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I ragazzi torinesi che abitavano nei rioni della Crucetta e nella periferia occidentale della città, avevano a disposizione un numero relativamente alto di campi sui quali giocare a calcio.

Il più frequentato, tuttavia, era il campo del Dopolavoro Ferroviario, in Corso Parigi, l’attuale Corso Rosselli.

Proprio sul terreno dei Ferrovieri, la squadra che non aveva nelle proprie file un ragazzone che si chiamava Piero Rava, aveva diritto a giocare con un uomo in più, per il semplice fatto che Rava valeva il doppio.

«Lasciando aperta la finestra della mia camera, mi arrivava molto chiaro il grido di incitamento della folla.

Il campo di Corso Marsiglia era vicino a quello di Corso Parigi, ed era frequente che alcuni soci bianconeri andassero sino al terreno dei Ferrovieri per dare un’occhiata ai molti ragazzi che prendevano a calci un pallone.

Fra questi soci c’era un certo Greppi, il quale rimase immediatamente impressionato dalla velocità di quel giocatore dai capelli biondi che giocava all’ala sinistra: un atleta dalla forza incredibile, foga che, dopo le prime battute di gioco, conferiva al viso del ragazzo tinte infuocate.

Greppi aveva informato un dirigente juventino che si occupava delle squadre minori: Maccagno, factotum del Gruppo Anziani Juventus, questi andò a vedere un paio di partite nelle quali era impegnato Rava ed ebbe anche qualche colloquio con il giocatore.

Piero venne anche convocato per alcuni provini alla Juventus, tuttavia, per un certo periodo di tempo non ebbe più alcuna comunicazione da parte della società.

Invece la società bianconera si rifece viva, tesserò Rava e lo mise a disposizione di Armano.

L’ex terzino della squadra che nel 1905 aveva vinto il primo scudetto e che era in quegli anni l’allenatore della squadra ragazzi, vide immediatamente che il ragazzone possedeva ottime qualità.

Nonostante ciò fu deciso il suo temporaneo trasferimento alla Virtus, società affiliata alla Juventus.

Tornò bianconero per l’esordio nella stagione 1935-36, quando aveva appena diciannove anni.

Nella Juventus di quegli anni c’erano ancora parecchi vecchi campioni pluri scudettati, come Rosetta, Varglien Mario, Monti, Bertolini, Borel, Varglien Giovanni e Serantoni.

Così Rava raccontava la sua gara di esordio: «La squadra aveva pareggiato in casa con il Bologna, per 0-0, nel corso della quale si era leggermente infortunato Rosetta.

L’allenatore decise allora di spostare Foni a destra e di farmi debuttare nella successiva partita da giocarsi in trasferta contro la Fiorentina.

Nel primo tempo la Juventus giocò un ottimo calcio e concluse in vantaggio, grazie ad un goal di Varglien I, la prima frazione.

Nella ripresa la Fiorentina riuscì a pareggiare con un goal realizzato dalla mezzala sinistra Scagliotti.

Io me la cavai egregiamente, Rosetta guarì velocemente e per undici incontri consecutivi fu riformata la coppia con Viri a destra e Foni a sinistra.

Fu poi nel febbraio del 1936 che disputai la seconda partita, quella volta in coppia con Rosetta.

Risultato di gara decisamente negativo, perché la Lazio, a Roma, ci inflisse una secca sconfitta per 3-0.

Ma intanto anche altri personaggi importanti si erano accorti di me.

L’esordio in campo internazionale al Post Stadion di Berlino, fu emozionante, quasi drammatico: la squadra azzurra, infatti, trovò incredibili difficoltà a battere la squadra degli Stati Uniti.

Gli americani, decisamente inferiori in linea tecnica, impostarono la partita sotto il profilo agonistico, costellando ogni azione con interventi decisi e scorretti.

Rava, manco a dirlo, si trovò a nozze, ma incorse addirittura in un’espulsione: «All’ottavo minuto della ripresa, per contendere una palla alta, entrai a gamba tesa e colpii la mezzala destra americana, tale Namechik, a una spalla; era un’azione scorretta, ma indubbiamente involontaria, con conseguenze volutamente esagerate da parte del giocatore americano e massimamente dall’arbitro, che accorse e mi indicò la via degli spogliatoi.

Rimasi accovacciato sui gradini degli spogliatoi per seguire l’andamento della partita, facendo un tifo sfegatato.

Le partite al calor bianco furono sempre la specialità dell’indomabile terzino della Juventus; alla sua apparizione nella nazionale maggiore, in coppia con Monzeglio al Prater di Vienna, il 21 marzo 1937, si trovò a fronteggiare le indiscriminate scorrettezze degli austriaci.

Ettore Berra paragona, nel 1938 sul “Calcio Illustrato”, lo slancio di Rava a quello di Umberto Caligaris: «Le sue entrate sono spettacolari e affronta l’avversario impetuosamente con quella sua irrompente foga così bella e suggestiva.

Alberto Fasano rincara la dose: «Colpiva benissimo la palla ed entrava in mischia come doveva fare un terzino avanzato, con energia molto vicina alla truculenza.

Saltava molto bene di testa e non aveva paura di nulla e di nessuno.

Dopo essere stato Campione olimpionico nel 1936, diventò anche Campione del Mondo nel 1938, ai Mondiali di Parigi.

«Una cosa ho ancora nelle orecchie, i fischi di Marsiglia.

Quelli non li scorderò mai.

Provate a entrare in uno stadio che ti fischia nel momento dell’entrata in campo!

Non sono mica fischi qualunque, quelli!

Al termine del Mondiale rientrammo in Italia, in treno.

Era il 1938, non è come ora che avviene tutto con l’aereo privato della società o della FIGC.

La prima tappa del nostro trionfale tragitto fu la mia Torino, per ovvi motivi di vicinanza frontaliera.

A Torino fummo accolti a Porta Susa nientemeno che da mio padre, che era capostazione.

Fummo poi ricevuti a Roma a Palazzo Venezia, dal Duce.

Mussolini ci ringraziò per il servizio reso alla Patria.

Il mio compenso fu una pergamena e un premio di 8.000 lire.

Con quei soldi mi comprai l’auto nuova, una Topolino 9500.

Il fatto di aver conseguito la laurea mondiale giustificò alcune pretese di carattere economico.

Un terzino Campione del Mondo non poteva essere pagato come riserva: così il biondo Piero iniziò una specie di sciopero, non giocando come la sua immensa classe gli avrebbe consentito.

Ciò avvenne nel campionato 1938-39 e dopo la sconfitta subita a Modena (2-0) il 5 febbraio 1939, la Juventus decise di punire il giocatore, lasciandolo fuori squadra fino alla fine del campionato, tra i commenti compiaciuti dell’indignatissima stampa torinese.

«Io volevo essere considerato fra i titolari, cioè professionista.

Da anni mi dedicavo al calcio con tutto me stesso; avevo cominciato da piccolino, proprio con la Juventus, mio solo amore, perché quei dirigenti non potevano accontentarmi?

Così, a Modena, decisi di fare sciopero e incrociai le braccia; non mi vergogno di averlo fatto.

Erano tempi molto difficili.

«Era un derby, nel campionato 1944-45.

Valentino Mazzola, arrabbiatissimo per un tunnel subito da Felice Borel, tenta vanamente di sferrargli una carezza a gioco fermo.

Nasce subito una rissa, nella quale sono coinvolti una decina di giocatori e che termina con l’ingresso in campo delle milizie fasciste, che ci dividono.

Contemporaneamente, udimmo dagli spalti l’inconfondibile boato provocato dalle sventagliate delle mitragliatrici, imbracciate da altri militanti del partito fascista.

Essi, infatti, non avevano trovato migliore soluzione per dissuaderci dalla nostra lite furibonda.

Tutto il pubblico, scosso dalla paura, scappò dallo stadio e noi giocatori terminammo l’incontro in assoluta solitudine.

La retorica entrava trionfalmente (con tanto di sfilate e fanfara all’alzabandiera) in tutte le cose, e veniva digerita a fatica solo dai nonni.

Per vero, anche il padre di Pierone Rava, capostazione a Porta Susa in Torino, bofonchiava.

Chi gliel’aveva fatto fare a quel bel figliolone suo di sposare la causa della Juventus?

Il problema era dei giusti guadagni, e anche il principe del giornalismo Carlo Bergoglio, detto Carlin, mica ci sentiva da quest’orecchio.

Veniamo ai fatti.

Campione olimpico nel 1936, Campione del Mondo da pochi mesi, il terzino Rava invano bussava a soldi dal dirigente Benè Gola, che glieli rifiutava in nome del puro ideale.

Rava, che di retorica campava il giusto, e poi gli occorrevano gli sghei, non ne poté più, e a Modena, il 5 febbraio 1939, accusò una forte emicrania e si rifiutò di andare in campo nella ripresa.

La Juventus perse 2-0.

Quel principe dei giornalisti, altresì disegnatore satirico, si schierò dalla parte della società, aggiungendo la sua bella fetta di retorica: «Un giocatore è dunque giunto alla pazzia di tradire sul campo non solo la sua società in angustie, ma anche i suoi compagni».

Eccetera.

Rava fu alla fine accontentato e pagato quanto meritava, ma dovette mangiarne di rospi.

Con Carlin risolse il problema affrontandolo e prendendolo per la collottola del vecchio impermeabile.

Mi ha raccontato Pierone: «Penso che somigliassi a Caligaris, Berto era più tecnico di me, ma io ero più potente, molto più potente, anche se imparai solo a metà carriera a colpire il pallone anche con il piede destro.

Rava fu scoperto da un certo Greppi, socio bianconero.

Giocava in Piazza Marmolada, Torino era tutta prati a quei tempi.

Abitava in Corso Rosselli, che all’epoca si chiamava Corso Parigi.

Cominciò a giocare a tredici anni nei ragazzi della Juventus come ala sinistra.

In quella squadra, vi era anche un piccolo simpaticissimo mattocchio: Guglielmo Gabetto.

Come terzino, fu impostato proprio da Rosetta allenatore.

Un leale per antonomasia, Rava succede e supera Caligaris nell’apporto anche tattico.

Ha un piede sinistro ciclonico e un’irruenza frontale assai fegatosa.

La Juventus non è più quella, quando vi esordisce, 9 febbraio 1936, a Roma contro la Lazio, una brutta domenica (3-0).

È in lento declino.

Edoardo, morto tragicamente pochi mesi prima nella diga foranea del porto di Genova, in un banale incidente ammarando con l’idrovolante pilotato da Arturo Ferrari, ha lasciato un vuoto incolmabile.

Si capisce, le sue migliori soddisfazioni Pierone se le cava con la maglia azzurra: è un pupillo di Pozzo.

Mi racconterà, in giorni recenti, di Berlino già traversata da sulfurei nembi di guerra nel 1936.

Idealista della più bell’acqua, legherà poco con i tempi nuovi.

Tenterà la carriera dell’allenatore, senza riuscire a sfondare.

A tarda età, la moglie gli darà una figlia amatissima.

Senza patire mai nulla, avrà infine il piacere di dirigere il Circolo della Juventus della sede sociale, e qui gioca a carte o a bigliardino, una vecchiaia serena all’altezza di una vita intrepida e generosa.

Seppure settantaduenne, il signor Rava, piemontese vecchia maniera, particolarmente gentile e affidabile, pare ben più giovane: fonti solitamente ben informate mi hanno riferito di aver scorto quest’inverno la vecchia gloria mentre praticava il jogging nelle vicinanze del Comunale.

Signor Rava, che cosa ha implicato emotivamente la vittoriosa partecipazione alle Olimpiadi di Berlino?

Crede che la presenza del calcio alle Olimpiadi di oggi sia snaturata o perlomeno diversa rispetto a quanto accadeva prima della Seconda Guerra Mondiale?

«Oh, non c’è paragone!

Allora vigeva tra noi una gran voglia di giocare e aleggiava il vero spirito “decoubertiniano” in una sorta di romanticismo dello sport; ora tutto è legato esclusivamente all’interesse monetario, la medicina chiamiamola sportiva ha fatto passi da gigante e l’ingresso dei munifici sponsor ha spoetizzato completamente anche un avvenimento quale l’Olimpiade.

Ha avuto modo, in questi ultimi anni, di rivedere i compagni di quell’avventura?

E che cosa vi ha reso, in termini estremamente concreti, quella vittoria?

«Purtroppo sono passati tanti, troppi anni da allora, e molti di loro sono mancati; inoltre non ho la possibilità di incontrare i sopravvissuti, perché vivono tutti lontano da Torino.

Chi era Pietro Rava prima che scegliesse di intraprendere la carriera di calciatore professionista?

Cosa ne sarebbe stato di lui se non avesse sfondato in quel mondo?

Sia sincero: anche ai suoi tempi si guadagnava bene?

«Certo, ma non è assolutamente proponibile un confronto con quello che i giocatori di oggi riescono a incamerare.

Ritiene che il divertimento provato dai giocatori che vanno in campo e quello di chi assiste agli incontri sia scemato rispetto agli anni in cui lei calcava i terreni di gioco?

«In questi tempi perdere consecutivamente due partite provoca il finimondo e ciò fa sì che le tattiche, che a tutti i costi sono strutturate in modo tale da scongiurare un evento del genere, uccidano lo spettacolo e il divertimento: spesso i giocatori paiono degli autonomi tenuti per le redini, perché si dimostrano privati della libertà di spaziare in ogni parte del campo; senza contare inoltre che le marcature sono diventate davvero troppo assillanti.

Una vita passata sul prato verde, allenando giovani promesse del calcio milanese nei campetti di periferia della città.

È la storia di Tarcisio Fabris, l'unico tecnico del "gioco del pallone" a ricevere l'Ambrogino d'oro, la massima onorificenza cittadina.

Chi era Tarcisio Fabris

Nato a Basiliano, in provincia di Udine, nel 1931, Fabris intraprese dapprima la carriera di calciatore, arrivando a militare nella serie C.

Lo stipendio da professionista delle serie minori, in quegli anni, non permetteva però al futuro Ambrogino di potersi mantenere dignitosamente, tanto che Fabris fu costretto ad appendere le scarpette al chiodo e intraprendere la carriera di ferroviere proprio a Milano.

È qui che, seguendo nonostante tutto la passione per il calcio, Fabris diventa allenatore di squadre dilettanti, girando le periferie della città per insegnare il pallone ai ragazzi.

La sua ultima panchina, prima di andarsene nel settembre del 2015, è stata quella dell'associazione sportiva OSG2001, la squadra che tutt'oggi si allena in un campetto di via Duprè intitolato proprio al tecnico friulano.

Dalla serie C all'Ambrogino d'oro

“Tarcisio arrivò qui oltre 20 anni fa e sin da subito iniziò ad allenare i ragazzi come non aveva mai fatto nessuno prima - raccontano Leonardo Acquaviva e Marco Marcato, rispettivamente presidente e direttore sportivo dell'OSG2001 -.

Oltre a trasmettere loro i fondamenti del gioco del pallone, Fabris li istruiva anche nella vita, trasmettendo non solo il suo sapere calcistico, ma anche i suoi valori.

Con il tempo questo centro diventato un punto di riferimento per i giovani del quartiere Mac Mahon e della Ghisolfa, posti che sono sempre stati un po' problematici.

Ancora oggi centinaia di giovani si iscrivono alla nostra scuola calcio, o vengono qui anche solo per ritrovarsi con gli amici.

Abbiamo persino due ragazzi che fanno reinserimento sociale come assistenti allenatori.

È stato proprio questo spirito di inclusione che ha portato Tarcisio Fabris a vincere l'Ambrogino d'oro nel 2011.

A oggi mi risulta che sia stato l'unico allenatore di calcio a riceverlo.

Vederlo alla cerimonia, mentre riceveva l'onorificenza, è stato davvero uno spettacolo.

Lui, che era seduto accanto all'allora cardinale Tettamanzi, continuava a ripetere ‘Ma io cosa ci faccio qui?’.

Questo era il suo carattere, mai protagonista, mai oltre le righe”.

Il destino incerto del centro Fabris

Oggi, presso il campo intitolato all'ex allenatore, giocano oltre 500 ragazzi di varie squadre giovanili.

Un'attività, quella dei volontari dell'OSG2001, che continua nel segno degli insegnamenti del vecchio tecnico, ma che in futuro potrebbe non avere seguito.

“Dal 2015 abbiamo il campo in comodato d'uso dalla parrocchia di San Gaetano, che a sua volta l'ha in concessione dal Comune di Milano - spiega il presidente Acquaviva -.

Il contratto di concessione però è scaduto da tempo e, nonostante i nostri solleciti, da Palazzo Marino non si è mai fatto sentire nessuno.

Abbiamo fatto richiesta per rinnovare questo contratto, ma il Consiglio comunale non l'ha ancora presa in considerazione.

Il nostro timore è che non rinnovando la concessione tutto quel che viene realizzato qui potrebbe andare in fumo in un istante.

Se un giorno qualcuno decidesse che qui ci va fatto un palazzo, una ciclabile o un raccordo stradale, noi non avremmo alcun modo di salvaguardare la sopravvivenza del centro sportivo.

E sarebbe un danno per il quartiere, per i giovani e per la città stessa”.

SAN DONÀ - Giocano a pallone sui binari, incuranti del rischio di finire sotto un treno: qualcuno filma tutta la scena e il video diventa in pochi minuti virale sul Web.

IL FATTO

I tre ragazzi con molta probabilità hanno pensato di ingannare l'attesa dell'arrivo del loro treno giocando a pallone a ridosso della stazione stessa, sul marciapiede.

Il pallone tra un rimbalzo e l'altro, come spesso capita, è sfuggito al controllo dei ragazzi ed è finito tra i binari: così uno dei giovani è saltato giù dalla banchina e si è incamminato sulle traversine per recuperarlo.

Ma la bravata, a quel punto, diventa duplice: anzichè sbrigarsi, il ragazzo prende il pallone e tenta di calciarlo nuovamente sul marciapiede, dove ci sono i due amici a guardarlo.

La palla però rimbalza sul bordo e ritorna tra i binari.

Solo a quel punto il giovane lo afferra con le mani e lo riporta sulla banchina.

IL VIDEO

In stazione c'è chi riprende la scena con il cellulare: si sente qualche risatina, un tizio che esclama forte "ehilà!", quasi a volere richiamare l'attenzione del giovane sul pericolo che sta correndo, con una sorta di monito, forse.

Trentasette secondi di video che finiscono presto nel tritacarne dei social, diventando subito virali con una lunga serie di commenti, tutti di condanna, ma anche con qualche interrogativo sul fatto che non ci fosse nessuno a controllare e a vigilare, oltre ad alcune riflessioni su chi ha realizzato e postato il video e che non è intervenuto (dal sonoro in effetti non si percepisce alcuna reazione o rimprovero nei confronti dei tre, se non qualche risatina) per riprendere i ragazzi che stavano compiendo quell'azione pericolosa.

RISCHIO MULTA

I tre giovani ora rischiano una sanzione amministrativa, quella prevista per chi attraversa i binari: non essendoci state altre violazioni, come interruzione di pubblico servizio, non dovrebbero esserci altri tipi di intervento d'ufficio da parte della Polfer.

Paradossalmente potrebbero essere proprio loro, essendo i loro volti abbastanza riconoscibili, a decidere di rivolgersi alla Polizia Postale per sporgere denuncia per violazione della privacy.

PRECEDENTI TRAGICI

Il pensiero di tutti è andato subito alla tragedia di Brandizzo, dove cinque operai sono stati travolti e uccisi mentre stavano effettuando dei lavori sui binari della linea Milano-Torino.

E un'altra tragedia si è consumata proprio lunedì: una persona è stata travolta e uccisa da un treno sulla linea ferroviaria Milano-Novara.

Nel 1863 il calcio bandì le botte e divenne lo sport della classe operaia.

Il rugby le tenne, privilegio da gentiluomini.

Ho giocato un po’ a rugby, e soprattutto, negli anni formativi passati in un collegio dove studiavamo scienze agrarie, ho dovuto sopportare le angherie dei giocatori di rugby (uno dei quali, molto più grosso di me ma con una gamba ingessata e armato di pericolose stampelle, tentai una volta di uccidere).

Il rugby era uno sport di cui la nostra scuola vantava una squadra a suo modo prestigiosa.

Conoscendolo da vicino, nella sua pratica e nei suoi personaggi, tutto mi è venuto in mente, tranne che fosse uno sport “aristocratico”.

A calcio ho giocato meno, un paio di mezze partitelle sotto casa, una “sobri contro ubriachi” e non posso dire molto.

Alla fine, per me, scelsi il ciclismo e la pallacanestro.

Il calcio mi è rimasto nel sangue da tifoso, e sotto questo aspetto la storia che sto per raccontarvi non mi stupisce.

Ero un ragazzo del Milan, la squadra dei casciavit.

La squadra popolare di Milano.

Dopo la partita i suoi tifosi sciamano da San Siro verso la “barriera”, la cintura industriale, operaia, che formava il polmone del tifo rossonero.

Conoscendo un po’ i sofisticati bauscia dell’altra sponda del Naviglio, non avevo però mai sospettato che lo sport che seguivo, e che spesso mi avvelenava le domeniche, fosse nato proprio come sport popolare, di operai.

È 1863 quando in pub fumoso di Londra, undici signori in cravatta e baffi si siedono per decidere le regole del football.

Uno sport che non è nuovo e non è ancora molto simile a quello che conosciamo.

Sui campi si gioca ancora qualcosa con la palla che assomiglia più al calcio fiorentino che a qualsiasi altra cosa abbiamo mai visto giocare.

Ma da quella riunione fumose, lubrificata da qualche birra, per una strana alchimia di classe sociale e orari di fabbrica, nascerà lo sport più popolare del mondo.

Tra i presenti c’è Francis Maule Campbell, rappresentante del Blackheath FC.

Difende l’hacking, l’aspetto più brutale del gioco: calci negli stinchi, placcaggi, strattoni.

Prende alla lettera una massima che avrà fortuna qualche tempo dopo: “il calcio non è uno sport per signorine”.

L’hacking, le legnate sono per lui l’ultima trincea della virilità britannica.

La sua posizione è netta: toglierlo significherebbe snaturare il nobile gioco”.

Ma nell’animata riunione non riesce a convincere la maggioranza, che vota un netto no.

Via le botte, via la palla portata in mano.

Campbell sbatte la porta e se ne va.

Il Blackheath esce dalla Football Association appena nata.

Nasce l’Association Football, ovvero il football, il calcio, il gioco del pallone.

Il rugby, con tutte le sue mischie e i suoi placcaggi, se ne va per la sua strada insieme a Mister Campbell e troverà codificazione definitiva nel 1871.

Il gioco è nato, ma manca ancora di un pubblico, una base di praticanti e ovviamente di tifosi.

Insomma, è ancora una di queste astrazioni molto britanniche, la cui genialità appare forse e solo in un secondo tempo, che in questo caso sta appunto per arrivare.

La svolta ha un nome che potrebbe apparire poco sportivo: “Atto delle Fabbriche”, ovvero il sabato pomeriggio libero dalle 14 in poi.

Una di quelle innovazioni che cominciano a dare un volto umano alla rivoluzione industriale che ha fatto della Gran Bretagna un impero.

Gli operai di Manchester, Birmingham e Glasgow non aspettano altro, ma nello stesso tempo nasce il problema di cosa fare in tutto quel tempo libero.

La risposta appare sotto forma di un pallone di cuoio.

Campi improvvisati cominciano a sorgere tra le ciminiere, squadre nascono dall’officina o dalla cappella metodista dietro l’angolo.

L’Aston Villa nasce da una congregazione wesleyana.

Il West Ham dagli operai dei cantieri navali del Thames Ironworks, e i martelli dello stemma sono ancora lì a ricordarlo.

L’Arsenal è figlio degli operai di una fabbrica di munizioni di Woolwich.

Il calcio diventa lo sport del sabato alle tre perché ha una preziosa caratteristica: è l’unico che si può permettere chiunque.

Non servono country club, non occorre possedere cavalli né vascelli di nessun tipo, non occorre nessuna attrezzatura speciale.

Bastano una palla di cuoio fornita dal club e un paio di scarponi consumati.

Le porte, come nei campetti delle nostra gioventù, si cominciano a segnare con i cappotti.

Il resto prima o poi verrà.

Il rugby nel frattempo resta saldamente legato alle public schools: Eton, Harrow, Rugby stessa e alle università di Oxbridge.

È un gioco per figli di papà, ufficiali, professionisti.

La violenza codificata del campo, compresi i placcaggi spaccacostole, le mischie vere sono parte di un codice cavalleresco e un privilegio.

Un signore sfaccendato può permettersi di incassare qualche pestone, ma chi non deve tornare in fabbrica il lunedì deve mantenere le ossa intatte e non può permettersi di rischiare il salario di duelli tra gentiluomini.

La frattura si consuma di nuovo nel 1895, e questa volta dentro il rugby stesso.

I club del Nord, sono ancora ad alto tasso di minatori e tessili e chiedono rimborsi per le giornate di lavoro perse per infortuni.

La Rugby Football Union, controllata dagli ex allievi delle scuole private, risponde sdegnosamente no, in nome del sacro principio del dilettantismo.

Nascerà la Northern Union, poi Rugby League, con una piccola apertura che porterà al professionismo.

Mentre il rugby si tiene strette le sue botte e litiga sui rimborsi da infermeria, il calcio sta già cominciando a girare il pianeta.

Lo portano in giro i marinai, i commercianti, gli emigranti britannici.

Prima in Brasile, poi in Argentina e in Italia.

Il calcio non costa niente, non richiede un campo omologato, né (almeno per il momento) un arbitro patentato.

Bastava lo spazio e la voglia di prendere a calci un pallone.

La classe operaia forse non va in paradiso, ma si appropria della palla e ne farà lo sport più seguito del mondo.

Le botte restano ai signori: gente che ha già tutto e può anche permettersi un occhio nero, un braccio al collo.

Quasi sul finire della prima Guerra Mondiale venne organizzata una giornata di beneficenza in favore dei nostri soldati impegnati al fronte.

La notizia si può leggere sul “Messaggero di Novi” il 7 settembre 1918.

la giornata venne organizzata dal Capitano Quaranta, presumibilmente in quella che oggi tutti conosciamo come Piazza Paolo Bosio.

Fra le varie attività di quella “Festa di Ginnastica Militare” venne giocata anche una partita di calcio.

Fu la prima volta?

Chissà!

Per facilitare la lettura, trascriviamo l’articolo sotto il ritaglio del giornale.

Domenica scorsa, 1 settembre, ebbe luogo a Serravalle Scrivia una festa ginnastica militare che favoriva da un tempo meraviglioso, sortì esito felicissimo.

Organizzatore instancabile di ogni cosa fu il Capitano Quaranta, comandante del Presidio, che seppe ridurre la vasta Piazza d’Armi ad elegante “Stadium, imbandierato e fiorito.

Dinnanzi ad una folla numerosissima di invitati e gran parte della cittadinanza accorsa si svolse il programma variatissimo comprendente esercizi ginnastiche di squadre, tiro alla fune, corse podistiche e ciclistiche con una corsa nel sacco e con l’albero della cuccagna.

In ultimo fu giocata pure una interessantissima partita di foot-ball.

Ai vincitori delle varie gare furono offerti in premio oggettini utili ed artistici che erano stati raccolti a cura della signora Marugo, la infaticabile Presidentessa della Casa del Soldato di Serravalle, coadiuvata dalla sua signorina e dalle signorine Cambiaggio e Giani.

Durante la festa per la quale va tributata lode al Capitano Quaranta, che, circondato dagli ufficiali del Presidio, fece gli onori di casa, furono anche raccolte oltre L.

Campi da calcio storici a Torino

La nascita del calcio

La squadra della Juventus degli anni '30

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