Quello che sto per raccontare è l’anticipazione di un libro che ha come fulcro la lunga vertenza della Salamini, grande azienda metalmeccanica ingigantita e disintegrata negli anni ’60 a Parma.
Una Parma in trasformazione sull’onda dello sviluppo imprenditoriale e sconcertata dalle folate delle contestazioni generazionali e socio-economiche che ebbero l’apice tra il 1968 e il 1969.
Rileggendo il ’68/’69 parmigiano scopriamo, tra i cimeli di archeologia industriale, memorie che, ripulite con il pennellino, potrebbero essere interpretate oggi come primordi di social media.
Nel 1967 il complesso industriale si sviluppava su un’area di 225 mila metri quadrati di cui 60 mila di fabbricati e tettoie.
E lì sotto entravano e uscivano quasi mille dipendenti.
La Salamini raggiunse il massimo di produttività nel 1967, lo stesso anno in cui l’imprenditore decise di mettere su una squadra di ciclismo con i fiocchi e partecipare al Giro d’Italia: maglietta verde, la scritta Salamini in bianco con la classica orlatura gialla, sotto il marchio Luxor.
Angelo Salamini è morto il 10 ottobre 2011, all’età di 81 anni.
Le origini e lo sviluppo dell'azienda
Il progetto del nuovo stabilimento venne depositato in Comune tra il 1956 e il 1957.
Nel novembre del 1958 è lo stesso imprenditore a ritirare la dichiarazione di agibilità, versando 2 mila lire per i bolli.
È con quel via libera comunale che Salamini iniziò ad ottenere i grandi finanziamenti dalle banche, che gravitavano su Piazza Garibaldi, per dare vita ad un’impresa che via via crebbe a dismisura.
E davvero troppo in fretta.
A quattro chilometri dal centro, sulla via Emilia verso Reggio, in quel momento c’erano solo la Salamini, un bar e un'altra azienda di nuova imprenditorialità.
Intorno solo l’estensione della placida campagna emiliana a tutto lambrusco Maestri, prati di erba medica e filari di gelsi.
Angelo Salamini diede il via alla nuova produzione con un portafoglio clienti allargato: dalla Oto Melara alla Fiat, dalla Lamborghini alla Maserati.
Dalla fabbrica parmigiana uscivano radiatori, serbatoi, marmitte, cofani, sedili e cruscotti.
Ma anche, dall’inizio degli anni ’60, mobili per ufficio e industria.
La Salamini aprì le porte alla nuova forza lavoro che quasi all’improvviso si trovò in tuta blu.
Un esercito di operai maschi (nell’area produttiva erano solo dieci le donne dipendenti, di cui 5 addette al reparto tappezzerie) quasi incantati dalle continue accelerazioni di Angelo Salamini che nel 1962 cominciò ad assumere altri operai per la produzione di elettrodomestici, prima per conto terzi, poi nel 1965 con una linea propria: le lavatrici Luxor.
Insomma, la Salamini sembrava, per chi viveva in quella cittadella, quasi un eldorado.

Il '68 e la vertenza Salamini
In città si contavano 170 mila residenti (in tutto il Parmense oltre 390 mila) e il gruppo Salamini arrivò nel 1967 ad assorbire quasi mille dipendenti.
Sotto questo cielo nuvoloso, i lavoratori della Salamini si trasformarono in movimento con azioni tali da disorientare i sindacati e il ponderato Pci che governava, con i socialisti, Parma dal Dopoguerra.
Insomma, gli occupanti agirono senza briglie.
A scandire il «De profundis» fu la soffiata filtrata nel tardo pomeriggio del 13 febbraio 1969: il Tribunale di Parma stava dichiarando il fallimento dell’azienda.
E in quella notte da lupi, iniziò la seconda e lunga vertenza della Salamini.
Racconta Donato Troiano: «Il 14 febbraio, alle 9 del mattino, venne indetta un’assemblea (presenti anche Paride Faccini della Fiom-Cgil e Annibale Paini della Fim-Cisl) per l’approvazione della linea dura dell’occupazione.
Qualche ora dopo, il Tribunale comunicò ufficialmente il fallimento».
E che rivolta sia: «Mesi di lotta per salvare il posto di lavoro, con gli operai che riuniti in assemblea mettono in atto tecniche di lotta nuove non solo per Parma, rifiutando le mediazioni politiche dei partiti e rifiutando il pompierismo sindacale», così sintetizzò «La Classe», il giornale delle avanguardie operaie e studentesche che durò la stessa breve stagione delle barricate alla Salamini.
Durante l’occupazione, la mensa della Salamini non smise mai di funzionare e la sera c’era posto anche per i familiari degli occupanti.
Per sostenere la lotta alla Salamini, Comune, Provincia e Camera di Commercio stanziarono subito un fondo di 10 milioni e altre offerte furono raccolte tra i dipendenti delle aziende parmensi con cui si instaurò una sorta di gemellaggio.
Il sindaco Enzo Baldassi fece svolgere una seduta del Consiglio comunale proprio all’interno della Salamini occupata e circondata da polizia e carabinieri.
In piazza Garibaldi fu installato un tendone di promozione sindacale.
All’interno della fabbrica venne anche redatto il giornale d’occupazione poi ciclostilato alla Cgil.
Dentro la Salamini vennero ospitati spettacoli del Festival del Teatro Universitario; Dario Fo e Franca Rame restarono una giornata con i lavoratori.

Svanite le speranze dell’arrivo di privati, l’unico miraggio per i lavoratori della Salamini era quello di essere assorbiti nella galassia delle industrie di Stato.
Per tentare la carta dell’Iri, i dipendenti della Salamini ottennero a Bologna un incontro con l’allora presidente del Consiglio, Mariano Rumor.
Ci fu anche l’episodio della lunga fila indiana di quasi 500 persone che dalla Prefettura di Parma si misero in coda per spedire, dalle Poste di via Pisacane, un telegramma di SOS al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.
All’Unione Parmense degli Industriali, l’occupazione della Salamini non fu certamente gradita, poiché sobillava l’intero sistema produttivo locale.
Il 10 aprile 1969 fu pubblicata sull’ultima pagina della Gazzetta di Parma un’inserzione firmata Upi che scandiva la posizione confindustriale sulla Salamini: stop immediato all’occupazione della fabbrica, fallimento tombale, lavoratori in altre sedi.
Tra il 30 aprile e il primo maggio del 1969, un drappello di operai si intrufolò nella Camera di Commercio e da lì non si spostò per alcuni giorni; la Camera di Commercio era in via Cavestro, dove oggi c’è la Cassa di Risparmio.
Stessi blitz furono fatti alla sede della Dc che era in strada del Consorzio; alla federazione provinciale del Psi in borgo della Posta; alla federazione provinciale del Pci in via Guasti di Santa Cecilia.
Qui i «sovversivi» della Salamini si trovarono di fronte il servizio d’ordine del Pci, ovvero operai contro operai.
Un sit-in ci fu anche all’interno degli uffici dell’Unione industriali, nella sede di via Mazzini 1.
Massima tensione ci fu sia quando gli scioperanti fermarono il traffico sulla via Emilia, sia quando bloccarono il passaggio del rapido Settebelllo andando a sedersi sui binari posti a 500 metri dalla fabbrica.
Tra la via Emilia e la ferrovia, lo scontro tra i dimostranti e gli agenti del battaglione Padova si intensificò.
Durante gli spostamenti della Celere, un tragico incidente, tra mezzi del reparto mobile, provocò la morte di un agente.
Altre scaramucce, con manganelli e transenne in movimento, si verificarono all’inizio di giugno 1969: da Piazza Duomo doveva partire una tappa del Giro d’Italia e quelli della Salamini ostacolarono la corsa con lo scopo di farsi vedere dall’Italia tutta.
Questa fu forse l’ultima significativa incursione dei lavoratori in subbuglio.
La trasformazione del sito industriale
Ormai la Salamini si stava definitivamente spegnendo e, subito dopo il Ferragosto del 1969, le forze dell’ordine intervennero a sgomberare la fabbrica.
Gli ormai ex dipendenti entrarono nel circuito dei corsi di avviamento al lavoro e poco alla volta trovarono un’altra occupazione.
Se ai parmigiani, più o meno dal säss, chiedi oggi dove si trova l’ex Salamini, più o meno tutti sanno dove è ubicata quest’area post industriale che prende anche l’intitolazione catastale di Casello.
Sulla via Emilia, direzione Est.
Tra San Lazzaro e San Prospero.
La palazzina che si alza sopra i capannoni adesso si chiama «Condominio torre uffici Salamini».
La Tep ha una fermata denominata Ex Salamini, proprio vicino al parcheggio scambiatore.
Dove c’era il Tosco adesso c’è l’Osteria Salamini.
Anche la cronaca nera si è occupata spesso dell’ex Salamini per notti ad alta tensione tra night, sale scommesse e graffiti realizzati con rabbia.
Insomma, se si parla di Salamini o di ex Salamini sappiamo tutti di cosa si parla?
Cinquant’anni fa c’è stato il Sessantotto e subito dopo l’«autunno caldo».
Cinquant’anni fa il boom economico consumava l’ultima candela.
E cosa c’entra la Salamini?
La Salamini è un condensato di tutto questo.
Era la Parma dell’industrializzazione, la Parma che perdeva poco alla volta gli odori dei campi coltivati.
I lavoratori del settore agricolo scesero dal 48,9% della popolazione attiva nel 1951 al 18,9% nel 1971; al contrario i lavoratori dell’industria in soli dieci anni, dal 1951 al 1961, aumentarono di oltre 15 mila unità.
Era la Parma delle tre S: Simonazzi, Salvarani e, appunto, Salamini.
La prima ad Ovest, la seconda a Nord, la terza ad Est.
Era la Parma dei piani regolatori della ricostruzione.
Il futuro che avanzava spedito.

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G.R.G. S.R.L.

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