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Gabriele Gravina è stato rieletto presidente della Figc con oltre il 73% dei voti. Gli exit poll della lunga notte della vigilia, quella durante la quale può succedere di tutto - ne sa qualcosa l’ex presidente dell’Aia Nicchi... - lo davano sì vincente, ma appena oltre il 60%, considerando il peso al voto della Lega Dilettanti (34%) presieduta dallo sfidante Cosimo Sibilia. Dunque, la notte non solo ha portato consiglio, ma anche il trionfo. Il messaggio politico di questa rielezione è chiaro: da una parte Gravina ha convinto con la sua azione di governo; dall’altra il pallone attraversato dal flagello del Covid ha scelto la via della continuità e dell’unità di intenti.

Qui però, siamo di fronte a qualcosa in più. Perchè Gravina è stato ed è, davvero, quel Ministro del Pallone che non è stato - e non poteva essere - l’ex ministro dello sport Vincenzo Spadafora, impegnato più a litigare con la Lega di Serie A - seguendo il più classico affresco grillino: ‘dalli al potentone di turno’ - che a cercare con essa, nel frangente assai propositiva, soluzioni costruttive per evitare il collasso. In quei lunghi, drammatici mesi iniziati con lo stop ai campionati, Gravina ha avuto il merito di non perdere lucidità e freddezza di valutazione.

Gabriele Gravina durante una conferenza stampa

La storia dei presidenti FIGC: tra passato e presente

Nel 1990 Franco Carraro aveva 51 anni: dopo tre mandati consecutivi al Coni, e dopo aver ricoperto una già innumerevole serie di incarichi sportivi (tra cui presidenza Federcalcio e Lega serie A), politici e finanziari, su spinta di Bettino Craxi (“l’accordo del camper”, così fu definito l’accordo con il segretario democristiano Forlani) fu eletto sindaco di Roma. Per qualche mese, mantenne contemporaneamente anche la carica di ministro del Turismo: al tempo Andreotti, sul doppio incarico (abbiamo trovato la frase in un archivio del Corsera), disse sibillino: «Il ministro Carraro anche sindaco di Roma? È eleggibile, però…». Nel ’90 il presidente del Coni era l’allora 62enne avvocato Arrigo Gattai mentre intanto Gianni Petrucci, che di anni all’epoca ne aveva 45, dopo esser stato segretario della Fip, era diventato segretario generale della Federcalcio guidata dal barese Tonino Matarrese, classe di ferro 1940.

Direte? E allora? Cosa può interessarci della preistoria, che siamo all’anno 2025? Questi personaggi avranno anche fatto la storia dello sport e del calcio italiano, adesso però staranno godendosi la (dorata) pensione ma pur sempre appartengono al trapassato remoto: perché dovremmo stare ancora a parlare e discutere (o preoccuparci) di loro? Perché scrivete sempre di loro?

Foto storiche di dirigenti sportivi italiani

Le dinamiche del potere sportivo: limiti di mandato e candidature

Fine primavera-inizio estate 2025. L’85enne Franco Carraro si è candidato alla presidenza del Coni nell’ultimo giorno utile, la sua “discesa” preceduta da incontri, grancassa e salamelecchi: ammesso dalla Commissione elettorale del Coni ma con un asterico perché, secondo una norma di legge, non sarebbe candidabile/eleggibile. Dunque la candidatura e l’elezione sono, (sarebbero), soggette a ricorsi e impugnazioni pur anche dopo il voto (nessuno si è azzardato a ricorrere in questa fase, questa è la fase del fair-play…), inquinandone l’esito o comunque condizionandolo anche quando si tratterà di andare oltre il primo turno, se in prima battuta (come probabile) uno degli otto candidati non ottenesse il necessario quorum di 41 voti tra gli 81 “grandi elettori”. Esempi di specie: i voti di Carraro potrebbero essere poi dirottati su uno dei due principali candidati, oppure i voti di uno dei due candidati potrebbero poi convergere proprio sull’ex presidente Coni e il candidato - scommettiamo? Intanto, che sia strumento, “cavallo di Troia” o cavallo di razza, Franco Carraro, detto pure il “poltronissimo”, ci crede: lui si vede già sul trono di Palazzo H. Si è fatto scrivere un parere legale da un avvocato di fiducia (Medugno, per anni legale di Figc e Lega calcio) al quale avrebbe candidamente detto, “io sono nato prima di questa norma, quindi posso candidarmi e possono eleggermi, si tratta solo di metterlo su carta”.

Per semplificare: è come se il 12 giugno 2025 fosse approvata una legge secondo cui per potersi arruolare nella Guardia di Finanza bisogna essere alti almeno 180 centimetri (certo, stiamo ragionando su un caso limite e paradossale, ma questa è la situazione reale…) e io, che sono alto 179 centimetri, voglio comunque diventare finanziere. E allora batto i piedi e batto i pugni, e mi appello alla circostanza “di essere nato prima dell’entrata in vigore di questa legge”. Tra i fautori della nuova ridiscesa di Carraro, oltre al “rivoluzionario” tennista Angelo Binaghi («no, non è contraddittorio che io voti per Carraro, io scelgo le persone in base alla loro intelligenza e capacità»), c’è l’80enne Gianni Petrucci, al suo quarto mandato di fila alla Fip (era stato già presidente Federbasket dal ’92 al ’99) che, tanto per restare in tema di ottuagenari, ieri l’altro se ne è uscito così. «Carraro ha 86 anni, è troppo tardi? Non è mai troppo tardi. E allora Trump? Fa il presidente degli Stati Uniti ed è nato nel 1946. Ma sentite come sono lucido anche io?».

Schema che illustra i limiti di mandato nello sport

Interrogato poi sui disastri (in campo, e ancor più fuori) della Nazionale di calcio (Petrucci parla più di calcio che di basket), ha detto. «Gravina deve mollare? Lo difenderò sempre, per i non addetti ai lavori è troppo facile attaccarlo. Ma non è lui che fa o meno gol». Magari lo penserà pure Gravina che però si difende bene (visti i risultati, i suoi) da solo: in fondo già da anni (sette) ha istituzionalizzato la “deresponsabilizzazione” da tutto quello che capita intorno e dentro il pallone tricolore. Lui in fondo è solo il presidente della Federazione, che volete che sia… La Nazionale salta un Mondiale (già andati due, col concreto rischio che si arrivi a tre) ma la colpa è sempre dell’allenatore, dei club, dei calendari, dei giocatori, dei gufi, ora pure dei voyeur; la sequela potrebbe continuare all’infinito pure su altri temi e pure qui le risposte si ripetono da anni (sette), come una filastrocca: colpa del governo che non ci aiuta, colpa di chi mette il bastone tra le ruote, colpa di leggi che hanno tolto risorse dal betting, colpa delle Leghe, dei procuratori, colpa di chi non vuole le riforme etc. etc. Colpa pure di allenatori come Luciano Spalletti che non si tengono un cecio e spiattellano il benservito ricevuto dal presidente federale (sono passati cinque giorni e non c’è ancora un comunicato ufficiale sull’addio) prima della partita con la preghiera di tenere il segreto fin dopo la partita e, come se nulla fosse, sedersi per l’ultima volta sulla panchina azzurra.

Al nuovo tempo non sembra proprio volersi rassegnare l’intera classe sportiva (e politica) italiana; con l’aiuto della classe politica tricolore, tra pressioni, favori e intrecci, continua a voler restare padrona della scena, protagonista di riunioni carbonare e conclavi come si fosse nell’Ottocento (a dir poco). Inciso: tra i più attivi, si fa per dire, ecco Gianni Letta anni 90, ecco Mario Pescante anni 87. E dire che persino in Vaticano sono non uno, ma tre passi avanti. L’elettorato passivo si ferma sulla soglia degli 80 anni: tutti i cardinali con un giorno in più non possono partecipare all’elezione del nuovo Papa. E questa regola indirettamente determina anche l’elettorato attivo: il nome del Papa esce infatti pur sempre solo tra quelli che partecipano alle votazioni.

Nello sport italiano invece, si va indietro nel tempo. Per carità, l’età e l’esperienza sono fattori che possono aiutare e accompagnare l’evoluzione dei processi innovativi, non invece incarnare la reintroduzione di un sistema datato, non al passo poi con i tempi. Lo sport, per antonomasia, è dei giovani. Non è un mistero. Se nostro Signore non lo avesse chiamato in cielo, in questa campagna elettorale per la presidenza del Coni, come successore di Giovanni Malagò, ci sarebbe stato un solo candidato. La campagna elettorale attuale, invece, si dipana tra il pro e contro Malagò, pur se Malagò non ha potuto candidarsi per la norma dei tre mandati. Un limite invalicabile che vale per Malagò, ma che non vale però ad esempio per Carraro. Un limite che vale per l’attuale presidente del Coni, ma che non vale per i presidenti di federazione che devono eleggere il suo successore, e da cui dovranno essere controllati. Un limite che vale per Malagò e non vale per Carraro, e non vale nemmeno per i presidenti di federazione: perché il Coni è un ente pubblico e le federazioni (che pure attingono risorse da Sport e Salute, partecipata del Mef) sono enti privati. L’invalicabile limite dei tre mandati vale per Malagò ma non vale per Carraro, non vale per i presidenti di federazione, e non vale nemmeno per il presidente del Cip. E non valeva nemmeno per la presidenza di un altro ente pubblico sportivo (ha una doppia veste, anche quella di federazione) come l’Aci. Tanto che il presidente uscente Angelo Sticchi Damiani (anni 79) mesi fa era stato rieletto per il suo quarto mandato consecutivo. La rielezione avrebbe però provocato disturbo e mal di pancia (eufemismo) specie ad una parte politica, tanto che si sarebbe arrivati al Tar e alla filiera della giustizia amministrativa: questo perché, a mettere la parola fine, a tirare la ghigliottina a Sticchi Damiani, era intervenuto un decreto legge (udite udite) appositamente emanato sulla vicenda Aci, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, traghettando così l’Automobile Club Italia al commissariamento, che terminerà solo con un nuovo voto. E il candidato favorito indovinate chi è? Geronimo La Russa, figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa (anni 77), fedelissimo di Giorgia Meloni e, in questi giorni forse barcollante nella veste di pontiere tra i due vice-presidenti del Consiglio. Da una parte ci sono le istanze della Lega di Matteo Salvini che vuole l’abolizione del limite dei mandati per i presidenti di regione, e dall’altra c’è invece Antonio Tajani (capo e consuocero del capogruppo alla Camera nonchè presidente della Federnuoto Paolo Barelli, cioè l’ideatore della norma che aveva stritolato la legge 8 del 2018 sul limite dei mandati e il capo della fronda anti Malagò, e pure detto il “re delle piscine”) che proprio due giorni fa, ha detto. «Anche Mussolini ha vinto le elezioni, anche Hitler aveva vinto le elezioni. Non è questo il ragionamento: il ragionamento è che un presidente di regione nel suo territorio ha più potere di quanto ne abbiano il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica sul territorio nazionale. Quindi, troppo tempo seduto su una poltrona rischia di far si che ci siano rischi di autoritarismo, di incrostazioni di potere. Davanti a questa frase, non resta che stropicciare gli occhi, richiuderli per un attimo sospirando, e poi andare indietro, fino al 2023, quando cioè la Corte Costituzionale, chiamata a esprimersi sui profili di legittimità e illegittimità costituzionali relativi al limite dei tre mandati, scriveva nella sentenza 184: “Il divieto (alle candidature oltre il terzo mandato) era stato concepito a tutela anche degli interessi delle federazioni, la cui efficienza e la cui imparzialità potrebbero essere compromesse dalla formazione di un gruppo di potere interno all’organo direttivo, che ne metta a rischio la stessa autonomia”. Solo per ricordarlo, lo abbiamo scritto almeno in una decina di articoli precedenti, quella norma (quella nella legge 8/2018) sarebbe andata in frantumi grazie all’inserimento di un emendamento nel decreto Milleproroghe approvato, nottetempo, a luglio del 2023. Appena due anni dopo, forse, si arriverà all’abolizione del limite dei mandati anche per i presidenti di regione (riecco il velenoso Petrucci: «In Italia non si cambia mai, dice qualcuno: anche nello sport i dirigenti sono sempre gli stessi, e sempre più anziani. E i politici allora? Non sono sempre gli stessi? Di questo passo andrà a finire che il limite, in Italia, resti dunque per una sola persona (non lo stiamo difendendo, è che questa situazione è proprio kafkiana): cioè per Giovanni Malagò.

Molinari: “Non ci deve essere limite di mandati, chiedetelo agli amministratori se piace il limite”

«Mi aspetto un segnale di cambiamento di indirizzo chiaro, in grado di superare la dimensione personalistica che non appartiene allo sport che per sua natura è generoso. Mi aspetto che arrivi presto il 27 giugno (nota bene: è il giorno dopo l’elezione al Coni, ma mica è detto che il 27 dal conclave esca la fumata bianca), io sto già in quella dimensione. Non lascio un grammo di energia a quello che è un confronto democratico che avviene all’interno di un sistema sportivo, mi concentro sulle cose da fare che non sono collegate necessariamente al presidente del Coni che verrà». La musica e le parole sono di Andrea Abodi, ministro dello “Sport e dei giovani”. Leggete bene: nella dizione del dicastero non c’è scritto lo sport è dei giovani.

Presidente FIGC Periodo di Presidenza
Gabriele Gravina 2018 - Presente
Carlo Tavecchio 2014 - 2018
Giancarlo Abete 2001 - 2014
Umberto Agnelli 1970 - 1976
Franco Carraro 1976 - 1980
Artemio Franchi 1970-1976 (Vicepresidente reggente)
Enrico D'Ovidio 1898 - 1899

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