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Il 14 aprile 2012 è una data che ogni appassionato di calcio non può dimenticare così facilmente, ricollegabile purtroppo ad una delle pagine più tristi del calcio italiano: dodici anni fa moriva, tra lo stupore generale, Piermario Morosini.

Piermario Morosini, 25 anni, cade a terra e si rialza, più volte. Un ricordo impossibile da dimenticare, tragedia che ha causato la morte di un ragazzo troppo giovane per andarsene. Era il minuto 31 di Pescara-Livorno, 25ª giornata del campionato di Serie B. Un istante che ha cambiato non solo il calcio italiano. La sua morte ha cambiato, in meglio, il calcio: da allora le procedure di rianimazione col defibrillatore si sono snellite, affinate. E oggi le possibilità di salvarsi in caso arresto cardiaco in campo sono aumentate.

È il minuto 31 di Pescara-Livorno, 25^ giornata del campionato di Serie B. Un istante che ha cambiato non solo il calcio italiano. Piermario Morosini, 25 anni, cade a terra e si rialza, più volte. Un ricordo impossibile da dimenticare, tragedia che ha causato la morte di un ragazzo troppo giovane per andarsene. Possiamo ricordare la disperazione dei compagni, in campo e nelle ore seguenti. I soccorsi agevolati da un giovanissimo Marco Verratti, l'ambulanza e il silenzio sullo stadio Adriatico. Portato in ospedale, Piermario si spense alle 16.45 di quel maledetto 14 aprile 2012.

Il 14 aprile 2012 moriva a 25 anni Morosini, stroncato da una crisi cardiaca durante Pescara-Livorno di Serie B. Cosa è cambiato da allora nel mondo del calcio? L'importanza del primo soccorso è stata d'insegnamento come nel caso di Eriksen.

Nato a Bergamo il 5 luglio del 1986, Piermario Morosini era un calciatore professionista di ruolo centrocampista. Rimasto orfano di mamma a soli 15 anni e orfano di papà soltanto due anni dopo, nel 2004 ha dovuto affrontare un altro lutto: quello del fratello disabile, morto suicida. Gli era rimasta solo una sorella, anch'ella disabile. Una vita non facile, insomma, ma tutti descrivono Morosini come un ragazzo solare e sempre sorridente, nonostante tutto.

Rimane orfano in giovane età: nel 2001, a 15 anni, perde la madre Camilla, e due anni dopo, nel 2003, anche il padre Aldo. Tifoso della Sampdoria, inizia a giocare a calcio presso la Polisportiva Monterosso, squadra di quartiere di Bergamo. Cresciuto nelle giovanili dell'Atalanta, con la quale nei dieci anni di militanza riesce a vincere uno scudetto Allievi, nel 2005 passa in compartecipazione all'Udinese giocando a 19 anni la prima stagione da professionista, dividendosi tra Primavera e prima squadra, nella stagione 2005-2006, con 5 presenze in Serie A. Gioca anche 3 partite in Coppa Italia e una in Coppa UEFA: l'ottavo di finale Levski Sofia-Udinese. Nella stagione 2006-2007 passa al Bologna, in Serie B, scendendo in campo in 16 occasioni. Nel luglio 2007, riscattato dall'Udinese, passa al Vicenza, in Serie B. Con la squadra veneta conquista la salvezza contribuendo con 34 presenze e un gol. Nell'estate del 2009 l'Udinese riscatta la metà per una somma pari a circa 1,5 milioni di euro. Il 31 agosto 2009 passa in prestito alla Reggina. Il 1º febbraio 2010 passa con la formula del prestito con diritto di riscatto della compartecipazione al Padova. Il 6 febbraio debutta con i biancoscudati in Piacenza-Padova (1-0).

Piermario aveva realizzato il suo sogno, quello di diventare professionista col calcio. Bergamasco cresciuto nell'Atalanta, trasferitosi all'Udinese dove debutta in Serie A e in Coppa Uefa. Fan di Ligabue e una enorme forza di volontà, dettata dalle difficoltà incontrate nella sua vita. Proprio il suo cantante preferito scrisse una lettera pubblica dopo quel 14 aprile: "Era iscritto al barMario, la foto del suo profilo lo mostra con uno splendido sorriso. Lo storico responsabile delle giovanili dell’Atalanta lo ricordava così: "Aveva avuto una vita sfortunatissima e nonostante questo aveva una disponibilità totale nei confronti dei compagni".

Da adolescente Piermario era rimasto orfano dei genitori, prima di perdere tragicamente un fratello con disabilità. Tante, tantissime. Un anno dopo la scomparsa gli venne intitolata una gradinata dello stadio Picchi di Livorno.

Dopo lo shock dei giorni seguenti e l’inchiesta sulle motivazioni della tragedia, la morte di Piermario ha insegnato quando sia fondamentale la sicurezza in campo dei giocatori. Dalla tragedia di Morosini le procedure di rianimazione con questo strumento sono state affinate e snellite. L'importanza del primo soccorso ha salvato vite come quella di Christian Eriksen, vittima di un arresto cardiaco durante Danimarca-Finlandia del 12 giugno 2021. L’ex giocatore dell’Inter, soccorso tempestivamente dallo staff sanitario, è tornato a giocare grazie a un defibrillatore cardiaco sottocutaneo.

"Piermario vedeva il bello in ogni cosa: ogni anno lo ricordiamo in tanti con profondità, proprio come lui era. Un generatore di vita vissuto al 100%, lui così orgoglioso della maglia della Nazionale". Sul giorno della tragedia: "Non vidi la partita, la notizia arrivò mentre eravamo in viaggio. Quella scena poi l’ho rivista, con tanto dolore e fatica. Oggi cerco di non farlo: voglio che ci si ricordi di lui non per come cade in campo, ma per quanto è stata bella la sua vita.

Alcune delle divise da gioco indossate dalle squadre verranno donate a Live con l’obiettivo di raccogliere fondi per il progetto sui defibrillatori.

Lo ricorda attraverso la maglia numero 5 indossata in occasione dell'Europeo Under 21 del 2009 disputato in Svezia.

Era il 14 aprile del 2012, al 31’ di Pescara-Livorno di serie B cadde a terra per un arresto cardiaco. Aveva avuto un’infanzia durissima, era rimasto orfano, ma non aveva mai smesso di lottare per i propri sogni. Già dieci anni. Eppure sembra ieri. Quelle immagini, di lui che cade a terra, una, due, tre volte, che prova rialzarsi, una volta, un’altra ancora, per poi cadere di nuovo, per l’ultima volta, sono un ricordo che non si cancella. «Un reality della morte» lo definì Beppe Severgnini sul Corriere: «Immagini strazianti ma, purtroppo, ipnotiche». La prima morte in campo ai tempi di Youtube. Aveva 26 anni, Piermario Morosini. Cardiomiopatia aritmogena: questo disse l’autopsia. Fu una rara malattia ereditaria a portarselo via troppo, troppo presto. Era il minuto 31 di Pescara-Livorno, 25ª giornata del campionato di serie B. «Moro» si accasciò per sempre. La disperazione dei compagni, le lacrime della fidanzata Anna, l’ambulanza, i soccorsi, il silenzio, il calcio che si ferma, l’inchiesta: furono giorni intensi, duri, per tutti.

Non era un campione. Ma aveva una forza d’animo fuori dal comune, racconta chi l’ha conosciuto. La vita non era stata facile, per lui. Era rimasto orfano già da adolescente, di entrambi i genitori. A 15 anni aveva perso la madre Camilla e due anni dopo, nel 2003, il padre Aldo. L’anno successivo si era suicidato il fratello disabile, quando Piermario era già passato a Udine, dove aveva fatto il suo esordio in serie A. Era rimasto solo con una sorella, anche lei disabile. «Aveva avuto una vita o sfortunatissima - raccontò Mino Favini, responsabile delle giovanili dell’Atalanta nelle quali il bergamasco Morosini iniziò a giocare - e nonostante questo aveva una disponibilità totale nei confronti dei compagni». Una vita dura, da mediano, come quello della canzone di Luciano Ligabue, che infatti era il suo cantante preferito. E che dopo quel 14 aprile scrisse una lettera pubblica: «Piermario era a Campovolo insieme a molti di voi. Era iscritto al barMario. La foto del suo profilo lo mostra con uno splendido sorriso. Un sorriso che non può non aumentare questa commozione. Questa incredulità. Sono sicuro che tutti gli altri iscritti al Bar Mario vorranno unirsi a me nel mandargli tutto l’affetto che merita. Ad accompagnarlo in un viaggio che, è l’augurio più sentito, possa almeno ricongiungerlo con la famiglia che aveva perso quaggiù». Una vita da mediano che Moro affrontava col sorriso. «Sono cose che ti segnano e ti cambiano la vita - raccontò in un’intervista al Guerin Sportivo nel 2005 - ma che allo stesso tempo ti mettono in corpo tanta rabbia e ti aiutano a dare sempre tutto per realizzare quello che era un sogno anche dei miei genitori. Vorrei diventare un buon calciatore soprattutto per loro, perché so quanto li farebbe felici». Aveva un sogno, Piermario. E l’aveva realizzato.

“Era un ragazzo d’oro, quando si parla di lui mi viene subito la pelle d’oca. Sono stato testimone dei suoi successi, anche con la `mia´ nazionale Under 21, ma purtroppo ho dovuto vivere anche quella giornata nera per il calcio italiano”, ha ricordato il presidente della Figc Gabriele Gravina a margine del premio Bearzot.

Oggi il Museo del Calcio di Coverciano ricorda il calciatore attraverso la maglia numero 5 indossata in occasione dell’Europeo Under 21 del 2009 disputato in Svezia. Morosini aveva esordito con l’Under 21 nel settembre del 2006 e con la maglia degli azzurrini ha collezionato 18 presenze. La sua maglia è conservata al Museo del Calcio accanto a quella di un altro indimenticato giocatore come Davide Astori.

Dodici anni fa, il 14 aprile 2012, ci lasciava Piermario Morosini, stroncato da un attacco cardiaco che lo colpì durante un Pescara-Livorno.

Il 14 aprile 2012 è una data che ogni appassionato di calcio non può dimenticare così facilmente, ricollegabile purtroppo ad una delle pagine più tristi del calcio italiano: dodici anni fa moriva, tra lo stupore generale, Piermario Morosini.

Una morte improvvisa e perciò sconvolgente, di un ragazzo che di lì a qualche mese avrebbe compiuto 26 anni e che nella vita ne aveva passate di tutte i colori: dalla scomparsa di entrambi i genitori al suicidio del fratello, eventi che pregiudicherebbero l'esistenza di chiunque.

Tanta sfortuna affossata con la realizzazione del sogno di diventare un calciatore professionista: l'esordio in Serie A a soli 19 anni con la maglia dell'Udinese è il primo piccolo grande passo verso una carriera più che dignitosa, unitamente alle 18 presenze raccolte con l'Under 21 che gli regalano l'opportunità di calcare palcoscenici prestigiosi come i campi degli Europei di categoria nel 2009.

Il suo nome inizia ad essere conosciuto a chi mastica di calcio, tanto che le disgrazie passate sembrano essere definitivamente dimenticate: merito di una vita privata che va a gonfie vele e di una squadra, il Livorno, dove l'unione fraterna tra i giocatori è una delle componenti principali.

Ma torniamo a quel tragico 14 aprile, a quella gara maledetta di Serie B all'Adriatico in cui il tempo si ferma al minuto 31: sul risultato di 0-2 in favore dei labronici, Morosini si accascia proprio alle spalle dell'arbitro durante un'azione di gioco, tentando un paio di volte di rialzarsi per riprendere la sua regolare posizione sul terreno di gioco. Una ripresa che non ci sarà mai, negata da un arresto cardiocircolatorio piombato come una mannaia sulla testa.

Piermario Morosini cade a terra durante la partita Pescara-Livorno

Lo sconforto dei calciatori presenti è totale: Schiattarella piange come un bambino, un giovanissimo Verratti si mette le mani in testa senza capire cosa stia realmente accadendo. Le lacrime coinvolgono anche i dirigenti a bordocampo, consapevoli della gravità della situazione che arriva anche a tingersi di giallo per alcune presunte negligenze commesse al momento dei soccorsi.

La gara ovviamente viene sospesa: impossibile giocare in un clima del genere, sospeso come in un limbo in cui finiscono le speranze di tutti coloro che auspicano un lieto fine. La terribile notizia, però, giunge poco prima delle 17: Piermario Morosini non ce l'ha fatta, se n'è andato nel silenzio e senza far rumore.

Il sentimento che va per la maggiore in quei momenti è la rabbia, la difficoltà a capire perché il destino si sia accanito così duramente nei confronti di un ragazzo che aveva ancora tanto da dare al mondo del calcio e alla sua vita, spezzata troppo presto e nella maniera più crudele.

Da allora Morosini ha un posto speciale nella storia del Livorno che gli ha intitolato una gradinata dello stadio 'Armando Picchi'; il suo nome appare anche nella Curva Sud del 'Gewiss Stadium' di Bergamo e nel settore ospiti dell'Adriatico, dove tutto si fermò.

Il malore di Edoardo Bove allo stadio Franchi durante Fiorentina-Inter non è il primo a coinvolgere un calciatore. Il precedente più recente con tragiche conseguenze è quello di Davide Astori, morto nel 2018 nella sua camera d’albergo prima di Udinese-Fiorentina. Sei anni prima, nel 2012, Piermario Morosini, centrocampista del Livorno, crollò a terra durante la partita di Serie B contro il Pescara e spirò poco dopo in ospedale. Un episodio per fortuna meno tragico quello che coinvolse Lionello Manfredonia nel 1989, che si salvò ma non poté tornare a giocare.

I precedenti: calciatori morti in campo

GIANCARLO ANTOGNONI

Il primo caso in tempi recenti è quello di Giancarlo Antognoni, che il 22 novembre 1981 riportò un grave infortunio al 55’ di Genoa-Fiorentina. Il centrocampista si scontrò con il portiere del Grifone, Silvano Martina, riportando una frattura alle ossa craniche e una temporanea interruzione del battito cardiaco. Pierluigi Gatto, medico sociale del Genoa, ed Ennio Raveggi, massaggiatore della Fiorentina, intervennero tempestivamente per riattivare il cuore e la respirazione del 27enne.

LIONELLO MANFREDONIA

Otto anni più tardi il centrocampista della Roma, Lionello Manfredonia, subì un arresto cardiaco durante una sfida con il Bologna. Il giocatore si salvò grazie all’intervento tempestivo dei medici che gli estrassero la lingua dalla gola e gli praticarono il massaggio cardiaco.

PIERMARIO MOROSINI

Non riuscì invece a salvarsi Piermario Morosini, che nel 2012 morì dopo un malore in campo durante Pescara-Livorno, sfida valida per il campionato di Serie B. Dall’autopsia emerse che il giocatore soffriva di una cardiomiopatia aritmogena, una malattia cardiaca rara.

DAVIDE ASTORI

È rimasto impresso nella memoria di tutti anche il caso di Davide Astori, all’epoca capitano della Fiorentina. Nel 2018 morì in hotel a Udine la notte prima della partita. Dall’autopsia emerse che Astori soffriva di una fibrillazione ventricolare, probabilmente legata a una cardiomiopatia genetica.

CHRISTIAN ERIKSEN

Nel 2021 durante gli Europei di calcio, Christian Eriksen, centrocampista della Danimarca ed ex giocatore dell’Inter, si sentì male durante la sfida con la Finlandia e fu salvato dall’intervento dei soccorritori. Oggi Eriksen gioca ancora in Premier League con la maglia del Manchester United.

EVAN NDICKA

L'ultimo caso in ordine di tempo è quello di Evan Ndicka, difensore giallorosso, che il 14 aprile di quest’anno si è sentito male durante Roma-Udinese. La partita è stata sospesa e il giocatore, trasportato all’ospedale in ambulanza, per fortuna è riuscito a riprendersi.

Cronologia dei malori e delle morti in campo nel calcio

Anche oggi il calcio è fermo, ma per un’epidemia di portata mondiale. Esattamente otto anni fa, il mondo del pallone in Italia si fermava invece per la scomparsa del centrocampista che giocava nel Livorno in serie B ed era sceso in campo nella trasferta di Pescara. Il 14 aprile 2012, poco dopo il 31’ del primo tempo, Piermario Morosini si accascia al suolo a causa di un problema cardiaco. Il soccorso immediato, l’ambulanza arrivata in cinque minuti ma poi bloccata all’interno dello stadio, non senza polemiche, e la corsa in ospedale non sono riusciti a salvarlo.

Quella che sarebbe poi stata identificata come una cardiomiopatia aritmogena e la scomparsa del giocatore portarono così alla sospensione di Pescara-Livorno, al rinvio di tutte le partite di quel weekend e a una riflessione sulla salute degli atleti, oggi che per via del coronavirus sono contrastanti le voci sul ritorno ai campi e la sicurezza per preservare la salute degli atleti.

Nato a Bergamo, Morosini giocava già con gli allievi dell’Atalanta all’età di 9 anni, per poi vincere il rispettivo campionato nazionale nel 2002, a 16 anni e sempre in nerazzurro. Da quel momento una rapida crescita, indossando la maglia dell’Udinese, del Bologna, del Vicenza, della Reggina e del Padova, fino all’arrivo a Livorno e all’esordio in azzurro, dall’Under 17 fino all’Under21.

Il calcio in pausa per l’epidemia lo ricorda oggi anche attraverso i canali social delle sue squadre. «Per sempre con noi» è il messaggio del Livorno, mentre l’Atalanta ha ribadito l’importanza del suo ricordo «che non passerà mai e che resterà sempre nel cuore del presidente Percassi, della società e di tutti i tifosi bergamaschi». Anche la Lega di serie A dedica un pensiero al Moro con un tweet, un ragazzo benvoluto da tutti anche per il suo carattere umile e per la sua storia personale.

Nato il 5 luglio 1986, era rimasto orfano in giovane età. Persa la mamma Camilla nel 2001, quando aveva 15 anni, due anni dopo è morto anche il padre Aldo. Due fratelli disabili, il primo morto suicida nel 2004. Esperienze molto dure, ma che non gli hanno mai tolto il sorriso con cui si rapportava ai compagni e al resto delle squadre per le quali aveva giocato.

La notizia della sua morte ebbe risalto in tutto il mondo, tanto che anche al Bernabeu di Madrid era stato osservato un minuto di silenzio, mentre il Barcellona era sceso in campo con il lutto al braccio. In suo ricordo, Vicenza e Livorno hanno ritirato la maglia numero 25, con i biancorossi che gli hanno intitolato il centro tecnico di Isola Vicentina. Portano il suo nome anche il settore ospiti dello stadio Adriatico di Pescara, la gradinata dello stadio Armando Picchi di Livorno e la curva sud del Gewiss Stadium di Bergamo, ex Atleti Azzurri d’Italia.

La morte di un ragazzo come Morosini è così un ricordo ancora vivido in tutto il mondo del calcio italiano, un episodio triste che ha almeno dato un impulso nei mesi successivi a una riorganizzazione dei sistemi di sicurezza, non solo degli stadi, per tutelare la salute di tutti gli sportivi che scendono in campo. Un tema e una lezione, in linea generale, utili da ricordare anche ai tempi dell’emergenza coronavirus.

Tutte le partite di serie A, inclusa Cesena-Juventus, sono rinviate a data da destinarsi per la morte di PierMario Morosini, il giocatore del Livorno morto in campo sabato pomeriggio per un malore. Il giocatore amaranto si è accasciato a terra al 31° del primo tempo. Il centrocampista ha iniziato a barcollare cadendo a terra, da solo, per due volte dopo essersi rialzato e poi è rimasto esanime sul terreno di gioco. Morosini è stato trasportato all'ospedale di Pescara in condizioni critiche ed è morto poco dopo. La Federcalcio ha così deciso di rinviare tutte le partite di tutti i campionati. Il Coni ha inoltre disposto un minuto di silenzio su tutti i campi in tutti gli sport. Anche Cesena-Juventus, in programma domenica allo stadio 'Manuzzi', viene quindi rinviata a data da destinarsi. "Il presidente Igor Campedelli e tutto l'AC Cesena partecipano al grande dolore per la scomparsa di Piermario Morosini - si legge sul sito web della società romagnola -. Alla famiglia e a tutti i suoi cari le più sentite condoglianze". La Juventus, arrivata a Forlì alle 15, ha svolto la rifinitura al “Manuzzi”. Appresa della decisione, i bianconeri sono riparti in aereo dal “Ridolfi” con un aereo privato.

La Corte d'Appello di Perugia ha assolto i medici Vito Molfese, Manlio Porcellini ed Ernesto Serafini, che erano stati condannati per omicidio colposo in relazione alla morte di Piermario Morosini, calciatore del Livorno. Morosini morì il 14 aprile 2012 dopo essersi accasciato sul prato dello stadio Adriatico dove si giocava l'incontro Pescara-Livorno di serie B. Lo scorso 10 aprile la Cassazione aveva annullato la sentenza di condanna emessa in primo grado dal tribunale di Pescara e confermata poi dalla Corte d'Appello dell'Aquila, disponendo il rinvio presso la Corte d'Appello di Perugia per un nuovo giudizio. Quel 14 aprile 2012, Morosini si accasciò al 29' del primo tempo. Per primo intervenne il medico del Livorno, poi sopraggiunse Sabatini, a seguire il medico del 118, Molfese. Porcellini praticò un massaggio cardiaco al giocatore al quale fu applicata anche una cannula per la ventilazione. Dopo una disperata corsa in ambulanza, Morosini morì nell'ospedale pescarese. In primo grado, il 13 settembre 2016, i tre medici furono condannati dal giudice monocratico del Tribunale di Pescara, Laura D'Arcangelo. In secondo grado, la Corte d'Appello dell'Aquila aveva confermato quasi in toto la sentenza. Gli ermellini osservarono, inoltre, che nella sentenza d'appello "non sono state considerate le condizioni di concitazione e urgenza, in cui si svolse l'azione di soccorso, nella prospettiva della concreta esigibilità di una condotta diversa da parte dei medici".

ROMEO BENETTI - RENATO CURI - PIERMARIO MOROSINI - DAVIDE ASTORI - GIULIANO TACCOLA - MARC-VIVIEN FOE - MIKLOS FEHER - ANDREA CECOTTI - ANTONIO PUERTA - PHIL O’DONNELL - NAOKI MATSUDA - BERNARDO RIBEIRO - PATRICK EKENG. MATTIA GIANI è solo l’ultima di una lunga lista. I calciatori morti “sul campo“. O in allenamento, o dopo la partita. Al telefono con la fidanzata dal ritiro, o in albergo nel sonno. Per un battito in meno, il cuore che si ferma. Patologie nascoste, non identificate, a volte semplicemente - per chi ci crede - il destino. Domenica Giani s’è sentito male su un piccolo campo del calcio minore, mentre Udinese-Roma veniva sospesa per la stessa paura: Evan N’Dicka a terra, l’incubo ricorrente negli occhi di tutti. In quella discrepanza di vite che si incrociano solo a livello mediatico, per un caso, c’è la tragedia ricorrente. Un film con fine pena mai. C’è la vita di Christian Eriksen, circondato dai compagni della nazionale danese mentre lo rianimano in campo, durante gli Europei del 2021. E c’è la morte in hotel di Davide Astori. Fanno tutti parte della stessa famiglia: chi ancora c’è, e chi non c’è più. Tom Lockyer, capitano del Luton, collassò privo di sensi per un infarto mentre giocava. Per lui si trattava della seconda volta, giocava con un defibrillatore che lo salvò. Nel 2012 Fabrice Muamba, 23 anni, centrocampista congolese del Bolton, cadde colpito da infarto in una partita di Premier League contro il Tottenham. Restò senza conoscenza per 78 minuti, prima che un defibrillatore lo rianimasse. Purtroppo l’elenco dei morti è traumatico. Il 16 marzo 1969 Giuliano Taccola, attaccante della Roma, muore allo stadio Amsicora di Cagliari. Non gioca per un malore accusato prima del match, va in tribuna. Rientrato negli spogliatoi a partita finita, perde conoscenza. Renato Curi invece oggi è uno stadio, quello di Perugia. Morì il 30 ottobre 1977, in un Perugia-Juventus sotto la pioggia. Si accascia ad inizio secondo tempo, Romeo Benetti, Roberto Bettega e Gaetano Scirea lo aiutano a rialzarsi, ma sviene di nuovo. E così Andrea Cecotti, centrocampista della Pro Patria, morto a Treviso a 25 anni, sei giorni dopo un malore che lo aveva colpito in campo. Diagnosi: trombosi alla carotide. Il centrocampista del Camerun Marc-Vivien Foé, il 26 giugno 2003 muore mentre gioca la semifinale di Confederations Cup contro la Colombia per una cardiomiopatia ipertrofica. In Spagna tutti ricordano il lutto per Antonio Puerta, soli 22 anni, che morì il 28 agosto 2007 dopo aver perso conoscenza tre giorni prima, durante Siviglia-Getafe. Puerta fu colpito da ripetuti attacchi cardiaci. a causa di una displasia ventricolare destra. In Scozia invece morì Phil O’Donnell, centrocampista del Motherwell, il 29 dicembre 2007, dopo essere crollato subito dopo un gol. Non morì in campo, ma in ritiro a Coverciano con la sua squadra, l’Espanyol, Daniel Jarque, l’8 agosto del 2009. Era al telefono con la fidanzata, colpito da un’asistolia. Giani si è sentito male lo stesso giorno - il 14 aprile - in cui morì nel 2012, Piermario Morosini. Il centrocampista del Livorno svenne in campo, a Pescara. Soffriva di cardiomiopatia aritmogena. Il 7 maggio 2016 muore Bernardo Ribeiro, brasiliano con un passato al Pescara, stroncato da un infarto nel corso di un’amichevole. Davide Astori è forse il nome che più di tutti tiene viva la memoria e il trauma di queste morti “inaccettabili”: giovani, atleti, in forma. Il capitano della Fiorentina viene trovato morto la mattina del 4 marzo 2018, nella camera d’albergo di Udine che ospitava la Fiorentina.

Tra pochi giorni saranno già passati 8 anni dalla sua tragica morte, avvenuta il 14 aprile 2012 al 29-esimo minuto della partita Pescara-Livorno. Ma come si è conclusa questa terribile vicenda? Andiamo per ordine.

Chi era Piermario Morosini

Nato a Bergamo il 5 luglio del 1986, Piermario Morosini era un calciatore professionista di ruolo centrocampista. Rimasto orfano di mamma a soli 15 anni e orfano di papà soltanto due anni dopo, nel 2004 ha dovuto affrontare un altro lutto: quello del fratello disabile, morto suicida. Gli era rimasta solo una sorella, anch’essa disabile. Una vita non facile, insomma, ma tutti descrivono Morosini come un ragazzo solare e sempre sorridente, nonostante tutto.

Quel giorno stava facendo la cosa che amava di più, che era anche il suo lavoro: stava disputando una partita del campionato di serie B con la maglia numero 25 del Livorno, la squadra in cui militava (in prestito dall’Udinese) dal 31 gennaio 2012.

Carriera di Piermario Morosini

Nella sua breve carriera da calciatore, Piermario Morosini aveva militato anche nelle Nazionali giovanili (partendo dall’Under-17), esordendo nella Nazionale Under-21 nel settembre del 2006. Fece parte, fra l’altro, della squadra azzurra che partecipò all’Europeo Under-21 del 2009 in Svezia.

La sua carriera da calciatore iniziò presso la Polisportiva Monterosso, squadra di quartiere di Bergamo. Cresciuto nelle giovanili dell’Atalanta, con la quale vinse uno scudetto Allievi, nel 2005 passò in compartecipazione all’Udinese giocando a 19 anni la prima stagione da professionista, vantando 5 presenze in Serie A. L’allenatore Serse Cosmi lo fece esordire il 23 ottobre in Udinese-Inter.

Piermario aveva giocato anche tre partite in Coppa Italia e una in Coppa UEFA: l’ottavo di finale Levski Sofia-Udinese. Nella stagione 2006-2007 passò al Bologna, in Serie B, scendendo in campo in ben 16 occasioni. Nel luglio 2007, riscattato dall’Udinese, passò al Vicenza, sempre in Serie B. Con la squadra veneta conquistò la salvezza contribuendo con 34 presenze e un gol. A fine annata il Vicenza ne riscattò la metà del cartellino, e quindi giocò altre 32 partite.

Nell’estate del 2009 l’Udinese riscattò la metà per una somma pari a circa 1,5 milioni di euro. Il 31 agosto 2009 passò in prestito alla Reggina e il1º febbraio 2010 passò al Padova, debuttando con i biancoscudati nel match contro il Piacenza.

Nel gennaio 2011 tornò in prestito al Vicenza, debuttando da titolare il 7 febbraio nella partita contro il Livorno. Il 31 gennaio 2012 passò in prestito dall’Udinese al Livorno, debuttando nella partita contro il Vicenza giocata l’11 di febbraio.

Come sappiamo, morì a causa di un arresto cardiaco durante la partita del 14 aprile 2012, durante il match fuoricasa contro il Pescara. Non aveva ancora compiuto 26 anni.

Morte

Piermario Morosini si accasciò improvvisamente a terra al 29-esimo minuto del primo tempo. Tentò di rialzarsi per ben due volte, poi più nulla. Steso a pancia in giù, venne subito accerchiato da alcuni compagni che lanciarono l’allarme. Il gioco venne subito interrotto dall’arbitro.

I medici delle due squadre, Manilo Porcellini (del Livorno) ed Ernesto Sabatini (medico del Pescara) soccorsero subito il ragazzo iniziando a praticargli il massaggio cardiaco e la ventilazione artificiale. Con circa 3 minuti di ritardo, arrivò in campo anche l’ambulanza del 118 con medico (Vito Molfese) e infermieri a bordo.

Un volontario della Croce Rossa, Andrea Silvestre, portò subito un defibrillatore semiautomatico esterno accanto al corpo del ragazzo, ma nessuno lo utilizzò.

Morosini venne caricato in ambulanza e fu trasportato d’urgenza all’ospedale Santo Spirito di Pescara.

Alle ore 17:00, il Dottor De Blasi rese noto che “il giocatore era morto a causa di un arresto cardiaco”. Aggiunse, inoltre, che arrivò in ospedale già morto.

Il primario del reparto di Cardiologia, Leonardo Paloscia, volle precisare: “Abbiamo fatto tutto il possibile per rianimare il ragazzo. Ma purtroppo non ha mai ripreso conoscenza”.

Il processo

“Quando arrivai in campo c’erano il medico del Pescara e il medico del Livorno che stavano soccorrendo il giocatore. Un defibrillatore DAE era aperto all’altezza della testa di Morosini. Io lo segnalai per ben due volte, ma nessuno lo utilizzò e nessuno mi disse di farlo. Normalmente chi arriva per primo è colui che deve guidare le operazioni” - dichiarò Marco Di Francesco, infermiere del 118 in turno quel 14 di aprile.

Schema dei soccorsi e utilizzo del defibrillatore durante l'evento

“Se c’è un incendio devi usare l’estintore, anche se poi l’incendio non lo fermi: ma siccome il defibrillatore è anche diagnostico, e non solo terapeutico, a maggior ragione un medico lo deve usare” - dichiarò la Dott.ssa Basso, docente di Anatomia patologica all’Università di Padova, perito nominato dalla famiglia del calciatore, assieme al perito del Pubblico Ministero.

“Se si mette in correlazione l’intervallo di tempo intercorso tra l’arresto cardiaco e il primo shock defibrillante con le possibilità di sopravvivenza del paziente - dichiararono i periti Cristian D’Ovidio, Giulia D’Amati e Simona Martello - è possibile affermare che, all’arrivo sul posto del medico del 118, le possibilità di sopravvivenza di Morosini erano pari a circa il 70%. Oltre alla presenza del defibrillatore, difatti, va considerata anche la disponibilità di quel giorno di tutti i presidi farmacologici e non necessari alla stabilizzazione del paziente”.

Qualunque medico presente nel soccorrere Morosini avrebbe dovuto usare il defibrillatore. Questa fu, sostanzialmente, la motivazione che spinse Laura D’Arcangelo, giudice del Tribunale monocratico di Pescara, a condannare in primo grado per omicidio colposo, il 13 settembre 2016, i tre medici coinvolti nel caso: Vito Molfese, 1 anno di reclusione; Manilo Porcellini, 8 mesi di reclusione; Ernesto Sabatini, 8 mesi di reclusione. I tre vennero anche condannati, insieme alla Asl di Pescara e alla Pescara Calcio, al pagamento di una provvisionale di 150mila euro.

Anche in secondo grado, nel febbraio 2018, la Corte d’Appello dell’Aquila confermò quasi in toto la sentenza di primo grado. Ma dopo arrivò “il bello”.

Il primo colpo di scena avvenne il 10 aprile 2019, quando la Corte di Cassazione annullò la sentenza di condanna per i tre medici e dispose un nuovo processo presso la Corte d’Appello di Perugia.

“Le valutazioni espresse nella sentenza di condanna e poste alla base della ritenuta sussistenza del nesso di derivazione causale tra le condotte dei sanitari e la morte improvvisa del giovane calciatore sono da un lato carenti e dall’altro inficiate da aporie logico-argomentative”. Questa fu la motivazione.

Infine, l’assurdo: nessun colpevole per la morte di Piermario Morosini.

Morte Morosini - Il racconto del Dott. Leonardo Paloscia - VIDEO

Tabella riassuntiva dei calciatori deceduti in campo o a causa di patologie cardiache

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