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Sono trascorsi vent’anni esatti dal 25 maggio 2005, ma Carlo Ancelotti non è mai più riuscito a guardare per intero quella partita: «È stata la mia migliore finale da allenatore. Ho rivisto solo il primo tempo - confidò anni fa a Goal -, durante il secondo ho rotto la tv». E ancora: «Non avremmo potuto vincere ai rigori, la testa dei calciatori non era sgombra». Il Milan si rifarà, battendo il Liverpool la sera del 23 maggio 2007 ad Atene, con doppietta di Inzaghi, ma quei fantasmi di Istanbul restano vivi a vent’anni da allora.

Harry Kewell, l’australiano del Liverpool, disse che «il Milan avrebbe dovuto vincere nel 2005 e noi quella del 2007». Shevchenko raccontò a 7 di non aver dormito per tre mesi dopo quella partita «che so a memoria» e di essersi svegliato gridando nella notte. Nella primavera del 2004, il Milan s’era fatto rimontare dal Deportivo La Coruña ai quarti di finale di Champions League, perdendo per 4-0 in Spagna dopo l’andata a San Siro in cui i rossoneri avevano vinto per 4-1. A un anno di distanza, il Milan subiva una rimonta ancora più inspiegabile.

Storia di Milan-Liverpool 3-3

Il Milan si presentava col consueto 4-3-1-2 ancelottiano, approvato dal presidente Berlusconi, per cui «giocare con due punte significa “sono qui per vincere”», e dall’amministratore delegato Galliani per cui «il Milan è nato per giocare con quattro difensori, una mezzapunta e due punte». Dunque, Kaká mezzapunta, Shevchenko e Crespo punte. La finale era iniziata benissimo.

Completamente smarcato, Paolo Maldini aveva segnato dopo appena cinquanta secondi, al volo, su una punizione battuta da Pirlo. Lo aveva predetto Ancelotti, «segneremo nei primi tre minuti». A parte un’occasione di Sami Hyypiä parata da Dida, il Diavolo era andato a un passo dal raddoppio - ah, il salvataggio sulla linea di Luis García su colpo di testa di Crespo... - e lo aveva trovato.

Shevchenko al 28’ s’era visto annullare un gol (pare fosse regolare) dal guardalinee Martinez Samaniego e poco dopo aveva chiesto un rigore per una trattenuta di Traoré. A quel punto, si è scatenato Hernán Crespo, che era in dubbio per quella finale (aveva interrotto l’allenamento zoppicando pochi giorni prima) ma in cinque minuti adesso firmava una doppietta. Prima, al 39’, su assist di Shevchenko. Poi, al 44’, servito da uno dei passaggi filtranti più belli che si siano mai visti nella storia del calcio, di Kaká. Il telecronista, Compagnoni, non aveva dubbi: «C’è una sola squadra in campo». «Ogni volta che parte Kaká, è un lampo nel buio», aggiungeva, in estasi, José Altafini.

Paolo Maldini che segna il primo gol

I sei minuti che cambiarono la storia

Non si sa con certezza che sia successo nell’intervallo. Forse, il Milan stava già festeggiando. Forse, dallo spogliatoio del Liverpool si sentiva davvero You’ll Never Walk Alone cantato dai tifosi inglesi. Il capitano, Steven Gerrard, chiese di restare solo coi compagni: «Se segnassimo nei prossimi quindici minuti, vinceremmo noi». Si materializzarono i sei minuti più assurdi nella storia di una finale di Champions League.

Al 54’, la zuccata di Gerrard su cross di John Arne Riise. Al 56’, il destro di Smicer da fuori area. Al 60’, il calcio di rigore - inizialmente parato da Dida - realizzato da Xabi Alonso e guadagnato da Gerrard in un contrasto col numero otto avversario, Gattuso. Traoré salverà sulla linea un tiro di Shevchenko. Poi, ai supplementari, una chance di Jon Dahl Tomasson e la doppia parata su Shevchenko di Jerzy Dudek, che nella sua autobiografia definirà «la più grande della mia carriera. Stavo per gridare: “Colpiscimi, sono qui”».

Jerzy Dudek che para un rigore

L'eroismo di Dudek e l'amarezza rossonera

L’eroe della finale è stato lui, il portiere polacco di cui i tifosi sottolineavano le topiche (una, particolarmente comica, nel 2002 valse un gol di Diego Forlán del Manchester United). Ai rigori, danzando sulla linea di porta come Grobbelaar nel 1984 con la Roma - pare che gliel’avesse detto Jamie Carragher - Dudek ipnotizzò Pirlo, dopo l’errore di Serginho. Segnarono Tomasson e Kakà, non Riise. E Dudek parò l’ultimo tiro dagli undici metri, quello dell’allora detentore del Pallone d’oro, Shevchenko.

Jamie Carragher disse di non essersi mai riuscito a spiegare «come diavolo abbiamo fatto a vincere». Diego Armando Maradona aggiungerà che «una partita così, con quel Milan sul tre a zero, non l'avrebbe rimontata neanche il Brasile del Mondiale '70», quello di Pelé, Jairzinho, Rivelino e Tostão. Al sito UEFA, Paolo Maldini lamenterà: «La cosa che fa ridere è che ho giocato otto finali di Champions League e ne ho vinte cinque, ma la più ricordata è quella del 2005». Di Maldini ce n’era stato uno in ogni finale disputata dai rossoneri: prima di Paolo, il capitano più vincente nella storia del Milan (ventisei trofei), c’era stato suo padre Cesare nel 1963. Ancelotti, che aveva già vinto tutto sia da calciatore che da allenatore del Milan, compresa la Champions nel 2003 contro la Juventus, rivelerà il suo sogno di allenare prima o poi il Liverpool. Di fatto, però, delle tre finali raggiunte tra il 2003 e il 2007, il Milan ha perso quella che certamente ha giocato meglio e che settava un nuovo record di autodistruzione dopo La Coruña.

Steven Gerrard che alza la coppa

Analisi dei episodi controversi e il VAR

Rivivi insieme a noi tutti gli episodi controversi del match tra Milan e Liverpool, valido per la prima giornata di Champions League, arbitrato dal signor Espen Eskas. Contrasti al limite, rigori assegnati o negati, falli non fischiati e cartellini meritati o meno. Ecco tutto ciò che di rilevante è successo nella partita in corso allo stadio San Siro di Milano (vinta dal Liverpool 3-1).

La moviola di Milan-Liverpool

  • Minuto 22': CALABRIA SI LAMENTA PER IL PAREGGIO - Il Liverpool pareggia i conti col gol di testa di Konaté, ma Calabria si lamenta per la punizione precedentemente fischiata in favore dei Reds. Per il capitano del Milan, infatti, non c'era il fallo su Gakpo. È vero che Calabria tocca il pallone, ma solo dopo aver steso anche l'attaccante degli ospiti.
  • Minuto 58': MORATA CHIEDE IL RIGORE - I rossoneri cercano il pari, ma Morata si scontra con Gakpo in area. L'attaccante del Liverpool tocca con la mano poi rifila un pestone all'attaccante spagnolo (lo si vede dal replay frontale).

Nel calcio vince chi la mette dentro, scrivevo pochi giorni fa - non importa se di piede, di braccio pieno o di mano. Con buona pace dei nostri mass media, che in stile “Tele Kabul” si sono persi le immagini che lo dimostrano (nonostante fossero state previste telecamere aggiuntive per le riprese personalizzate), il primo goal di Inzaghi nella finale di Champions League contro il Liverpool è quasi di mano e in spinta volontaria, come si è visto alla moviola della TV tedesca DSF e come mostra chiaramente il fotogramma pubblicato dal quotidiano inglese “The Sun”: il pallone rotola sull’avambraccio di Superpippo, giungendo quasi a toccarne la mano.

Immaginate gli ululati da licantropi dei milanisti, di Galliani e dei giornalisti-tifosi rossoneri se una simile “rapina” l’avesse perpetrata il Liverpool? Invece è opera del grande Milan, la squadra più titolata di tutti i tempi. Di diverso parere Gianni Cerqueti e Beppe Dossena in telecronaca su Rai 1. Commento al primo goal di Inzaghi: “Con un po’ di fortuna, ma la sostanza è quella che conta”. Aggiungerà più tardi Dossena che questa coppa “è un altro buon motivo per sentirsi italiano” e che “queste imprese sono riservate solo ai grandi uomini”.

Da noi, desolatamente, il “goal-rapina” è regolare per tutti: per l’ex-arbitro Tombolini, che vede un braccio involontario definito “deviazione efficace”, “tocco assolutamente involontario, perché, anzi (Inzaghi ndr), cerca di scansarsi (!!!)”; per la moviola di “Tuttosport” e per quella di Antonello Capone sulla “Gazzetta dello Sport”, dove si afferma: “Non c’è volontarietà nel tocco di braccio, tenuto volontariamente aderente al corpo”. Una valutazione che fa a pugni con le immagini non mandate in onda da mamma Rai, che avrebbero mostrato una chiara spinta volontaria da parte di Inzaghi. “Siamo uomini veri”, dichiara Pippo sulla Gazzetta, che gli regala un 9 in pagella. Credo che un “uomo vero” - o un “grande uomo”, per dirla con Dossena, sarebbe andato dall’arbitro e avrebbe ammesso l’irregolarità del goal. Al contrario, a “Mercoledì da Campioni” (Rai 1), “Pippo-manolesta” ci fa passare tutti per fessi, affermando che il pallone gli sarebbe rimbalzato sulla testa (!!!).

Ancelotti sulla Gazzetta con involontaria autoironia: “Questo trionfo era nel nostro destino”; “nei suoi goal (di Inzaghi, ndr) c’è sempre qualcosa di speciale”. Si sa: “ogni scarrafone è bello a mamma suia”. Ma la nostra carta stampata è a senso unico. La Gazzetta dello Sport titola “E vai!!!!!!!” con 7 punti esclamativi numerati a significare le 7 coppe rossonere, dedicando 15 pagine alla finale e parlando di “Eurodelirio con Inzaghi”. Assegno al foglio rosa milanese la palma della seconda pagina più sconclusionata, ad opera di Candido Cannavò, che in “fatemi capire” si produce in una lettera aperta al tecnico del Liverpool Rafael Benitez rivendicante il presunto “furto” del 2005: “Caro Rafa Benitez… Guardi il suo mondo capovolto” … “è il settimo trionfo del Milan e tutti ne siamo orgogliosi”… “ringrazi il cielo. Il Milan le ha regalato due anni di bella vita e adesso Ancelotti e i suoi ragazzi si riprendono tutto ciò che gli spettava”…”Il risultato di ieri sera, caro Rafa, è un atto di riparazione, anche se lei non l’ammetterà mai, perché un allenatore s’innamora della sua squadra come di una donna avvincente e, finché la passione dura, non vede altro all’orizzonte”. Proprio come i tifosi e i giornalisti innamorati dello “scarrafone” rossonero.

“Campionissimi” è il titolo del Corriere dello Sport. L’editoriale di Alessandro Vocalelli, intitolato “Fuoriclasse della vittoria”, parla di “Milan straordinario”, il pezzo dell’inviato ad Atene Luigi Ferrajolo di “capolavoro”. “Gran Milan”, troneggia sulla prima pagina di Tuttosport, dove si legge: “Questo successo è un atto di giustizia”. Perlomeno, l’editoriale di Giancarlo Padovan ammette una “deviazione rapinosa e fortuita sulla punizione di Pirlo”. Un plauso a Padovan, che ha il coraggio di ribadire: “ Peccato che, come ho ripetuto (e ripeterò) all’infinito, i rossoneri alla Champions non dovessero - né potessero - essere ammessi e che, invece, vi siano approdati grazie ad una compiacente sentenza all’italiana”.

Tuttosport va in orbita assegnando voti stratosferici ai giocatori del Milan “nell’entusiasmante cavalcata europea”: 10 a Kakà e Ancelotti, 9,5 a Seedorf, 9 a Gattuso, Maldini, Pirlo e Inzaghi. No comment. Altra perla, i voti all’arbitro Fandel da parte dei 3 maggiori quotidiani sportivi italiani. Il tedesco non ha visto (o non ha voluto vedere, data la posizione in cui si trovava) la spinta di mano-braccio di Inzaghi, falsando così il corso di una finale europea dall’enorme posta in gioco e fischiandone in anticipo il termine. Che dire di assegnargli un bel 2? Macché: è 7 all’unanimità . “Stadio” aggiunge: “Considera di spalla il tocco di Inzaghi e al Milan va bene così”.

A chi conoscesse l’inglese e desiderasse confrontarsi con una lezione di stile e di sportività, consiglio la “Guest Column” di Paul Tomkins sul Sito Ufficiale del Liverpool, intitolata “It’s a Great Time To Be a Red”. Non che gli inglesi siano stati irresistibili: tutt’altro. A urtare sono soprattutto le ipocrisie e l’autoesaltazione boriosa.

Nell’immediato dopopartita, mentre nelle strade e nelle piazze di Milano il popolino milanista festeggia trionfalmente la coppa della vergogna lasciandosi alle spalle 20 tonnellate di rifiuti, danni all’arredo urbano per 12.000 € (fonte: “Il Giornale”) e semidistruggendo la mostra internazionale itinerante della “Cow Parade” , ecco giocatori e dirigenti rossoneri presentarsi ai mass media “tronfi e pettoruti”. Kaladze: “Siamo la squadra più forte del mondo”. Kakà: “Grande Milan”. Gattuso: “Ho sempre sentito dire, da quando gioco al calcio, che la Coppa dei Campioni, la Champions League, è più importante e vale 3 o 4 campionati”. Berlusconi: “Abbiamo messo in atto lo slogan che io avevo forgiato per il Milan, ‘più forti dell’invidia, più forti dell’ingiustizia, più forti della sfortuna’”. Definisce il percorso del Milan “costellato di bel giuoco” e i suoi uomini “padroni del campo, padroni del giuoco”.

Galliani confessa di essere corso negli spogliatoi al goal di Kuyt (ma a scongiurare il possibile ripetersi della beffa di Istanbul ci ha pensato Fandel, fischiando in anticipo). Ai microfoni Rai, l’amministratore delegato del Milan parla di “anno migliore di questa società e di questo tecnico”. Galliani sulle reti lombarde in relazione all’Inter: “Abbiamo fatto meglio di loro come ci capita da 5 anni; facciamo sempre meglio in Champions League. Qualche significato l’avrà questa cosa qui…” Alla domanda da studio su un’eventuale sfilata del Milan sul pullman per le vie di Milano risponde: “ Noi vinciamo spesso, non abbiamo bisogno dei bus”. Il bus con i rossoneri e la coppa, per la cronaca, percorrerà il capoluogo lombardo la sera dopo, da via Mario Pagano a Piazza del Duomo, con Ambrosini a esibire uno striscione osceno all’indirizzo degli interisti con la scritta “Lo Scudetto mettilo nel c…”, lo slogan più gettonato negli spogliatoi dopo la vittoria ateniese (come riferito da “Il Corriere della Sera” e come dall’audio mandato in onda da Antenna 3). Ora, lo slogan è urlato a squarciagola dallo stesso giocatore e prontamente ripreso dai compagni e dalla becera folla rossonera. Sullo striscione, in bella mostra per gran parte del corteo, lo Scudetto Tricolore simbolo della vittoria nazionale dell’Inter è cancellato con una croce in segno di disprezzo. A proposito: dov’erano Ancelotti e il grande Capitan Maldini? Dov’era l’”Atleta di Cristo” Kakà, che avrebbe per modello di vita Gesù e vivrebbe secondo la Bibbia facendo del calcio una missione divina? Galliani ai microfoni Rai ai giornalisti che gli chiedono spiegazioni: “Basta, dai, adesso! Vinciamo la Champions e continuate con gli striscioni.. non avete il senso delle cose!” Con questo, il Milan ci consegna appieno il decadimento dei valori di ogni ordine e grado che contraddistingue il nostro sport e i nostri tempi.

Matarrese a “Mercoledì da Campioni” (Rai 1): “Siamo qui per dare lustro al nostro Paese, ma soprattutto perché il nostro calcio esca da questa annata disgraziata, per guardare al futuro con più sincerità”. Proviamoci subito, partendo dal presente: per quanto scomodo possa suonare, il Milan mi è parso un’indegna regina d’Europa sul campo e fuori. Agli annali va la 7° coppa del Milan, alla società la bella cifra di 67 milioni di Euro. Venerdì sera a San Siro impazza la festa rossonera in stile hollywoodiano, con la sfilata dei trofei e Inzaghi grande eroe. Ma l’identikit della miglior squadra europea, la più titolata di tutti i tempi, è sconsolante: coinvolta nello scandalo di Calciopoli, non sarebbe stata neppure abilitata a disputare il torneo; staccata di 36 punti dall’Inter in campionato, gioca un calcio men che mediocre; decide la partita con un goal irregolare, osannata da una schiera di giornalisti-tifosi a senso unico; insulta gratuitamente gli avversari disprezzando lo Scudetto Tricolore italiano. Qualcosa - me ne darete atto - non funziona.

Milan contro Liverpool è una classica di Champions League consegnata alla leggenda dalla doppia finale giocatasi nel 2005 ad Istanbul e nel 2007 ad Atene. La dolorosa sconfitta ai rigori della prima sfida fu vendicata sportivamente due anni dopo con il 2-1 sigillato dalla doppietta di Pippo Inzaghi. Le tre reti realizzate dai Reds in appena 6 minuti - tra il 54′ e il 60′ - appartengono a quell'insondabile che rende meraviglioso ma anche a volte terribilmente crudele lo sport. Dopo il pareggio degli uomini di Benitez, furono in molti a pensare che una sceneggiatura così fantasiosa non potesse che concludersi con la vittoria di Gerrard e compagni, spinti dal vento del destino che avrebbe poi fatto sbagliare i rigori nella sequenza finale a Serginho, Pirlo e Shevchenko.

Il tabellone di Milan-Liverpool a Istanbul dopo la rimonta dei Reds

Una conclusione del match che tuttavia oggi sicuramente sarebbe stata diversa, a prescindere se poi il successo avrebbe premiato ugualmente il Liverpool o invece il Milan. I penalty sbagliati dai rossoneri erano infatti inficiati dalla mancata osservanza del regolamento da parte del portiere dei Reds Dudek: sarebbero stati da ripetere allora e lo sarebbero anche oggi, visto che la regola - pur cambiata - è stata violata in entrambe le sue formulazioni dal numero uno polacco. La differenza tuttavia sarebbe che oggi l'irregolarità di Dudek non la passerebbe liscia, grazie all'introduzione del VAR. All'epoca, sui calci di rigore i portieri potevano muoversi sulla linea dopo il fischio dell'arbitro, ma sempre tenendo i due piedi sulla riga bianca fino al momento in cui il pallone fosse partito dal dischetto. Dopo la nuova regola introdotta dall'IFAB il 2 marzo 2019 e poi successivamente ancora modificata, è sufficiente che il portiere abbia parte di un solo piede che tocchi o sia in linea oppure sia dietro la linea di porta nell'istante in cui l'attaccante calcia il pallone, perché il rigore sia ritenuto valido. Ovviamente nessuno può dire che poi l'esito dei tiri ripetuti da Serginho, Pirlo e Shevchenko - dopo un nuovo balletto di Dudek - sarebbe stato diverso, consegnando al Milan quella Champions League del 2005. Però il rimpianto resta e resterà per sempre.

"Me me stavo seduto là e avevo la testa fra le mani. Pensavo fosse finita". Persino Steven Gerrard, irriducibile capitano del Liverpool, pensava che la finale di UEFA Champions League 2005 fosse finita, dato che l'AC Milan aveva concluso il primo tempo in vantaggio per 3-0. I rossoneri si erano portati in vantaggio con Paolo Maldini grazie a una conclusione al volo su un calcio di punizione di Andrea Pirlo. Il capitano segnava insolitamente di destro all'altezza del dischetto di rigore, forse il vero protagonista della serata.

Il Liverpool iniziava così una delle sue gare più difficili e si lanciava vanamente all'inseguimento di giocatori come Kaká, in gran forma e a tratti imprendibile. A 6' dell'intervallo, il brasiliano avviava il contropiede fulmineo che portava al raddoppio di Hernán Crespo. Al 43', con un altro passaggio dalla propria metà campo, Kakà serviva nuovamente l'argentino, che bucava Jerzy Dudek con un morbido tocco di controbalzo.

Al 9' della ripresa, con il suono di "You'll Never Walk Alone" ancora nelle orecchie, Gerrard alzava la testa e svettava di potenza su un cross di John Arne Riise, battendo Dida dallo stesso dischetto. 2' dopo, il portiere del Milan non riusciva a trattenere un rasoterra di Vladimír Šmicer, entrato a inizio gara per l'infortunato Harry Kewell. Il Liverpool, e Gerrard, cominciavano a crederci sul serio. Al quarto d'ora, dopo un'incursione con il suo inimitabile stile, il capitano veniva atterrato in area da Gennaro Gattuso. A battere il rigore dal solito dischetto era Xabi Alonso, che sbagliava ma anticipava Alessandro Nesta sulla respinta del portiere. 6 minuti, tre gol: un recupero formidabile.

Il Milan accelerava e Shevchenko veniva neutralizzato prima da un salvataggio sulla linea di Djimi Traoré e poi da una doppia, incredibile parata di Dudek dalla corta distanza ai tempi supplementari. Arrivavano i rigori, inevitabili. Imitando Bruce Grobbelaar nella finale di Coppa dei Campioni 1984 contro l'AS Roma, Dudek parava il tiro dal dischetto di Pirlo, mentre Serginho mandava alto.

Milan Liverpool Finale Champions League 2004 2005 Highlights Telecronaca Compagnoni

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