fiorente. Sono passati solo pochi anni, eppure sembra un’era geologica da quando la Pantera trovava nei rettorati occupati i fax, utilizzati con gioia e stupore dagli studenti per scambiarsi in forma istantanea i comunicati o semplicemente per divertirsi. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, gli smanettoni dei centri sociali erano stati tra i pionieri, talvolta nelle zone d’ombra della legalità, delle prime sperimentazioni di collegamento tra computer, ad esempio con le Bbs, bollettini telematici progenitori del world wide web. L’esplosione dell’industria della rete catturerà e darà forma sistemica a questi esperimenti, svuotando quei comportamenti e quei saperi della loro carica trasgressiva e conflittuale.

Insomma, la sussunzione capitalistica ha prosciugato il terreno in cui era cresciuta la dimensione politico-sociale degli spazi occupati e autogestiti, normalizzandoli, cioè trasformandoli progressivamente in luoghi di consumo come tutti gli altri. La loro differenza, perduta nella materialità reale, permane solo sul piano ideologico, ossia nell’autorappresentazione che i militanti politici danno dei loro spazi.

Proprio in quel periodo, alcune amministrazioni di sinistra e il circuito dei Giovani Artisti affidano al consorzio di ricerca Aaster l’organizzazione di un convegno di ricerca su «Lo spazio sociale metropolitano tra rischio del ghetto e progettista imprenditore». L’incontro, che si sarebbe dovuto svolgere ad Arezzo nell’ottobre del 1995, ha come protagonisti proprio i centri sociali, visti come delle sorte di «camere del lavoro postfordista», ovvero luoghi di aggregazione di nuove figure produttive e di un pezzo rilevante della nuova composizione sociale metropolitana emergente. Questi spazi, come recita il titolo, si ipotizza siano giunti a un bivio: da una parte c’è il baratro della marginalità, di una nicchia destinata alla residualità; dall’altra, possono reimmaginarsi come vere e proprie imprese sociali, muovendosi nelle ambivalenze dell’autoimprenditorialità e del lavoro autonomo di seconda generazione.

La proposta di convegno suscita l’immediata reazione stizzita della grande maggioranza dei centri sociali, che si percepiscono come cavie di un laboratorio gestito da poteri avversi. Il risultato è che il convegno non si svolgerà, mentre resta un libro (Centri sociali: che impresa!, edito da Castelvecchi nel 1995) che raccoglie i materiali di quello che è difficile definire un vero dibattito. Infatti, al di là della valutazione di merito sulle motivazioni che guidavano i promotori del convegno, è per noi utile soffermarci sulle risposte che sono state date: più che configurare una discussione su differenti prospettive e strategie dei centri sociali, esse rivelano da un lato - gli oppositori al convegno - un atteggiamento meramente reattivo e difensivo, una chiusura a riccio a protezione di un’identità evidentemente percepita come vulnerabile, dall’altro lato - i disponibili all’invito - un’acritica accettazione del ruolo commerciale degli spazi autogestiti, nella (peraltro vana) speranza di ricavarne qualcosa in termini economici. Nell’uno e nell’altro caso, a mancare è stata una riflessione politica. Ciò ha condotto una parte dei centri sociali verso il ghetto, appunto, e l’altra verso la redistribuzione della miseria, ossia un ghetto scambiato per impresa.

Per il quarto di secolo successivo, dicevamo, i centri sociali non sono affatto terminati. Diversi hanno continuato a riprodursi, altri se ne sono aggiunti. A essere finito è quello spazio di politicizzazione che abbiamo individuato nel ciclo degli anni Novanta. Alla realtà dei centri sociali, aperta a molteplici possibilità di sviluppo, è seguito il centrosocialismo reale, cioè la mera gestione di luoghi che - smarrita la loro nervatura sociale di partecipazione e dunque la potenzialità politica - oscillano tra l’identità gruppale e l’offerta di consumo marginale.

E quindi? Negli ambienti di (quello che fu il) «movimento» il declino e la fine dei centri sociali è spesso negata, oppure imputata alle scelte dei singoli gruppi. Come se a essere entrati in una crisi irreversibile fossero i centri sociali guidati da corrotti, oppure da valutazioni tattiche errate. Una parte di questi giudizi ha una natura morale e va dunque rifiutata; un’altra parte, ancorché possa cogliere aspetti reali, rischia di non collocarli in un quadro materialisticamente determinato. Del resto, non intendiamo affatto dire che tutti abbiano fatto le stesse cose: esistono differenze, spesso grandi, tra i centri sociali, in primis tra quelli di derivazione comunista e gli squat anarchici, e tra i primi diversità dovute all’appartenenza territoriale e a geografie politiche perlopiù ereditate dagli anni Settanta, quindi sempre meno aderenti ai vissuti e alla realtà delle nuove generazioni militanti. Ma in questo testo non ci proponiamo l’entomologia dei centri sociali, o la mera ricostruzione storiografica dei loro percorsi; riattraversando genealogicamente questo importante ciclo dei centri sociali, l’obiettivo è far emergere questioni, domande e nodi irrisolti che possano essere utili alla riflessione politica presente.

Se oggi, con questa prospettiva, ci chiediamo che fine abbiano fatto una parte significativa dei militanti dei centri sociali nei decenni successivi a quell’esperienza, la risposta è piuttosto semplice: li ritroviamo soprattutto nelle industrie della comunicazione, del loisir, della formazione, della cura, più genericamente - per utilizzare il lessico alquatiano - nelle industrie della riproduzione di capacità umana e di produzione delle merci legate alla conoscenza. L’esperienza politica è stata tradotta in innovazione sistemica, l’ambivalenza dell’autovalorizzazione è stata perlopiù sciolta in termini individuali. Senza dilungarci ulteriormente, rimandiamo qui all’analisi de La generazione scomparsa.

Ancora una volta, se non vogliamo affidarci a inutili categorie morali, dobbiamo comprendere questi processi andando alla loro radice materiale. Qui possiamo vedere come il militante centrosocialista sia una figura scissa: da una parte è un militante (dal movimento no global in avanti utilizzerà per sé soprattutto il termine attivista, di importazione anglosassone) del proprio gruppo politico, da cui riceve riconoscimento e gratificazione, salario psicologico che sostituisce l’assenza del salario reale; d’altra parte è un attore sociale come tutti gli altri, che nei suoi ruoli sistemici - dal lavoro alle amicizie alla famiglia - è spesso ancora più accettante degli altri, proprio perché il suo curriculum ideologico è già garantito dall’attività del centro sociale. Questa separatezza è, tutto sommato, in continuità con la tradizione dei partiti politici dal secondo dopoguerra in avanti, in primo luogo quelli comunisti, segnati dalla netta divisione tra forma di vita e forma di militanza. Insomma, per il centrosocialista la militanza diventa un lavoro.

Esempi Emblematici in Emilia-Romagna

L'Emilia-Romagna vanta una storia ricca di esperienze di centri sociali, ognuno con le proprie peculiarità e storie. Di seguito, alcuni esempi significativi suddivisi per provincia:

Bologna

  • Atlantide: Occupato nel 1997, lo spazio è autogestito dal 1999 dai collettivi "Clitoristrix - femministe e lesbiche", "Antagonismogay" e "NullaOsta". Si trova all'interno della porta Santo Stefano e svolge attività politico-culturale principalmente incentrata sul problema del genere e sull'attivismo GLBT e queer. NullaOsta è invece legata al movimento Hardcore punk, e produce un'omonima rivista.
  • Aula C: "L'Aula C è un esperimento di autogestione all'interno dell'università di Bologna fin dal 1989. Non esiste un collettivo politico: l'Aula C va avanti grazie all'impegno quotidiano di chi lo vive e lo attraversa e attraverso un'assemblea di gestione -aperta e orizzontale- che si riunisce ogni venerdì alle ore 17.
  • Bartleby: Nato il 25 marzo 2009, "Bartleby è il tentativo di chiudere definitivamente con l'era Cofferati, di far uscire l'università dal suo miope autismo, di ripensare Bologna a partire da chi la abita, la vive, la rende ricca ogni giorno. Da una piega dell'Onda, nasce questa sperimentazione, una forma nuova di occupazione: un atelier in cui aprire un cantiere di ricerca, di riflessione e di connessione sulla produzione artistica in questa città con tutti quei soggetti che hanno attraversato il movimento di questi mesi." Lo spazio fu sgomberato il 6 aprile 2009.
  • Tsunami/Base23: Sito in via Zanardi 106, nello stesso spazio un tempo occupato da Crash 6.0, Base23 nasce da una scissione interna allo Tsunami, occupata a fine agosto 2012 nella sua programmazione si risente l'influsso del movimento tekno raver. Sgomberato il 17 ottobre del 2012 a seguito della richiesta della proprietà.
  • Spazio 41: Occupato da precari e studenti nella giornata di mobilitazione dell'11 novembre 2011 promossa dalla rete di protesta aggregatasi negli Usa attorno a Occupy Wall Street, e partecipato anche dagli attivisti della rete TimeOut (costituita a maggio 2011 tra Bartleby, Vag61, Laboratorio Smaschieramenti e gli studenti del collettivo Utopia) ha rappresentato un luogo di democrazia diretta ed ha portato alla nascita di diversi laboratori sulla crisi economica e sul debito. Ubicato in pieno centro a Bologna, presso l'ex Cinema Arcobaleno di Piazza Re Enzo, subisce a distanza di cinque giorni uno sgombero di Polizia.
  • Casa delle Donne per non subire violenza: Sebbene non sia un centro sociale in senso stretto, questo spazio si lega alle problematiche abitative e di tutela delle donne. "Tra noi c'è chi tra poche settimane, senza prospettive credibili di un'altra sistemazione, dovrà lasciare con una bambina un appartamento della "casa delle Donne per non subire violenza". La "Casa delle Donne" ha la possibilità di mettere a disposizione di chi ha subito violenze e non ha più un posto dove andare, un solo appartamento in tutta Bologna, per un breve periodo. Le istituzioni esibiscono un sostegno esclusivamente ideologico alle famiglie attraverso presunte politiche familiari che non hanno nessun riscontro concreto; alle donne non viene riservata nemmeno questa pelosa attenzione e i loro diritti e bisogni non vengono riconosciuti neanche a livello teorico. Le donne immigrate sono spesso costrette ad accettare condizioni di lavoro di maggiore sfruttamento e vengono a volte violentate nella case dove vanno a lavorare. Se sono costrette a vivere nelle case dove lavorano, anche le loro bambine sono esposte alle molestie ed alla violenza dei datori di lavoro. Una donna sola ed immigrata è, nell'ottica occidentale di molti italiani e bolognesi ben pensanti, 'a disposizione' e molti datori di lavoro si credono in diritto di molestarla, certi dell'impunità garantita dal razzismo, dalla paura e dal bisogno (perdere il lavoro significa perdere la casa ed il rinnovo del permesso di soggiorno).La politica delle istituzioni non riconosce un diritto ad una vita autonoma delle donne sole, ma pretende di farne un problema sociale, con creazione di centri d'accoglienza, tendendo così a perpetuare una condizione di ghettizzazione ed inferiorità. Le mantiene sotto il controllo e la tutela di operatori sociali per la gestione dei bambini.Se la casa è un bisogno di tutti, per le donne lo è ancora di più, perché senza casa una donna è in maggiore pericolo. Il Comune è complice di tutte le violenze, sessuali e non, che si compiono sul corpo delle donne, immigrate e non. La casa è un diritto di tutte/i!"
  • Ca.Cu.Bo. (Cantiere Culturale Bolognese): Sito presso l'ex macello di Santa Caterina di Quarto. Sgomberato nel 2006. La sua esperienza è continuata sotto forma associativa (Planimetrie culturali) con lo Scalo San Donato. Nel 2012 l'apertura del Centro Polifunzionale Senza Filtro presso la Ex Samputensili, edificio abbandonato da 5 anni in Via Stalingrado 59, Bologna. Nel gennaio 2014, Planimetrie Culturali, apre ad una proposta di legge per il ri-utilizzo temporaneo di spazi in disuso.
  • Circolo anarchico Camillo Berneri: Posizionato dentro il cassero di Porta Santo Stefano. La sede venne concessa ad un affitto simbolico dal Comune di Bologna come risarcimento per l'esproprio avvenuto in epoca fascista della sede dell'USI, presso la Vecchia Camera del Lavoro di Via delle Lame. Inaugurata il 5 agosto 1972, fu intitolata a Camillo Berneri e fu un centro nevralgico della Bologna anarchica, ospitando librerie, osterie e vari nuclei libertari.
  • CSOA Pellerossa: Centro sociale occupato autogestito che si trovava nell'ex mensa universitaria di piazza Verdi. Con il Pellerossa Piazza Verdi rappresentava più che mai il cuore pulsante della vita underground bolognese.
  • Ex fabbrica di via Sebastiano Serlio: Occupata nel 1990, in via Sebastiano Serlio dietro la stazione di Bologna. Autogestita da extracomunitari, studenti, homeless e lavoratori. Si trattava di un'area di oltre 3 ettari con molto spazio verde e diversi edifici: teatro, piccionaia/stalla, centro sociale, x90, etc., ognuno con una funzione culturale, politica o residenziale. Il centro sociale vero e proprio nacque a seguito di una serie di cruenti conflitti interni e riporto' all'interno dello spazio i principi dell'autogestione. In seguito dalla collaborazione tra le diverse anime e la comunita migrante nacque il comitato senza frontiere che si impegno' in decine di occupazioni residenziali tra cui quella di via stalingrado.
  • Hobo: Nasce il 19 Febbraio 2012 come “laboratorio dei saperi comuni” nelle serre ex Agraria, giardini di via Filippo Re. "Lavoratore nomade e migrante, continuamente in movimento e irriducibile alla disciplina di fabbrica: ecco chi era Hobo all'inizio del Novecento. Ed ecco che Hobo rinasce nel cuore del capitalismo cognitivo: la mobilità è il suo tratto costitutivo, la fabbrica è quella dei saperi. Hobo non si vuole piegare, costruisce linee di fuga, produce in comune le proprie forme di vita. Hobo non ha carta di identità perché ha tanti volti ed è sempre giovane. Hobo è studentessa e precario, disoccupato e attivissima, povera di potere e ricco di potenza. Hobo è lavoratore di #IkeaInLotta e militante di Occupy, insorge in Tunisia ed Egitto e resiste alle politiche di austerity in Grecia. Hobo rifiuta la guerra perché vive di lotta. Hobo è No Tav e per la riappropriazione del reddito, perché la crisi e il debito non li vuole pagare e si organizza per farli pagare a chi li ha imposti.Hobo infatti non è inorganizzabile: è così solo per i partiti che cercano di rappresentarlo. Hobo è sprezzantemente estraneo alle elezioni perché è ingovernabile ed è troppo impegnato a organizzarsi con i molti. Hobo non ha nostalgia dell'università pubblica, perché sta costruendo la propria università e le proprie istituzioni autonome. Hobo non si fa catturare dalle discipline accademiche, perché pratica l’inchiesta militante e la conricerca. Hobo coopera con il compagno Dracula, morde i baroni e ha sete di vita. Dopo che anche i papi hanno abdicato, proclama che ogni rettore può perdere la testa. Hobo non ha Patria e non ha Dio(nigi): meglio Donatella. Hobo odia la puzza di morte del feudalesimo aziendale perché è il sapere vivo. Oggi Hobo si è ripreso una piccola parte di ciò che le appartiene e ha aperto un laboratorio dei saperi comuni. La riempirà di iniziative di autoformazione e discussione, di socialità e reti di comunicazione, di libera circolazione delle conoscenze e delle lotte. La riempirà di autonomia, gioia e cooperazione. Hobo è uno spazio aperto e costituente, è singolare e collettivo, è fuga e dentro e contro. Hobo è uno stile della militanza.
  • L'Isola nel Kantiere: Ha rappresentato una innovazione nel concetto di "centro sociale", concepito come un sistema maggiormente aperto rispetto ai centri sociali tipici degli anni 1970, maggiormente chiusi ed autoreferenziali, specialmente a livello politico. L'Isola nel Kantiere è stata una delle culle dell'hip hop italiano: qui è nata prima di tutto l'Isola Posse All Stars guidata da Speaker Dee Mo e Deda, autrice di Stop al panico.
  • Occupazione a scopo abitativo collettivo Hobo: In un primo tempo situata in via S.Vital, e in seguito ad uno sgombero occupa una palazzina di proprietà della curia in piazzetta Albiroli.
  • Centro di Accoglienza Autogestito Lampedusa: Dal 2 dicembre 2012, Asia-Usb e “Abitanti Resistenti” hanno occupato l'ex Istituto Odontoiatrico Berretta (già Villa Sabaudia) di via XXI Aprile 15, che era chiuso dal 3 settembre 2007. Nel mese di luglio 2011 gli abitanti del quartiere promossero una raccolta di firme. Pur con questi presupposti, la risposta repressiva non si è fatta attendere a lungo. Il 19 dicembre 2012 polizia e carabinieri si sono presentati e hanno chiuso l'occupazione con modi già ampiamente conosciuti. Per quanto tempo l'ex clinica odontoiatrica rimarrà chiusa e abbandonata? Da Zic del marzo 2014: "Oggi 1 marzo Giornata Mondiale del Rifugiato e del Richiedente Asilo abbiamo occupato lo stabile, vuoto, di via XXI Aprile di proprietà dell'azienda sanitaria locale, quindi pubblico meglio conosciuto, da molti cittadini bolognesi che li si curavano i denti, come “il Beretta”. La giornata mondiale dei migranti viene ancora celebrata tra crisi economica, dignità e diritti calpestati alla luce di quanto visto nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Lampedusa e dei morti nel mare mediterraneo ormai diventato un vero cimitero umano. Per questo abbiamo deciso di nominare l'Occupazione "CENTRO DI ACCOGLIENZA AUTOGESTITO LAMPEDUSA".

Mappa dei centri sociali autogestiti di Bologna

Imola

  • Circolo culturale autogestito Peace maker: Attivo a Imola in via Riccione a partire dal 1994. Vicino all'area libertaria è stato promotore (oltre alle attività musicali ed artistiche) di iniziative antifasciste, animaliste ed ecologiste e collabora con il network anticarcerario GiùMura GiùBox. Abbiamo creato l'associazione culturale Brigata 36, lavorando seguendo i principi della collaborazione volontaria e dell'autofinanziamento e il 6 gennaio 2013 abbiamo aperto in Via Riccione 4 uno spazio sociale autogestito.

Altre Province

Sebbene il testo fornito si concentri prevalentemente su Bologna, è importante notare che il fenomeno dei centri sociali autogestiti ha riguardato e riguarda ancora altre realtà dell'Emilia-Romagna, spesso con storie e caratteristiche proprie legate al contesto locale.

La storia dei centri sociali in Emilia-Romagna è un capitolo fondamentale del movimento antagonista e delle lotte per l'autogestione. Questi spazi, nati spesso dall'occupazione di immobili abbandonati, hanno rappresentato e rappresentano tuttora luoghi di aggregazione, produzione culturale e attivismo politico, affrontando nel corso degli anni sfide legate alla precarietà, agli sgomberi e alla trasformazione del contesto sociale ed economico.

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