La storia del calcio è ricca di aneddoti affascinanti, e quella di Franco Baresi non fa eccezione. Una leggenda del Milan, con il suo numero 6 ritirato, ha scritto pagine indelebili nei colori rossoneri. Eppure, il destino avrebbe potuto portarlo a vestire la maglia dell'Inter, proprio come suo fratello Beppe.
Queste le parole dell'ex rossonero a margine di un evento tenutosi alla Biblioteca Comunale di Sant'Antonio Abate: "Ho avuto dei compagni con qualità tecniche superiori alle mie nel settore giovanile, ma alla fine l’entusiasmo che avevo ha fatto la differenza."

Il suo rapporto con il fratello, Beppe, è sempre stato solido, al di là della rivalità sportiva: "Il mio rapporto con Beppe? E’ sempre stato buono, al di là dei 90 minuti del derby... Scherzi a parte, è stato bello per noi far parte di due squadre importanti del calcio italiano come Milan e Inter."
Baresi conferma di aver mosso i primi passi nel mondo del calcio nelle giovanili nerazzurre: "Se è vero che ho iniziato nelle giovanili nerazzurre? Sì, ho fatto qualche allenamento lì ma ho preferito passare dall’altra sponda per non sentire troppo il confronto con mio fratello." Questa scelta ha segnato una "sliding doors" che lo ha portato dall'Inter al Milan, costruendo una carriera leggendaria con i colori rossoneri.

La vicenda di Baresi non è un caso isolato nel mondo del calcio. Spesso, ai giocatori si chiede di essere freddi professionisti, macchine insensibili, senza fede. Questo dogma viene smentito da numerose storie, come quella di Mario Balotelli, milanista dichiarato prima ancora di giocare per il club. Si narra che indossasse calzini rossoneri durante la sua militanza nell'Inter, esclamando ai compagni "vi stiamo prendendo" quando il Milan era vicino in classifica, facendoli arrabbiare non poco.
La bellissima storia di Mario Djuninski - Tifoso DOC del Liverpool
SUPERMARIO, IL CALCIATORE-TIFOSO
Insomma, Balotelli è il prototipo del calciatore-tifoso che, talvolta, realizza il sogno di giocare per la propria squadra. E, talvolta, per un accidente della sorte, si ritrova nella squadra "sbagliata". E Balotelli non è il primo (e non sarà nemmeno l'ultimo, nonostante i contratti-carta straccia) a far parte di queste due particolari categorie. Come si vedrà, ci sono insospettabili passioni di gioventù per bandiere invece associate ad altri colori, mentre non sempre è una garanzia di successo finire nella squadra del cuore.
I MILANISTI
Partiamo proprio dal Milan: leggenda narra che due leggende (il gioco di parole è obbligato) non fossero affatto milaniste in gioventù. La vicenda di Franco Baresi che va a fare un provino per la squadra del cuore, ovvero l'Inter, e viene scartato perché troppo gracile, lasciando il posto al fratello Beppe, è diventata proverbiale quando si tratta di sfruculiare la lungimiranza dei talent-scout nerazzurri. Mentre Paolo Maldini aveva un poster nella cameretta con la Juventus di Zoff e Cabrini.

Qualcuno sospetta perfino che Silvio Berlusconi nutrisse simpatie interiste (e avesse provato a prenderla, l'Inter, da Fraizzoli che sdegnosamente rifiutò), mentre è storicamente provato che Adriano Galliani fosse juventino, seduto in tribuna dietro a Giampiero Boniperti, sempre negli anni del poster di Maldini. Un milanese e milanista invece era Aldo Maldera, classico figlio di pugliesi emigrati al nord che un tempo venivano assegnati in automatico al rossonero.
GLI INTERISTI
Passando sull'altra sponda, il Pepin Meazza era il ragazzo di Porta Vittoria che sognava di giocare in nerazzurro. Dell'Inter fu perciò simbolo per quindici anni, ma alla fine andò a svernare al Milan, un sacrilegio. Marco Bergomi prima di diventare il capitano di mille battaglie, di notte sognava Rivera e Rocco e pure un altro idolo della Curva Nord confessò simpatie milaniste, Nicola Berti (che liquidò però con una frase destinata a farlo idolatrare ancor più dagli ultrà interisti, «tutti, da piccoli, hanno avuto le malattie infettive»). Vero aficionado dell'Inter era Andrea Pirlo (tanto che spesso si inerpicava al secondo anello quando giocava nel Brescia), ma la sua parentesi in nerazzurro, com'è noto, non fu delle più felici. Mentre, per venire al presente, Antonio Cassano giocava per un Inter Club da bambino.

MARCHISIO E TOTTI
Spostandosi a Torino, Claudio Marchisio è oggi il bianconero doc che si esaltava nei derby con i granata anche quando giocava nei pulcini: una figura che, sotto la Mole, mancava probabilmente dai tempi di Roberto Bettega, più spesso frequenti i torinesi e torinisti in passato (Christian Lentini, Roberto Cravero e quant'altri).
Di Genova non vengono in mente molti esempi, forse uno per parte: Roberto Pruzzo per il Genoa e Enrico Chiesa per la Sampdoria. A Roma naturalmente è tutta un'altra cosa, essendo il tifo una questione di appartenenza, una carta di presentazione, una ragione di vita, un fatto etnico che distingue un quartiere dall'altro: Francesco Totti è ovviamente il calciatore-tifoso per eccellenza, così come Daniele De Rossi.

NAPOLI, IMMENSO VIVAIO
Di là, c'era Alessandro Nesta che raccontava di esser figlio dell'unica famiglia laziale in un caseggiato completamente giallorosso, cose che ti segnano. Mentre è stato spesso celebrato il romanzo di Paolo Di Canio che parte della Lazio, gira mezz' Italia e mezz' Europa, e poi torna in biancoceleste. Così come quello del suo «nemico politico» Cristiano Lucarelli, col famoso miliardo (di lire) buttato via per poter vestire la maglia dell'amato Livorno. Stessa religione è il napoletanismo a Napoli, vivaio immenso di ragazzini che sognavano di diventare un giorno dei Maradona. Qualcuno c'è riuscito: Antonio Iuliano, Bruno Giordano, Ciro Ferrara, Fabio Cannavaro, Fabio Quagliarella, ultimo arrivato Lorenzo Insigne.
Insomma come si è visto, a qualche "calciatore-tifoso" è andata bene, a qualcun altro no.

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