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Negli ultimi anni, il pensiero di Carl Schmitt ha conosciuto una notevole ripresa di interesse, spingendosi oltre i tradizionali confini disciplinari in cui si è sviluppata la sua attività intellettuale. Questa rinnovata attenzione è in parte dovuta alla sua capacità di affrontare questioni storiche e attuali con una prospettiva originale, differente da quella offerta dalle scienze più consolidate. La sua opera, pur non essendo sistematicamente ortodossa, offre spunti preziosi per comprendere le dinamiche del potere e la natura stessa del "politico".

Il dibattito sulla rappresentanza politica, riacceso da recenti avvenimenti referendari, evidenzia un comune presupposto: la rappresentanza come mezzo per consentire e rendere effettiva la partecipazione democratica dei cittadini. Questa concezione, radicata nella nostra democrazia rappresentativa e nella sua declinazione costituzionale di tipo parlamentaristico, vede nei rappresentanti coloro che devono rispecchiare e tradurre in decisioni le volontà dei cittadini. La filosofia politica, tuttavia, ha il compito di mettere in discussione queste opinioni diffuse e di chiedere ragione di ciò che appare ovvio. La riflessione filosofica sulla genesi, la logica e le aporie del concetto di rappresentanza è fondamentale per comprendere la sua funzione centrale nelle costituzioni moderne.

Con la Rivoluzione francese si afferma un concetto radicalmente nuovo di rappresentanza, che nega il ruolo dell'Ancien Régime, dove essa serviva a rappresentare istanze particolari nei confronti del re. La nuova costituzione del 1791 sancisce che, nel momento in cui il terzo stato si fa Stato, non vi sono più parti che possano rivestire una funzione politica. Il popolo diventa sovrano e la rappresentanza non deve più rispecchiare volontà esistenti di gruppi o singoli, ma deve esprimere la volontà del soggetto collettivo, il popolo. Questa volontà, non essendo data nell'esperienza concreta, necessita di essere "rappresentata", ovvero "messa in forma".

Questo nesso tra sovranità del popolo e rappresentanza politica, nato con la Rivoluzione, rimane alla base delle costituzioni democratiche. La sovranità del popolo, con la sua cifra di assolutezza, richiede obbedienza e non è passibile di resistenza, in quanto potere legittimo in quanto rappresentativo della volontà politica di tutti i cittadini come parte del soggetto collettivo. Il concetto di popolo si trasforma: non più una realtà composta di parti, ma una totalità di cittadini uguali. Emergono così due lati opposti: il soggetto unico che esprime il comando nella forma di legge, e la moltitudine dei cittadini che alla legge devono obbedire. La rappresentanza ha il compito di unificare questi due lati, autorizzando i rappresentanti a esprimere la volontà del popolo. La legge, espressione di questa volontà collettiva, diventa così irresistibile, fondando l'obbligo di obbedienza anche di fronte a leggi percepite come ingiuste.

Rappresentazione storica della Rivoluzione Francese

La concezione della sovranità, nata nelle dottrine del contratto sociale, fonda il potere sulla libera volontà degli individui. Il legame tra diritti individuali e assolutezza del potere si spiega attraverso la logica del giusnaturalismo moderno, che vede nel potere di coazione il prodotto e la condizione dell'effettività dei diritti. La sovranità, intesa come comando che comporta obbedienza incondizionata, trova la sua giustificazione razionale solo se l'autore del comando è ritenuto colui che obbedisce. La genesi di questo concetto è ravvisabile in Hobbes, dove la sovranità non è un presupposto, ma il punto di arrivo di una scienza politica che parte dal concetto di libertà. La soluzione per evitare l'opposizione tra individui che agiscono liberamente risiede in regole vincolanti per tutti, incarnate nel concetto moderno di rappresentanza come processo di autorizzazione.

La rappresentanza costituisce il movimento con cui si genera la persona civile connotata dalla sovranità. Finché essa rimane centrale nella democrazia, quest'ultima è concepita nell'orizzonte della sovranità. Sebbene le costituzioni contemporanee presentino complessità non riducibili alla sola prospettiva hobbesiana, il popolo, per quanto riguarda la legittimazione e l'esercizio del potere politico, rimane una grandezza unitaria e ideale, eccedendo la somma dei singoli cittadini o del corpo rappresentativo.

Schema del contratto sociale hobbesiano

La logica del dispositivo concettuale della rappresentanza, pur rigorosa, presenta un dualismo strutturale. Il rappresentante e i cittadini non sono sullo stesso piano nell'agire politico, generando una concezione meramente autoritativa della democrazia, in cui i cittadini, attraverso il voto, si spogliano della loro azione politica attiva. La rappresentanza moderna, basata su una razionalità formale, fa sì che chi vota scelga gli attori del comando politico, ma non ne determini il contenuto. Paradossalmente, questo dispositivo, che tende a mostrare il potere come del popolo, ne determina la spoliticizzazione.

La consapevolezza dello iato creato dalla rappresentanza e della lontananza della classe politica è diffusa. Tuttavia, chi denuncia la perdita di protagonismo dei cittadini spesso fa riferimento alla democrazia diretta, che rappresenta l'altra faccia della democrazia concepita secondo la logica della sovranità. Anche nella democrazia diretta, il problema della giustizia è ridotto a razionalità formale, e il dualismo creato dalla rappresentanza non viene superato a causa del legame insopprimibile tra sovranità e rappresentanza. Il problema rimane quello del passaggio dalla moltitudine delle volontà individuali all'espressione dell'unica volontà del popolo, del dualismo tra particolare e universale, individuale e collettivo, privato e pubblico.

Nelle costituzioni moderne, l'esigenza di far esprimere direttamente il popolo necessita di strumenti come il referendum. In questo caso, l'unica volontà del popolo è ottenuta mediante una domanda predefinita, permettendo il conteggio di sì e no, e considerando la maggioranza risultante come la vera volontà popolare. Anche al di là del corpo rappresentativo, si manifesta la funzione tipica della rappresentazione. La democrazia diretta, a causa dei procedimenti richiesti, si trasforma in democrazia plebiscitaria, dove i cittadini votano sulla base di opinioni su ciò che non controllano con la propria consapevolezza.

Nemico, Sovranità e Stato di Eccezione: CARL SCHMITT (Monografica)

La riflessione sull'opera di Carl Schmitt, in particolare sul concetto di "politico" e sulla sua relazione con lo Stato, rivela una profondità teorica spesso trascurata nelle liquidazioni sommarie. La sua analisi del concetto di decisione, irriducibile a un semplice "sic volo sic jubeo" o a un solipsismo soggettivo, lo colloca in una prospettiva storica e concreta. La decisione, in Schmitt, non è arbitraria ma rappresenta il modo di produzione del fatto politico e giuridico nel complesso mondo della costituzione (Verfassung).

La Verfassung, intesa come insieme di rapporti sociali e unità politica, costituisce l'essenza dello Stato e supera la dicotomia società civile-Stato. È il terreno concreto in cui si manifesta la politica nella sua forma radicale di opposizione amico-nemico. Il rapporto tra politica e Stato è di stretta relazione e, al contempo, di divaricazione. Se lo Stato è manifestazione della politica, il "politico" stesso, come origine, si presenta come "altro".

La "teologia politica" schmittiana, intesa come disciplina autonoma, permette di studiare questioni storiche e attuali con una visione diversa. La dottrina della Chiesa romana, ad esempio, si oppone al caos, alla secolarizzazione e al nichilismo, proponendo una base trascendentale e verticale del potere. Schmitt, pur influenzato da pensatori cattolici come Bonald e de Maistre, attinge anche a Hobbes e Weber per la sua elaborazione politologica. La "secolarizzazione in Schmitt fa rima con decadenza" europea, specialmente nell'ambito dello Stato di diritto.

Per Schmitt, la sovranità non è un'astrazione, ma si colma di politica, potere e diritto, trovando fondamento temporale nell'"eccezione" e nella "decisione". La Costituzione nasce da uno status quo nuovo, ma può essere sospesa o modificata in base alla situazione storica. Questa concezione, sebbene criticata, si presenta come una constatazione di fatto e un riadattamento del realismo hobbesiano, in cui lo Stato burocratico, trasformato in "macchina", fugge dall'anarchico stato di natura.

Schema concettuale di

La scienza politica si intreccia con la filosofia della storia, portando Schmitt ad affermare che "il politico non è l'intero". La "teofobia" della Modernità, che adatta la religione alla mondanità, sovverte i principi trascendentali del potere. L'elaborazione della teologia in chiave politica giustifica l'esistenza di una prospettiva statuale da "mettere in forma", individuando una legittimazione nel "sacro". Schmitt ritrovava sicurezza nel "katéchon" paolino, proponendo un "Ordnung" che ponesse limiti alle derive del tempo corrente.

Nonostante la profondità della sua analisi, il pensiero di Schmitt è stato segnato dall'adesione al nazionalsocialismo, seppur per un breve periodo e con tentativi di "salvare" la Repubblica di Weimar. Le critiche e gli ostracismi subiti, unitamente all'esclusione dal mondo accademico nel secondo dopoguerra, non hanno impedito una rivalutazione del suo pensiero da parte di giovani intellettuali. Il concetto di "valore" in Schmitt, confrontato con Nietzsche e Heidegger, presenta affinità con Max Stirner.

Il dibattito contemporaneo sulla democrazia evidenzia le difficoltà di un apparato categoriale consolidato, sia esso marxista o liberale, nel cogliere le trasformazioni in atto. La crisi della tradizione liberale si manifesta nella difficoltà di conciliare i "valori" democratici con la realtà, nella trasformazione del ruolo del Parlamento, nello scarto tra costituzione formale e materiale, e nella crisi delle forme di partecipazione dei cittadini. Questi "paradossi" della democrazia non sono circoscrivibili a una fattualità empirica, ma mettono in luce la crisi di una tradizione di pensiero politico.

L'incontro con il pensiero schmittiano, dunque, non offre ricette risolutive, ma strumenti per tornare alla radice di problemi nevralgici. Il teso rapporto tra politica e Stato, analizzato attraverso concetti classici ma complessi, permette di comprendere la realtà storica in cui si sono prodotte esperienze come la Repubblica di Weimar, il periodo nazista, le guerre mondiali e la Guerra Fredda. La sua opera invita a ripensare la politica oltre i confini dello Stato, cogliendo il senso del "politico" attraverso nuovi strumenti interpretativi.

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