Era la notte di dieci anni fa, l’orologio segnava l’una e otto minuti, ma l’Italia era tutta sveglia davanti alla tv per il Mondiale come avvenne nel 1970 in Messico contro la Germania Ovest. Non finì 4-3, non era nemmeno la semifinale, ma Italia-Inghilterra nella foresta amazzonica a Manaus fu quanto di più eccitante potesse produrre l’incipit del Mondiale brasiliano, iniziato in gloria e finito male.
Nemmeno negli incubi più arditi, che nella notte italiana tra il 14 e il 15 giugno del 2014 sembravano sogni di gloria, ci si sarebbe però potuti immaginare che quell’incornata perentoria di Mario Balotelli, finita nella rete dell’Inghilterra per il 2-1 in favore degli azzurri, potesse essere ancora oggi l’ultima rete italiana in un campionato del mondo di calcio.

Quella notte, tutta Italia era ai piedi di Mario Balotelli e Cesare Prandelli, il bad boy che in nazionale (due estati prima, aveva steso i tedeschi con una doppietta, regalandoci la finale all’Europeo) non steccava mai e l’uomo perbene che aveva riportato la nazionale in periferia. Uno di Concesio, l’altro di Orzinuovi: Brescia sembrava l’ombelico del mondo, invece dieci giorni più tardi entrambi furono stritolati dall’inevitabile tritacarne che si scatenò dopo le sconfitte - e la conseguente eliminazione, nel girone eliminatorio - per 1-0 contro Costarica e Uruguay quando l’Italia si arrostì al sole dell’ora di pranzo brasiliana.
L’attaccante del destino non ha più segnato un gol al Mondiale: salvo improbabili miracoli, quel colpo di testa rimarrà per sempre l’unica rete nella competizione che sognava da bambino, con la maglia che amava.
Sarebbe tornato a indossarla solo quattro anni dopo, nel 2018, con Roberto Mancini allenatore: anche lì, però, fu un ritorno di fiamma che durò pochissimo, come il secondo capitolo al Milan - per volere di Sinisa Mihajlovic: il serbo gli diede volentieri una seconda chance - che di lui si sbarazzò due mesi dopo Manaus, quando il Liverpool bussò alla porta.
Nel giorno in cui l’Italia inizia l’Europeo da detentrice del trofeo, ancora rimpiange quell’euforia collettiva di una notte mondiale che compie dieci anni.

Quando scendemmo da quel maledetto aereo, di ritorno dal peggior Natal della nostra vita (a Natal, Stato del Rio Grande del Nord, avevamo appena perso con l’Uruguay che ci aveva eliminato da Brasile 2014), tutti avevano una gran fretta di scappare. Balotelli ne aveva più di altri. Sotto le scalette c’era un van pronto per riportarlo a casa. Ma prima che accendesse i motori, Prandelli lo raggiunse: «Mario, devi cambiare».
In Brasile si erano formati tre gruppi. I senatori, con Buffon, Chiellini, Barzagli, De Rossi, Marchisio, Bonucci e Pirlo, da una parte, dall’altra la coppia considerata assai poco affidabile, Balotelli e Cassano, in mezzo un gruppetto di ragazzini fra cui Insigne, Immobile e Darmian.
Ma se vogliamo considerare Balotelli come un problema (e lo è stato, come no), allora non bisogna partire dalla Confederations Cup, quando Chiellini «lo avrebbe preso a schiaffi». Il problema era dell’anno precedente, all’Europeo. Solo che in Polonia e Ucraina il giovane Mario era stato protagonista, toccando livelli mai più raggiunti e presto abbandonati.
E restavano zitti anche quando Prandelli, nelle riunioni di squadra nel ritiro di Mangaratiba, cento chilometri a est di Rio de Janeiro, chiedeva se ci fossero dei problemi nel gruppo. Li conosceva, quei problemi, quei dissapori, e voleva che gli azzurri chiarissero. In Brasile il gruppo esplose, nessuno sopportava Balotelli. E’ sempre stato un personaggio che divide, su questo non ci sono dubbi, ma gli “anziani” avrebbero dovuto parlare prima, non dopo.
La decisione tecnica spetta al ct (che infatti, assumendosi ogni responsabilità, si dimise seduta stante), ma dentro il gruppo c’erano soprattutto loro, i vecchi.
Piccolo salto in avanti: quando Antonio Conte richiamò Balotelli in Nazionale, lo fece dopo averne parlato ai suoi giocatori più anziani e lo convocò quando sapeva che Mario non avrebbe mai superato l’esame del ritorno, esame saltato ancora prima che venisse effettuato.
Da Mangaratiba usciva di tutto e il protagonista era quasi sempre lui. Lui che dopo la sconfitta con l’Uruguay chiamò il suo parrucchiere personale per farsi fare un ciuffo biondo, lui che postava la foto dell’anello con la dichiarazione d’amore alla sua Fanny pochi giorni prima del debutto al Mondiale, lui che aveva la testa altrove.
Ma il vero problema di Balotelli non è stata l’attenzione che Mario nutriva nei confronti del suo personaggio, no, è stata la totale disattenzione che nutriva nei confronti del giocatore che era, o meglio, che pensava di essere. Quando Chiellini dice che per lui non rientrava fra i primi venti al mondo, dà un giudizio fin troppo positivo. Solo nel 2012 è stato fra i primi venti, poi nemmeno fra i primi 50.
Molti suoi allenatori hanno pensato di avere in mano un fenomeno e a noi è sempre sfuggita la ragione.
Sul piano tecnico ha una sola grande dote: il tiro. Pazzesco. Fantasia, intuito in area di rigore, doti da gran bomber, proprio no. Sul piano fisico sì, è super. Su quello atletico è poco o niente: non si muove mai.
In Brasile è scoppiato tutto ma solo alla fine, solo quando tutto era perduto. Anzi, quasi tutto. Perché lo strappo vero è avvenuto all’intervallo di quella maledettissima partita con l’Uruguay, negli spogliatoi dell’Arena delle Dune di Natal. Siamo ancora sullo 0-0 e in quel momento siamo qualificati agli ottavi. Balotelli sta giocando malissimo, così come era successo nella gara precedente col Costa Rica, in più è ammonito e dopo il giallo ha commesso un fallo di mano che poteva costargli il secondo giallo. Ma Prandelli lo vuole tenere dentro, va da lui e gli fa un discorso chiaro: «Mario stai tranquillo, gioca per la squadra, non andare per conto tuo. Io ti do fiducia, ma tu devi stare dentro la partita».
Balotelli prende il discorso dalla parte sbagliata e comincia a bofonchiare, si lamenta, dice che lui la partita la sta giocando. E’ in quel momento che intervengono i senatori: «Mario stai zitto e pensa a giocare». Ma lui non sta zitto, continua a protestare, così Prandelli decide: «E allora sai che c’è? Resti fuori».
Finisce la partita e partono i siluri verso Balotelli. Il primo è di De Rossi: «In Nazionale ci vogliono uomini veri. Bisogna ripartire senza figurine e certi personaggi». Il secondo è di Buffon: «La verità è che sono sempre i soliti a tirare la carretta, ovvero i Buffon, i De Rossi, i Barzagli e i Pirlo. Questi giocatori meritano rispetto. I senatori ci sono sempre, qualcun altro no».
Mario Balotelli: l'infanzia complicata - Belve 27/05/2025
Inter-Liverpool è uno dei match di cartello della sesta giornata della League Phase di Champions League. Un grande doppio ex della partita è Mario Balotelli: l'attaccante italiano si è raccontato a Clarence Seedorf, suo ex allenatore ai tempi del Milan, per Prime Video. In nerazzurro Supermario la Champions l'ha anche vinta, nella storica cavalcata del 2010: "Ho realizzato negli anni, crescendo, quanto valga quella Champions. Quando sei giovane non ci pensi, sei orientato al futuro, invece poi capisci che non è facile: bisogna avere lo spirito giusto anche fuori dal campo per riuscirci. La Coppa del Mondo è la più importante, ma dopo arriva la Champions: è stato un orgoglio alzarla, un'esperienza fantastica, sfortunatamente Mourinho non mi fece giocare la finale anche se durante la settimana aveva preparato il tridente con me, Eto'o e Milito. Non è importante però averla giocata, contava solo vincerla".
Super Mario ha le idee molto chiare sul presente e sul futuro: "Mi sto allenando con una squadra locale bresciana (il Carpenedolo, in Eccellenza). Aspetto sempre una chiamata dalla Serie A, per il momento non ci sono. Se non ci dovesse essere la possibilità di stare in Italia ascolterò anche offerte dall'estero. Ma mi fermerò solo quando deciderò io di fermarmi, non sarà qualcuno a impormelo".
Belotelli, come già aveva detto ai tempi del suo ritorno al Genoa, pensa di poter dire ancora la sua nel calcio di oggi: "Non vedo molte partite ma, quando succede, mi rendo conto che il calcio è diverso: è più fisico e con meno qualità rispetto a prima, io sento di poter ancora giocare".
Un ritorno in campo a pochi mesi dal Mondiale non può essere casuale. Una competizione con cui Balotelli ha un legame speciale: è suo l'ultimo gol dell'Italia in una coppa del Mondo (nel 2014 contro l'Inghilterra).

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