L'avventura di Suning come broadcaster della Premier League sul territorio cinese potrebbe interrompersi dopo un anno appena. La Premier League conferma di aver concluso oggi i suoi accordi per la trasmissione del torneo in Cina con il licenziatario locale. La Premier League in questa fase non fornirà ulteriori commenti sulla vicenda. Tecnicamente, la società titolare dei diritti è PPTV, costola di Suning Holdings Group, proprietaria fra l'altro dell'Inter. La pandemia ha prodotto sfide che si ripercuotono sulla nostra trattativa. Le parti non riescono a raggiungere un accordo sul prezzo. La decisione della Premier League arriva dopo che Suning non ha versato una rata da quasi 180 milioni di euro scaduta lo scorso marzo per i diritti televisivi del campionato inglese. Il congelamento dell'importo era stato deciso dalla società cinese allo stop delle partite, causa lockdown. Alla ripresa delle partite, a PPTV è stata comunque concessa la possibilità di trasmettere, ma i soldi non sono arrivati. Altro punto di attrito fra il broadcaster e la società che gestisce il maggior campionato inglese è quella degli anticipi sulle imposte per i diritti tv. Suning avrebbe versato il 50 percento dell'ammontare totale delle tasse relative al triennio, mentre la Premier League avrebbe preteso una quota maggiore. Il gruppo della famiglia Zhang - il cui business principale è la vendita di elettrodomestici - lo scorso anno si era aggiudicato i diritti di trasmissione per tre stagioni all'equivalente di 550 milioni di euro. Un esborso notevolissimo, se si pensa che il precedente broadcaster per un triennio aveva pagato complessivamente 46 milioni. La rescissione dell'accordo fra Premier League e Suning rischia di portare un danno economico rilevante per i club della massima serie inglese.
La Liga sarà un affare di DAZN e Telefonica fino al 2032. Ma come si colloca questo accordo rispetto a quelli degli altri principali campionati in Europa? Chi incassa di più? La Premier League, come noto, occupa il primo posto con quasi 2 miliardi di euro a stagione dalle emittenti che detengono i diritti a livello nazionale. Non distante - quantomeno a livello nazionale - anche la Serie A, che per la cessione dei diritti tv a DAZN e Sky incassa circa 900 milioni di euro a stagione. Infine, il capitolo più complicato: quello relativo alla Ligue 1 - 78,5 milioni a stagione da BeIn Sports fino al 2028/29.
La Premier League sfonda nel mercato cinese. I diritti televisivi delle gare del campionato d’Oltremanica sono stati venduti in Cina per circa 660 milioni di euro. Secondo quanto indicato dalle agenzie di stampa internazionali ad aggiudicarseli è stata la piattaforma streaming PPTV che dal settembre 2013 è di proprietà del gruppo Suning, lo stesso che detiene la maggioranza dell’Inter, e che ha già i diritti della Liga spagnola. L’accordo triennale a partire dalla stagione 2019/20 non è ancora ufficiale ma sarebbe il più grande sottoscritto all’estero dalla Premier League. Il precedente accordo della Premier League in Cina valeva circa 24 milioni di dollari (la Super Sports Media di Pechino ha in portafoglio i diritti attuali che ha pagato circa 145 milioni di dollari per sei anni fino alla stagione 2018/19). Al momento la Premier League detiene i contratti più ricchi del mondo nella distribuzione dei diritti all’estero. In particolare i più significativi sono quello da 1 miliardo di dollari in 7 stagioni per il mercato statunitense, ovvero 167 milioni di dollari a stagione, 133 milioni di dollari arrivano invece da Hong Kong dove il contratto triennale è stato siglato a 400 milioni di dollari l’anno.

Il mondo del calcio ha subito una profonda trasformazione economica negli ultimi decenni, passando da un modello dominato dai "mecenati" - ricchi presidenti disposti a investire fortune personali nei club - a uno in cui le emittenti televisive rappresentano la principale fonte di ricchezza. Questo spostamento ha ridisegnato le gerarchie del calcio europeo, con la Serie A che ha perso il suo primato a favore della Premier League.
Negli anni '90 e nei primi anni 2000, la Serie A era considerata la lega più ricca e competitiva al mondo. Club come Milan, Juventus, Inter e Roma attiravano i migliori talenti globali grazie agli investimenti massicci dei loro presidenti. Silvio Berlusconi, al timone del Milan, rivoluzionò il calcio italiano con spese faraoniche, portando stelle come Ruud Gullit, Marco Van Basten e Frank Rijkaard, vincendo diverse Coppe dei Campioni/Champions League. Similmente, Massimo Moratti all'Inter e Franco Sensi alla Roma iniettarono capitali personali per competere ad alti livelli, seguiti da Callisto Tanzi al Parma, Sergio Cragnotti alla Lazio e Umberto Cecchi Gori alla Fiorentina, creando un circolo virtuoso che vide la Serie A dominare l'Europa: tra il 1989 e il 1999, le squadre italiane vinsero 13 trofei continentali, inclusi record di trasferimenti e sei Palloni d'Oro. Questi "mecenati" non solo finanziavano acquisti stellari, ma elevavano lo standard complessivo della lega. Tuttavia, questo modello si basava principalmente su fortune personali o delle aziende gestite dai presidenti. Cosicché, la dipendenza dalla volontà dei mecenati e dalla buona salute delle loro aziende, col passare degli anni ha rappresentato un grosso limite.
Inoltre, il sistema si basava su debiti e artifici contabili, come le plusvalenze, che portarono il governo italiano a emanare nei primi anni del 2000 una legge per spalmare gli ammortamenti, così da aiutare i top club in grave crisi finanziaria. In seguito, scandali giudiziari come Calciopoli danneggiarono l’immagine della Serie A, aggravando ulteriormente la situazione. A tutto questo bisogna aggiungere stadi obsoleti e la mancanza di infrastrutture moderne che limitarono i ricavi alternativi, rendendo i club dipendenti dagli investimenti personali dei proprietari.
Dal 2010 in poi, con la crisi economica globale e le regolamentazioni più stringenti come il Financial Fair Play, gli investimenti dei presidenti si ridussero drasticamente. La Serie A, un tempo "la NBA del calcio", vide i suoi club ridimensionarsi: i ricavi TV domestici rimasero stagnanti intorno ai 930 milioni di euro annui fino al 2023, con il nuovo accordo con DAZN e Sky per il periodo 2024-2029 che continua a valere circa 900 milioni di euro l'anno.
Al contrario, la Premier League ha capitalizzato l'esplosione dei diritti televisivi per diventare la lega più ricca al mondo. Dal 2010, i ricavi TV inglesi sono cresciuti esponenzialmente: il deal domestico 2010-2013 valeva 1,773 miliardi di sterline, mentre quello per il 2025-2029 ha raggiunto complessivamente 6,7 miliardi di sterline (circa 8,4 miliardi di dollari). Aggiungendo i diritti internazionali, la Premier League incassa oltre 3,1 miliardi di sterline annui, permettendo ai club di investire senza dipendere da proprietari miliardari. Questo modello collettivo - con una distribuzione equa dei ricavi TV tra i 20 club - ha creato un circolo virtuoso: appeal globale, stadi moderni e marketing aggressivo hanno attirato investitori esteri. Di conseguenza, la Premier League ha soppiantato la Serie A come destinazione preferita per i top player.

Il confronto tra le due leghe evidenzia lo spostamento della ricchezza. Negli anni '90-2000, la Serie A beneficiava di investimenti diretti dei presidenti (fino a centinaia di milioni personali), ma questo portò a instabilità finanziaria. La Premier League, invece, ha puntato sui diritti TV dal 2010, con ricavi che hanno quadruplicato quelli della Serie A, rendendo i club inglesi autosufficienti e competitivi a livello globale.
L'Inghilterra ha trasformato il calcio in un business globale, con accordi TV miliardari. Ma come ci è riuscita? Questo balzo non è stato un'anomalia isolata, ma il risultato di dinamiche di mercato specifiche che hanno reso il prodotto Premier League un "must-have" per i broadcaster. La Serie A dovrebbe guardare a queste dinamiche per cercare di aumentare i propri incassi televisivi.
La Premier League ha visto mediamente aumentare il valore dei propri diritti TV di circa il 65-70% per ogni accordo.
- 1997-2001 a 2001-2004: Da £670 milioni a £1.1 miliardi, un aumento del 64%. Trainato dall'espansione di Sky e dall'interesse per pay-per-view.
- 2004-2007 a 2007-2010: Da £1.024 miliardi a £1.706 miliardi, un aumento del 67%. Influenzato dall'arrivo di Setanta Sports e dalle nuove regole UE contro i monopoli.
- 2010-2013 a 2013-2016: Da £1.782 miliardi a £3.018 miliardi totali, un aumento del 69%. Simile al 2016-2019, guidato dall'ingresso di BT come challenger a Sky, e dall'aumento delle partite live.
Questi picchi mostrano un pattern: aumenti significativi quando nuovi player entrano (es. BT, Setanta) o quando il prodotto evolve (più partite, appeal globale). L'aumento, infatti, è stato trainato da una combinazione di fattori strutturali e congiunturali che hanno elevato il valore percepito della Premier League per le emittenti:
- Concorrenza Intensa tra Broadcaster: Prima Setanta e poi nel 2015 BT Sport sono emersi come rivali aggressivi per Sky Sports, che aveva dominato il mercato. BT, supportato dal suo business nelle telecomunicazioni (broadband e telefonia), ha puntato sui diritti TV per espandere la sua base abbonati. Questo ha creato una "guerra di offerte" che soprattutto nel ciclo 2016-19 ha spinto i prezzi al rialzo. Sky ha finito per pagare £4.2 miliardi (83% in più rispetto al ciclo precedente), mentre BT ha speso £960 milioni (18% in più), per un totale che ha superato le aspettative del mercato. Senza questa rivalità, l'aumento sarebbe stato più modesto, come nei cicli precedenti.
- Crescita dell'Appeal Globale e Domestico: La Premier League ha beneficiato di un boom di audience, con partite più competitive e imprevedibili grazie a una distribuzione equa dei ricavi TV. Nel 2014-2015, la lega ha visto un aumento del 25% nei ricavi totali, trainato da sponsorizzazioni e merchandising legati alla visibilità TV. Inoltre, l'aumento delle partite live trasmesse (da 154 a 168) ha reso il pacchetto più attraente, giustificando la spesa per i broadcaster che potevano monetizzare attraverso abbonamenti e pubblicità.
- Evoluzione del Mercato Pay-TV e Quad-Play: Sky e BT hanno usato i diritti per bundling con servizi broadband, telefonia e mobile (il cosiddetto "quad-play"). Questo ha reso i diritti uno strumento strategico per acquisire e trattenere clienti, non solo per generare ricavi diretti dalle pubblicità. Il valore per partita è salito a £10 milioni, un 56% in più rispetto al precedente ciclo, picco massimo poi sceso a £6,2 milioni, riflettendo il ROI percepito. In un'era di crescita del consumo video, questo ha reso l'aumento sostenibile, senza segni di sovrastima (come cali di audience post-deal).
- Impatto Economico Positivo: L'aumento ha generato un circolo virtuoso: club come il Liverpool hanno visto i ricavi TV salire da £97.5 milioni a £152 milioni potenziali, supportando investimenti in talenti e infrastrutture. Anche i club retrocessi hanno beneficiato di "parachute payments" più alti, riducendo instabilità finanziaria.
Aumenti del 70% o più tra un accordo TV e l’altro sono comuni anche in altri sport, specialmente in leghe USA dove la concorrenza tra network e streamer è feroce:
- NFL (2011-2022 a 2023-2033): Da ~US$4.95 miliardi annui a US$10 miliardi annui, un aumento del 102%. Giustificato da audience record (18.6 milioni medi) e ingresso di Amazon/Netflix per lo streaming.
- NBA (2016-2025 a 2025-2036): Da US$2.66 miliardi annui a US$6.9 miliardi annui, un aumento del 160% (2.6x). Trainato da fan giovani (età media 38), streaming (Amazon, NBC Peacock) e globalizzazione.
- NHL (2014-2021 a 2021-2028): Da US$200 milioni annui a US$625 milioni annui, un aumento del 213%. Grazie a ESPN e TNT, con focus su playoff e crescita audience.
- College Football Playoff (2015-2026 a 2026-2032): Da ~US$470 milioni annui a US$1.3 miliardi annui, un aumento del 177%. Espansione playoff e monopolio ESPN.
- Formula 1 (USA, 2018-2022 a 2023-2025): Da ~US$5 milioni annui a US$85 milioni annui, un aumento del 1600%. Boom post-Drive to Survive e ESPN.
Questi esempi mostrano che aumenti notevoli del valore dei diritti televisivi sono tipici quando c'è innovazione (streaming, più partite) e concorrenza, rendendo il caso della Premier League non anomalo ma parte di un trend globale.
Abbiamo visto che l’elemento decisivo che in prima battuta stimola l’aumento del valore dei diritti televisivi non è la qualità del prodotto, ma la concorrenza tra broadcaster, magari sollecitata da esclusive mirate che possano far correre il rischio a un emittente di perdere completamente la sua fan base di abbonati a discapito di un’altra emittente. Tale rischio, ad esempio, ha fatto sì che Sky pagasse i diritti TV della Premier l’83% in più rispetto al ciclo precedente. Questo è stato il “grimaldello” del successo di cui tutt’ora oggi possono beneficiare i club inglesi. Chiaramente, a tutto ciò poi si è aggiunta la qualità del prodotto, aumentata grazie ai soldi delle stesse emittenti televisive, e una fanbase internazionale che si è espansa sempre di più in tutto il mondo. Ma quelle sono state le conseguenze del primo “masso” cascato dalla cima della montagna e che poi ha generato la valanga a cui assistiamo oggi.
Il compito della Serie A, ormai rimandato al 2029 quando scadrà l’attuale accordo (salvo risoluzioni anticipate), sarà quello di individuare il “masso” grazie al quale far partire la valanga che produrrà la ricchezza che oggi vediamo in Premier. Al momento i giganti della tecnologia USA (Amazon, Apple, Google, Meta) non hanno ancora deciso di investire pesantemente sui diritti calcistici europei, limitandosi a investimenti più contenuti (vedi quello fatto da Amazon sulla Champion’s League).
L'ingresso di tali emittenti "tecnologiche" potrebbe accelerare la crescita della Serie A trasformandola in un prodotto più globale e accessibile, riducendo il gap con la Premier League. Questi player, infatti, possono già contare su una base importante di utenti abbonati ai loro servizi (es. Amazon Prime o Apple TV) e, quindi, se studiassero offerte sportive combinate con i propri servizi, avrebbero a disposizione una fan base potenzialmente molto più grande rispetto a quella che oggi paga per vedere DAZN. Ad esempio, Amazon potrebbe creare un bundle Serie A con Prime (incluso shopping e video), riducendo il costo percepito per l'utente, o Apple potrebbe integrare la Serie A in Apple TV+ per attrarre fan europei. Ma non solo: un bando per i diritti tv costruito in un certo modo, consentirebbe ai giganti tech di creare più offerte per invogliare tutti i tipi di utenti: l’appassionato che vuole guardare tutte le partite della Serie A, oppure quello che segue solo la sua squadra del cuore. Ciascuno potrebbe pagare di più o di meno in base a ciò che vede.
Il valore più basso dei diritti della Serie A (circa 900 milioni euro annui domestici per il ciclo 2024-2029) rispetto alla Premier League, li renderebbe un "entry point" attraente per testare mercati europei senza rischi eccessivi. La concorrenza da parte di Apple e Amazon potrebbe far salire il valore dei diritti TV della Serie A del 20-50% rispetto agli attuali ~900 milioni euro annui, portando potenzialmente il valore del mercato domestico a 1,1-1,35 miliardi euro annui nel prossimo ciclo (post-2029). Questa stima si basa su trend osservati in altri mercati: l'ingresso di tech giants ha intensificato la competizione, aumentando i valori medi del 30-100% grazie a guerre di offerte e appeal globale. Ad esempio, negli USA, Amazon ha contribuito a un aumento del 102% per i diritti NFL e del 160% per quelli NBA.
Dunque, la Serie A potrebbe cogliere questa opportunità per cercare di coinvolgere attivamente uno di questi player con una esclusiva (possibile grazie all’annunciato cambio della Legge Melandri) che possa tentare di stimolare la concorrenza e costringere SKY e DAZN a rilanci, in una guerra commerciale simile a quella accaduta in Inghilterra.
La Premier ha trovato il suo “masso” tra il 2010 e il 2013, riuscendo a stimolare la concorrenza interna dei propri diritti televisivi, in un’epoca in cui il FFP ha, di fatto, contribuito a porre fine all’era mecenati italiani. Una combinazione di fattori che è stata letale per la Serie A e benefica per la Premier League. Riuscirà il calcio italiano a trovare il suo “grimaldello televisivo”?
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PPTV non aveva pagato due rate per i diritti del campionato inglese durante lo stop per la pandemia del 2020. L’emittente televisiva cinese PPTV, di proprietà di Suning, è stata condannata a pagare alla Premier League inglese circa 188 milioni di euro (213 milioni di dollari) dall’Alta Corte di Londra per non aver rispettato gli accordi sui diritti tv del campionato. La Premier ha rescisso l’accordo l’anno scorso dopo che PPTV non ha pagato due rate dei diritti dovuti, citando una modifica al programma causato dalla pausa forzata di cento giorni per la pandemia di Covid nel 2020 e dalla mancanza di tifosi negli stadi quando le partite sono riprese nel mese di giugno. Il giudice ha respinto le argomentazioni del servizio di streaming dei proprietari dell’Inter, condannandoli anche al pagamento di interessi e spese legali.
Un approfondimento condotto da Goal.com, calciomercato.com e Calcio&Finanza ha messo in evidenza le differenze economiche tra le cinque principali leghe europee relativamente agli incassi sui diritti televisivi e di conseguenza sui soldi che incassano le società. Ciò che è saltato subito all'occhio è la cifra incassata dallo Sheffield United nell'ultima stagione di Premier League, conclusa con l'ultima posizione in classifica. La società inglese ha incassato 102 milioni di euro, una cifra maggiore - di appena un milione di euro - rispetto a quanto incassato dall'Inter prima in classifica in Serie A (101 milioni di euro). Questo è dovuto sia ad una diversa formula di distribuzione dei soldi incassati dalle leghe dai diritti televisivi, sia alle cifre molto più alte rispetto alla Serie A - in questo caso - incassate dalla Premier League.
| Lega | Ricavi Annuali |
|---|---|
| Premier League | ~3,5 |
| LaLiga | ~1,3 |
| Bundesliga | ~1,0 |
| Serie A | ~1,0 |
| Ligue 1 | ~0,5 |
Queste cifre permettono al Man City - vincitore dell'ultima Premier League - di incassare 226 milioni di euro, staccando il Real Madrid - Campione de LaLiga - che si deve accontentare di 159 milioni di euro. Seguono Inter e Bayer Leverkusen - rispettivamente Campione d'Italia e di Germania - con 101 milioni e 84 milioni di euro. Chiude la classifica il PSG - vincitore della Ligue 1 - con appena 60 milioni di euro.
Ma se andiamo a vedere la percentuale che le cinque vincitrici delle rispettive leghe incassano sul totale dei diritti televisivi, possiamo notare come i Citizens siano ultimi con il 6,31%, mentre i parigini si prendano una fetta del 12,12%. Poco più dei Blancos (11,58%). I nerazzurri e le aspirine invece sono ferme al 9,42% e 7,73% sul totale incassato da Serie A e Bundesliga.
L'analisi quindi continua sul valore e sul peso della prima posizione in ognuna delle cinque principali leghe europee. La fetta dei diritti tv legata a chi conquista la prima posizione (nell'incasso totale delle squadre infatti si prendono vari fattori - oltre ad una quota fissa per tutti: dalla posizione in classifica al bacino di tifosi, passando per chi fa giocare più giovani, ecc ecc. Questi fattori cambiano da lega a lega) in Premier League è di circa 81 milioni di euro (il 2,26% rispetto ai 3,5 miliardi annui incassati dalla lega inglese), segue la Bundesliga con 32,5 milioni di euro (3% rispetto ai ricavi totali della lega tedesca), il podio viene completato da LaLiga con 20,4 milioni di euro (circa l'1.5% del totale incassato dalla lega spagnola).
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