L’incontro tra il Sermig e i giovani appartiene da sempre alla nostra storia. Con Ernesto eravamo giovanissimi quando abbiamo scelto di condividerci con i poveri lontani e abbiamo dato vita al Servizio Missionario Giovani. Il Vangelo ci insegna una filosofia educativa che tiene in considerazione la persona nella sua interezza. “Solo uno sviluppo armonioso del corpo, del cuore, della mente e dell’anima porta l’uomo e la donna alla pienezza. Ogni giornata vissuta al Sermig offre molti stimoli e possibilità. Ogni giovane può diventare protagonista sia nel fare che nel pensare. Il fare va nutrito con uno spazio in cui si dà un nome a quello che si è vissuto; solo conoscendo si dà il giusto valore a ogni cosa e si trovano le motivazioni per cambiare il proprio stile di vita. Molti giovani hanno sempre sentito parlare di Dio in terza persona, lo percepiscono distante, estraneo alla loro storia personale. Nei nostri percorsi offerti ai giovani trova uno spazio importante la dimensione della preghiera, della spiritualità, dell’interiorità. Trattare i giovani con serietà richiede oggi di proporre loro direttamente ciò che per noi è più prezioso: l’incontro con Dio. È Gesù il Maestro che i giovani hanno bisogno di incontrare, la Presenza fondamentale della nostra vita, senza cui il Sermig non sarebbe ciò che è, né farebbe ciò che fa.
“Se i giovani avranno il coraggio di rivolgere la vita a ideali grandi, il mondo cambierà, è già cambiato. Io scommetto su di loro. E loro saranno il nuovo popolo, il popolo con il cuore nuovo, che annunzierà cose grandi e impensabili, che oggi ancora non si conoscono”.
L’Arsenale della Pace è oggi una porta sul mondo aperta 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. Profezia di pace, monastero metropolitano, è un punto di incontro tra culture, religioni, schieramenti diversi per conoscersi, dialogare, camminare insieme. È un riferimento per i giovani che hanno voglia di dare un senso alla propria vita. È una casa sempre aperta per chi cerca un soccorso: madri sole, carcerati, stranieri, persone che hanno bisogno di cure, di casa, di lavoro. È un luogo di preghiera dove chiunque può sostare, incontrare il silenzio e Dio. È un sogno che permette a chi lo desidera di restituire qualcosa di se’: tempo, professionalità, beni spirituali e materiali.
Il Sermig offre ospitalità residenziale al bambino malato e alla sua famiglia per tutto il periodo necessario alle cure ma anche per i successivi controlli trimestrali, semestrali e annuali, che avvengono a volte fino a cinque anni dopo il loro primo arrivo. La media di permanenza continuativa di ogni famiglia nella nostra casa è di circa un anno e mezzo. La vita in una casa accogliente, la presenza della Fraternità del Sermig e dei volontari che si affiancano ogni giorno offrono ai bambini un clima sereno, ricco di proposte ludiche ed educative (è stato attivato il servizio di assistenza scolastica domiciliare). I bambini vanno dritto al punto. Madina non ha tempo da perdere, bisogna andare a giocare e mentre tira per la maglia verso la sala giochi dà la risposta più spontanea. Cos’è il Sermig per te? Lo dice nella sua lingua: dom, casa. Non ha dubbi, nessuna esitazione. Tra una caramella rubata e la bocca piena di cioccolatini ci dice: “Io ero piccola, ora sono grande”. È proprio così: cresciamo insieme. Anche la mamma conferma: “Appena siamo volati qui, avevamo paura, ma siamo subito stati accolti bene. Sono passati due anni da quando ci conosciamo. Ora ho in pancia la mia quarta figlia”. Casa Vita ai Bambini non ha un termine prestabilito, è una casa per i bambini che hanno una malattia grave e continua a esserlo per loro e per la mamma o il papà che li accompagna finché ce n’è bisogno; anche quando i bambini sono guariti e tornano per i controlli, sanno di trovare non solo quattro mura e un letto, ma delle persone, degli amici che li aspettano e che sperano insieme nei risultati degli esami. È questa la forza di questa accoglienza portata avanti da tanti volontari che si rendono disponibili a ogni necessità. Anche di sera suona il campanello e arriva Anna per fare una puntura. Ognuno mette a disposizione il suo tempo e i suoi talenti.

Il Laboratorio del Suono dell’Arsenale della Pace ci ha imprestato un’arpa che grazie ad Arianna diventa una calamita per tutti in un concerto serale dove tutti sono coinvolti e provano a suonare. Silvio ogni settimana porta le famiglie a fare la spesa e nel tempo che si radunano ci ringrazia per la possibilità che ha di fare del bene: “Quando vengo qui, si muove la vita, si muove il cielo”. È una bella responsabilità da condividere con tanti che si sentono custodi di questa casa e dei piccoli ospiti che la abitano. Franco ha saputo di una bella iniziativa qui vicino e ci ha subito informato perché potessimo andare in gita. Virginia, Flavia, Elisabetta sono la squadra che insegna l’italiano. Quello che proviamo a vivere è la normalità di una casa. Per Sermig da Aizada. È il disegno che ci ha regalato una bambina. Per Sermig: non c’è il nome di una persona perché il Sermig è così: non è uno, è una famiglia. E questi bambini lo sanno bene! Bambini che da tanto tempo hanno paura, per loro non è una novità il rischio di prendersi un virus; bambini che la mascherina la portano da sempre, da quando hanno iniziato a frequentare l’ospedale, e così pure il disinfettante per le mani. Bambini che passano anche mesi chiusi in una stanza senza poter mai vedere, abbracciare nessuno. Bambini che non vanno a scuola, ma fanno lezione nei lunghi pomeriggi in casa con la scuola che viene a domicilio apposta. Baiel mussulmano di 12 anni si alza di colpo dal tavolo: è ora della preghiera! Dopo poco torna per finire il gioco che stavamo facendo insieme: “Ho pregato per il Sermig!”. Nelle nostre case ci sarà sempre posto per tutti, per chi in queste case può sentirsi al sicuro. La vita per loro e per noi qui è quella di sempre, continuiamo a condividere le gioie e i dolori della loro malattia, del loro essere bambini. Poi arriva Madina, 5 anni, che ti chiede di disegnarle un cuore e lei dopo averlo colorato te lo regala soddisfatta.
L'Arsenale della Pace: Da Fabbrica di Armi a Monastero Metropolitano
Era un Arsenale di guerra, una fabbrica di armi. Il risultato? L’arsenale nasce nel 1580 come fabbrica di polveri da sparo per poi evolversi nel corso dei secoli. Dopo l’incendio del 26 aprile 1852, per volere del re Vittorio Emanuele II la struttura viene trasformata in “Arsenale delle costruzioni di Artiglieria di Torino”, la prima fabbrica di armamenti della storia italiana: un’area di 45mila metri quadrati, fino a 5mila operai coinvolti. Da qui, uscirono gran parte delle armi usate dall’esercito sabaudo e italiano nelle guerre del risorgimento e nelle guerre mondiali. Dismesso nel secondo dopo guerra, il 2 agosto del 1983 il rudere dell’arsenale viene affidato ai giovani del Sermig che decidono di farne una casa di pace. La riconversione di quel luogo attira e coinvolge centinaia di migliaia di giovani e adulti da tutta Italia e dall’estero. Lavoro gratuito, volontariato e disponibilità.

Un Servizio Medico Volontario al Cuore della Comunità
All’Arsenale della Pace opera un servizio medico volontario, aperto dal 1989, per dare possibilità di cura a tutte le persone che non trovano soluzioni nel Servizio Sanitario pubblico e per le quali è economicamente impossibile affrontare la spesa di visite mediche private. Insieme ai medici operano farmacisti, infermieri nonché volontari per l’accoglienza, per lo smistamento dei farmaci che vengono donati gratuitamente, per le pulizie. Nel tempo sono nate collaborazioni con altri servizi, volontari (Cute Project, Osteopati per l’infanzia) o del SSN (CPO). Oggi, il desiderio di essere vicini ai bisogni della gente che bussa alla nostra porta ci continua a interpellare e si incontra con situazioni di fragilità e difficoltà economica sempre più in aumento. Tutto è come sempre possibile grazie a chi ci sostiene.
Il primo edificio dell’Arsenale della pace era ancora in ristrutturazione quando siamo stati interpellati dalle necessità dei primi migranti in arrivo a Torino: mancavano posti dove passare la notte. A partire da una intuizione di Ernesto Olivero, abbiamo deciso di aprire un’accoglienza notturna gestita con l’aiuto di alcuni volontari. Abbiamo così deciso di affiancare all’accoglienza notturna un piccolo ambulatorio: due pomeriggi la settimana, grazie alla disponibilità di due medici volontari. Un servizio che volevamo fosse aperto a chiunque avesse un problema sanitario che rimaneva senza risposta. Riuscivamo anche a fornire i farmaci necessari, che ci donavano farmacisti e colleghi, perché per i nostri “pazienti” senza risorse era indispensabile non ricevere solo una diagnosi corretta ma anche la cura adeguata. Il passaparola tra le persone e nei Pronto Soccorso degli ospedali di Torino ha gradualmente aumentato gli accessi e la Provvidenza ci ha aiutato ad adeguare la nostra risposta con un maggior numero di medici disponibili. Nel tempo è stato possibile aprire l’ambulatorio tutti i giorni, da lunedì a venerdì, affiancando alla medicina generale varie specialità. La quotidianità dell’incontro con tante persone di differenti provenienze e cultu - re ci ha insegnato l’attenzione a guardare oltre la semplice richiesta di aiuto per ricevere una cura. Ci ha interrogato su altri problemi sommersi dei quali forse gli stessi pazienti non si accorgevano perché - ai loro occhi - meno urgenti. Dopo alcuni anni, siamo riusciti ad aprire uno studio odontoiatrico grazie alla disponibilità di due volontari dentisti che ancora oggi proseguono il loro servizio affiancati da una quindicina di colleghi. Tra di loro anche alcuni giovani che mentre si arricchiscono di esperienza si appassionano e cercano di coinvolgere i loro compagni di studi in questa catena di dono di competenze e di solidarietà. Un'altra preziosa risorsa è stata l’offerta di un ottico amico di mettere a disposizione la sua professionalità per fornire gli occhiali a chi ne aveva bisogno. La bellezza e la fatica di questa opera aiuta noi a i nostri volontari a tenere sempre il cuore aperto, a dialogare con le persone, a cercare la collaborazione di tanti per non fermarsi davanti a un problema. Ma anche è nostro impegno guidare e aiutare i pazienti a conoscere quali sono i loro diritti, a darsi da fare per trovare insieme le risposte ai loro problemi non solo sanitari. Per molti, la presenza di una mediatrice culturale araba facilita certamente il sentirsi accolti, lo spiegare i loro problemi, il capire meglio le prescrizioni. E questo aiuta alcuni di loro a entrare nello stesso spirito di condivisione. Da sempre molti pazienti si fanno “mediatori” per i loro amici che non conoscono la lingua italiana. Capita anche che qualche mamma porti un dolce preparato da lei per ringraziare della disponibilità e cure ricevute. A chi ci chiede come facciamo a mantenere un tale servizio complesso, oneroso e prezioso, la nostra risposta è: la gratuità. È il valore fondante che permette a tanti di restituire tempo, beni, competenze e professionalità a favore di chi non può permettersi neppure di curarsi. Anche nel periodo del Covid, durante i tre mesi di lockdown, siamo riusciti a tenere aperto il centro medico tre giorni la settimana applicando tutte le regole di prevenzione a igiene sanitaria per tutelare i tre medici disponibili al servizio. In quel periodo abbiamo imparato ancora meglio cosa significa “far bene il bene”, principio che governa ogni servizio dell’Arsenale.

Il bene cercato per gli altri apre strade e progetti nuovi. Da anni abbiamo stretto collaborazioni con Servizi pubblici o di volontariato per offrire anche la prevenzione dei tumori femminili e delle malattie infettive. E anche la chirurgia plastica ricostruttiva, il supporto psicologico alle famiglie e ai minori in difficoltà. È iniziato anche un partenariato con l’optometria dell’Università di Torino che permette agli studenti di effettuare un tirocinio curricolare presso il nostro ambulatorio di ottica accompagnati da professori e tecnici. È un modo per avvicinare anche i giovani a quella parte di mondo che spesso non conoscono e fanno fatica a comprendere. La nostra attività intanto si allarga lentamente ma decisamente. Da due anni siamo riusciti a offrire le visite medico-sportive non agonistiche per i tanti bambini che dovrebbero pagare per avere il certificato. L’ultimo segno di questo bene, che si allarga e contagia, è la presenza di un terapista che, insieme al servizio dell’osteopata già attivo, lavora sul controllo posturale dei bambini e li aiuta a imparare posizioni e funzioni motorie corrette. E le mamme sono grate di questa opportunità preziosa. Abbiamo ancora sogni? Certamente, soprattutto quello di rendere accessibile a tutti la possibilità di curarsi e di sentirsi considerate persone con pari diritti e dignità.
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