La figura dell'Arbitro di Calcio è spesso poco compresa, persino da coloro che vivono il mondo del calcio. Se non si è profondamente immersi in questo ambiente, è difficile cogliere i sacrifici, l'impegno e tutte le emozioni che accompagnano questo ruolo. Molti appassionati di calcio ritengono di conoscere a fondo il regolamento, ma spesso questa convinzione non corrisponde alla realtà.
Quando un giovane decide di iscriversi a un corso per arbitri e frequenta la prima lezione in sezione, scopre quasi sempre quanto poco sapesse realmente del regolamento. Indubbiamente, una conoscenza approfondita delle regole di uno sport permette di apprezzare maggiormente tutto ciò che accade durante una partita. Sebbene possa sembrare una frase fatta, è una verità che si manifesta nel momento in cui un aspirante arbitro varca per la prima volta la soglia della sezione e incontra altri ragazzi che, cosa fondamentale, condividono la sua stessa passione.
I colleghi di sezione sono una presenza costante, sia nei momenti di successo che in quelli di difficoltà. La solitudine in campo è una realtà: ci si ritrova da soli a ricoprire un ruolo ritenuto necessario da tutti, ma che raramente riceve un sincero apprezzamento e sostegno. La condizione dell'arbitro è essenzialmente quella di un individuo che deve prendere decisioni e che, inevitabilmente, sarà giudicato da chi gioca o assiste alla partita. Sebbene in campo l'arbitro sia solo, nella vita di tutti i giorni può contare su numerosi colleghi e amici con cui condividere esperienze e opinioni.
Lo stemma dell'AIA (Associazione Italiana Arbitri) sulla divisa deve sempre ricordare ad ogni arbitro che, alla fine, non è mai solo. In ogni partita che dirige, egli rappresenta migliaia di altri arbitri. Molte persone si chiedono: "Ma chi te lo fa fare di andare ad arbitrare e subire insulti?". Gli arbitri sono costantemente sotto osservazione, pronti a scattare al minimo errore. Spesso, però, non si considera l'emozione che si prova nell'assegnare un calcio di rigore, nel ricevere i complimenti dai dirigenti a fine partita, nell'essere designati per una categoria superiore, o nel sapere che, senza il loro intervento, quella partita non si sarebbe mai potuta disputare.
Queste esperienze gratificano e arricchiscono il bagaglio culturale di chiunque entri nel mondo dell'AIA. Ogni anno, le sezioni hanno l'opportunità di organizzare una Riunione Tecnica Obbligatoria (RTO) con un ospite di rilievo a livello nazionale. Questo rappresenta un'occasione preziosa per la crescita tecnica e associativa, permettendo di incontrare e dialogare con un arbitro che ha percorso la strada dai campi di provincia fino ai vertici, un'opportunità imperdibile per molti.
L'Evoluzione Storica della Figura Arbitrale
La nascita della figura dell'arbitro è uno dei capitoli più affascinanti della preistoria del calcio. Agli albori del gioco, nella prima metà dell'Ottocento, non esistevano né arbitri né guardalinee. Il calcio si giocava nelle "public school" inglesi, principalmente tra amici. Per garantire il rispetto delle regole, erano sufficienti i capitani delle due squadre, che prima dell'inizio si accordavano sulla durata, sul numero dei giocatori e sulle dimensioni del campo. Erano loro a farsi garanti del rispetto delle regole per la propria squadra. Chi trasgrediva veniva punito, e l'ignoranza della legge non era una scusa, poiché ai nuovi studenti veniva richiesto di studiare a fondo le regole affisse nella bacheca della scuola prima di essere ammessi in squadra. Lo "spirito del gioco" era fondamentale, e chi lo violava veniva espulso dal proprio capitano.
Con il tempo, la vittoria acquisì maggiore importanza, sia per i premi in palio che per la gloria. A quel punto, divennero indispensabili dei giudici di gara che godessero di unanime rispetto e fossero in grado di prendere decisioni insindacabili in caso di dispute, al fine di stroncare sul nascere ogni possibile disaccordo tra i giocatori. È in questo contesto che entra in scena il cricket, da cui fu mutuata la figura dell'"umpire", ovvero il primo arbitro. Questa parola, che ancora oggi designa l'arbitro nel tennis e in altri sport nella lingua inglese, è tuttavia lontana dall'arbitro moderno (in inglese "referee"). La sua origine viene fatta risalire all'antico francese "nomper", traducibile come "uomo solo".
Il calcio rovesciò subito questo concetto, introducendo due "umpire". Le regole dei college di Eton e Winchester stabilivano che ogni squadra dovesse schierare un proprio "umpire" vicino alla porta. Il suo compito era quello di registrare i gol e prendere decisioni nei casi dubbi verificatisi nella metà del campo di sua competenza. Tuttavia, interveniva solo se richiesto. Se il caso era particolarmente complicato e l'"umpire" non riusciva a decidere, la questione veniva rimessa a un "bully", una sorta di "giudizio di Dio" sotto forma di tiro a distanza ravvicinata dalla linea di porta. Ancora oggi, il "bully" nell'hockey designa la rimessa in gioco del pallone. Uno dei due "umpire", infine, doveva tenere l'orologio per determinare l'inizio della partita, il cambio di campo e la fine.
Le regole di Harrow, fondamentali poiché in seguito monopolizzarono la Football Association (fondata nel 1863), precisavano ulteriormente le competenze dell'"umpire": le sue decisioni non potevano essere contestate, a lui era demandato l'annullamento dei gol realizzati irregolarmente e, in alcune partite ("House Matches"), aveva il potere di espellere i giocatori sorpresi a violare intenzionalmente le regole. Fu a Cheltenham che per la prima volta si parlò di "referee". Il sistema doveva essersi rivelato fragile, se si sentì la necessità di codificare che le eventuali dispute in campo dovessero essere risolte da tre persone: i due "umpire" e il "referee".
Quando si giocava una partita importante, ognuno dei due capitani sceglieva un "umpire"; poi, di comune accordo, entrambi designavano un "referee" neutro. Quest'ultimo stazionava fuori dal campo e interveniva nei casi controversi, ovvero le questioni su cui i due "umpire" non potevano o non volevano decidere dall'interno del terreno di gioco. Il concetto, quindi, si evolveva lentamente: il "referee" interveniva solo se interpellato, non poteva farlo d'ufficio. La parola "referee" affonda le sue radici nel verbo "to refer" (fare riferimento). Il "referee" era dunque "la persona a cui fare riferimento", l'uomo che gli "umpire" di parte dovevano consultare in caso di dubbio.
Un'ulteriore evoluzione di questa figura si ebbe in occasione della FA Cup del 1871, la prima competizione non strettamente regionale. Si rendeva necessario un unico regolamento e, poiché gli ex studenti di Harrow, essendo in maggioranza tra i dirigenti, dettavano legge nella giovane Football Association, la regola di Harrow del "referee" divenne generale. Il Comitato della competizione sceglieva i due "umpire" e il "referee", nessuno dei quali poteva essere membro di uno dei club partecipanti al match: questa fu un'altra pietra miliare verso la figura dell'arbitro moderno, poiché la partita doveva essere supervisionata da giudici neutrali.
Mancava però ancora una chiara definizione della posizione del "referee" e dei suoi poteri. Un evento significativo intervenne a porre la questione. In via sperimentale, nella stagione 1881-82, al direttore di gara che operava fuori dal campo fu conferito il potere di decretare d'ufficio la realizzazione di un gol se, a suo parere, i difensori lo avessero evitato con una intenzionale violazione delle regole. Ciò scatenò un vero e proprio diluvio di proteste, e dopo quell'unica stagione la regola venne abbandonata con la motivazione che essa attribuiva un'eccessiva influenza al "referee" sul risultato, conferendogli una responsabilità troppo pesante.
Il professionismo latente fece irruzione ai piani alti in occasione della Coppa del 1883: la vinse il Blackburn Olympic contro gli Old Etonians, portando il trofeo per la prima volta fuori da Londra. Vi sarebbe tornato non prima di vent'anni, perché le squadre del nord Inghilterra, forti di giocatori stipendiati, portavano argomenti tecnici e agonistici inconfutabili. Il calcio stava diventando uno sport professionistico; nel 1888 venne giocato il primo campionato con questa etichetta, tra i dodici club "pro" che avevano dato vita alla Football League. Vincere era sempre più importante, sui campi si lottava per il titolo e presto, nelle categorie inferiori, per la promozione e la salvezza. Chi dirigeva la gara non poteva più essere solo un'appendice, un "male necessario", ma un personaggio dotato di sufficiente autorevolezza per garantire la regolarità del gioco.
La svolta si ebbe nel 1889, quando vennero fissate nuove regole per la direzione del gioco. Il "referee" - sempre stando fuori dal campo - doveva stilare un rapporto della partita, controllare il tempo di gioco, espellere il giocatore che si macchiasse di condotta irregolare (informandone poi l'Association). Per la prima volta nella storia, gli veniva riconosciuto il potere di sancire un calcio di punizione anche se nessuno degli "umpire" glielo avesse chiesto, nel caso stimasse pericolosa l'azione di un giocatore. Un passo avanti che venne completato due anni dopo, nel 1891, quando in Inghilterra si contavano già un migliaio di giocatori professionisti; gente che viveva di calcio e per la quale vincere o perdere diventava una questione di importanza capitale.
L'International Board non poteva esimersi dallo stabilire regole certe e chiare, togliendo la direzione di gara da quell'aura di incertezza che ancora la avvolgeva. Se solo qualche anno prima era stata considerata scandalosa un'eccessiva responsabilità attribuita al "referee", il tempo aveva fatto comprendere che l'evoluzione del calcio andava proprio in quella direzione. Nel regolamento venne allora stabilita una sorta di rivoluzione copernicana: il "referee" entrava in campo, anzi, diventava l'unico direttore di gara all'interno del terreno di gioco, mentre gli "umpire" ne uscivano, trasformandosi in supervisori delle linee laterali, i futuri guardalinee. Mantennero le loro classiche bandierine di segnalazione, ma il loro compito venne limitato a indicare quando la sfera fosse uscita dal campo. Il "referee" doveva dotarsi di un fischietto, da azionare quando decideva di intervenire sul gioco, e il suo potere in campo era pressoché assoluto. La nuova regola 12 gli demandava la decisione in tutti i casi dubbi. Redigeva il rapporto, teneva il tempo ufficiale di gara, puniva i colpevoli in caso di condotta antisportiva e decretava l'espulsione dopo un grave fallo di gioco.
Poteva sancire un calcio di punizione e, se richiesto, ordinare come punizione un calcio di rigore. Attenzione, però. Nella maggioranza dei casi il suo intervento avveniva solo se richiesto. Poteva punire i giocatori di propria iniziativa unicamente in situazioni particolari, tipica quella del rischio per l'incolumità fisica, altrimenti fischiava solo se la "vittima" ne chiedeva l'intervento. In che modo? Con una frase importata anche essa dal cricket: il giocatore gridava: "Cos'è quello?" ("How's that?!"). Solo dopo questo "appello" il "referee" poteva intervenire. Anche se nella pratica la sua autorità continuava ad aumentare, ancora parecchi anni dopo la "Referees' Chart" (Carta degli arbitri) della stagione 1906-07 stabiliva alla regola 9 come istruzione ai giocatori: "Giocate da gentiluomini! Non perdete il controllo. Quando chiedete una decisione, non chiamate genericamente 'Fallo', che potrebbe essere una qualsiasi delle dodici violazioni. In caso di fallo di mano, chiamate 'Mani' e così via. L'arbitro allora saprà cosa volete". Col passare del tempo, questo genere di richieste divenne sempre meno decisivo, trasformandosi in semplice protesta, che l'arbitro poteva considerare oppure no, a sua discrezione.
Anche i rapporti tra arbitro e guardalinee comportavano problemi, soprattutto perché questi ultimi non sempre erano neutrali come nelle finali delle competizioni più importanti. La menzionata "Carta" sanciva alla regola 14 che toccava al guardalinee stabilire quando il pallone non fosse più in gioco e che suo compito era coadiuvare l'arbitro a condurre la partita nel rispetto delle regole. E aggiungeva: "In caso di intervento ingiustificato o cattiva condotta del guardalinee, l'arbitro ha il diritto di espellerlo dal campo e nominare un sostituto". E la Federazione cui apparteneva il guardalinee infedele doveva essere informata per iscritto dell'accaduto.
Altri passi erano stati fatti anche al di fuori degli articoli del regolamento. Era chiaro che alla maggiore responsabilità dovevano corrispondere anche adeguate capacità e persino un minimo di gratificazione economica, se non altro per alleviare l'arbitro delle spese sostenute. Nel marzo 1893, per migliorare la qualità degli arbitri, Frederick Wall, che sarebbe diventato Segretario della Football Association, fondò a Londra, assieme a W. Pickford, l'Associazione Arbitri. Lo scopo era allenare i direttori di gara in centri appositi, prepararli per i loro compiti e migliorare anche il loro status, così da trasformarli, nella considerazione generale, da "male necessario" a "servitori del gioco". A compenso del loro lavoro, questi "giudici viaggianti" ricevevano all'epoca il biglietto del treno (di seconda classe); le spese erano rimborsate solo se dovevano dirigere almeno a trenta miglia lontano da casa oppure dovevano pernottare fuori. La paga per la direzione di gara era piuttosto modesta, ma fissava un principio fondamentale: il ruolo dell'arbitro era delicato e decisivo e dunque chi lo ricopriva doveva dare, ma anche pretendere certe garanzie.
Nei primi anni del secolo scorso l'evoluzione andava completandosi, anche se la ricerca di novità non si è mai chiusa. In proposito, vale la pena ricordare come l'idea del "doppio arbitro", sostenuta fino all'avvento del VAR da dirigenti di club anche in Italia, nacque già nel calcio inglese. Per la precisione, nel 1935 venne giocata una partita sperimentale a Chester, arbitrata da due direttori di gara: A. W. Barton e E. Wood, due dei fischietti più autorevoli del calcio britannico. Si piazzarono ognuno in una metà campo, così da garantire la vicinanza all'azione in ogni momento. L'esito fu considerato "eccellente", ma la considerazione del raddoppio dei costi ebbe il sopravvento e il progetto venne respinto.

Il Significato di "Arbitro" e il Suo Ruolo Oggi
Il termine "arbitro" deriva dal latino "arbiter", che indica colui che ha libertà di agire o non agire, di decidere o disporre secondo la propria volontà. In senso figurato, è un giudice inappellabile, un padrone assoluto. Può anche indicare chi dà norma o regola un costume o un'abitudine; ad esempio, l'uso è l'arbitro della lingua.
Nel diritto, l'arbitro è una persona a cui le parti affidano la decisione delle loro controversie, evitando il ricorso ai giudici istituiti dallo Stato. Per estensione, si applica anche a controversie non giuridiche o a competizioni amichevoli.
Nello sport, l'arbitro (in alcuni sport designato ufficialmente come giudice arbitro) ha il compito di seguire le fasi di una competizione, assicurandone la regolarità, punendo gli eventuali falli e convalidando il risultato, talvolta avvalendosi di collaboratori. In Italia, l'età minima per accedere al corso di formazione per diventare arbitro federale è 14 anni (fino al 2015 era 15 anni), e la massima è 45 anni. Durante la gara, l'arbitro e i suoi assistenti vengono valutati da un osservatore arbitrale (un ex arbitro che ha smesso di arbitrare). L'osservatore, solitamente in tribuna, dopo la partita incontra l'arbitro nello spogliatoio per un colloquio de-briefing, analizzando gli errori in ottica costruttiva e assegnando un voto.
La Sezione Arbitri è il fulcro di ogni arbitro; in tutta Italia ce ne sono numerose, e rappresentano il luogo dove gli arbitri si riuniscono per aggiornarsi tramite lezioni tecniche e quiz regolamentari. Esiste una nutrita rappresentanza femminile nell'AIA, con le arbitre che dirigono le stesse competizioni dei colleghi maschi fino alla Serie D maschile per gli arbitri, mentre non ci sono limitazioni per le assistenti arbitrali.
Al termine della stagione, viene stilata una classifica per ogni categoria basata sui voti ottenuti. I migliori vengono selezionati per essere proposti alla categoria superiore. Per le gare a livello semi-professionistico nazionale e internazionali organizzate da UEFA e FIFA, vengono impiegati anche gli addizionali d'area (o arbitri addizionali). Dalla stagione 2012/2013, gli addizionali d'area sono stati introdotti anche in Serie A.
In base al Regolamento, i calciatori di entrambe le squadre (portieri compresi) devono indossare divise di colore differente da quella degli ufficiali di gara. L'obbligo per l'arbitro di indossare la divisa inizia dalla categoria Esordienti. Le divise arbitrali sono disponibili in diversi colori, con pantaloncini sempre neri e calzettoni dello stesso colore della maglia. Le fasce bianche, rosse e verdi simboleggiano il Tricolore italiano, in onore del centenario dell'Associazione Italiana Arbitri.
Gli organi tecnici riconosciuti dall'Associazione Italiana Arbitri si distinguono in diversi livelli: dall'Organo Tecnico Sezionale (OTS), che designa le gare di competenza provinciale, all'Organo Tecnico Regionale (OTR) o Commissione Regionale Arbitri (CRA), che designa le gare di competenza regionale, fino agli Organi Tecnici Nazionali (CAN D, CAN C, CAN A e B).
In caso di assenza dell'arbitro designato all'ora di inizio della gara, le società hanno l'obbligo di cercare un altro arbitro federale, ricorrendo generalmente al "Pronto AIA", un servizio messo a disposizione dal competente OTS. L'arbitro è tenuto a mantenere una preparazione fisica adeguata durante tutta la stagione agonistica e a sostenere test fisici di resistenza.

L'arbitro ha il potere di interrompere temporaneamente la gara, sospenderla o interromperla definitivamente a sua discrezione, al verificarsi di ogni infrazione alle regole o a seguito di interferenze esterne.
L'arbitro è garante del rispetto delle Regole, ma questo impegno non si limita al momento della partita. Sarebbe un controsenso non rispettare le regole durante la settimana e poi andare la domenica a farle rispettare. Si è arbitri sempre, dentro e soprattutto fuori dal campo da calcio. L'arbitro è un esempio per gli altri, in qualunque contesto si trovi.
L’elezione, il programma e com’è cambiato il ruolo dell’arbitro nel calcio di oggi
Le designazioni arbitrali vengono effettuate dal Comitato Regionale Arbitri di competenza, basandosi sui giudizi degli osservatori, che valutano la prestazione arbitrale in base ad aspetti fondamentali come atletismo, tattica, tecnica, disciplina, collaborazione e personalità, assegnando un voto. Voti alti possono portare a gare di alta classifica o di categoria superiore.
A livello di Serie A e B, i rimborsi spese permettono di considerare l'attività arbitrale come un secondo lavoro. Per i giovani nelle categorie inferiori, si tratta invece di un hobby che offre la possibilità di divertirsi, ricevere rimborsi spese e ottenere la tessera FIGC per l'accesso gratuito a tutte le manifestazioni organizzate dalla Federazione.
Gli arbitri, pur essendo soli in campo a prendere decisioni, possono contare su un sistema di supporto e crescita all'interno dell'Associazione Italiana Arbitri (AIA), che mira a formarli non solo tecnicamente, ma anche come uomini e "servitori del gioco".

La figura dell'arbitro, dunque, è complessa e fondamentale per il regolare svolgimento del gioco del calcio. Dalle sue umili origini, si è evoluta in un ruolo di grande responsabilità, che richiede preparazione, integrità e una profonda conoscenza del regolamento.
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