Nel calcio moderno, la corsa dietro al pallone assume un significato profondo che va ben oltre la semplice azione fisica. Non si tratta solo di velocità, ma di intelligenza tattica, capacità di lettura del gioco e adattabilità. Le abilità tecniche, pur rimanendo fondamentali, non sono più l'unico fattore determinante nella prestazione di un calciatore.
Professionisti di primissimo livello, pur non eccellendo sempre nel rapporto con la palla come Messi o Ronaldo, dimostrano la loro eccellenza nelle capacità tattico-strategiche. Il settore tecnico di Coverciano definisce tattica individuale l'insieme dei comportamenti e degli atteggiamenti attraverso cui la prestazione del giocatore risulta utile ed economica. In altri termini, si parla di calciatori che sanno scegliere al meglio, considerando gli spazi, i tempi e i modi più opportuni, un'attitudine molto vicina a quella che viene comunemente chiamata “intelligenza calcistica”.
La tattica individuale del difensore ha fondamenta coordinative. Un corretto orientamento del corpo, una giusta postura e un utilizzo efficace degli appoggi nella corsa e nei cambi di direzione rappresentano i requisiti di base affinché l'azione del difensore sia efficiente. Il difensore deve ricercare un orientamento del corpo sempre verso la palla e non deve mai muoversi nel campo con una corsa all'indietro, ma sempre in avanti, anche quando indietreggia, poiché la corsa a ritroso è inefficace in termini di velocità e stabilità. Deve essere in grado di effettuare appoggi che permettano cambi di direzione (CDD) rapidi ed efficaci.

Con marcamento si intende l'azione di controllo diretto dell'avversario volto a ridurre i rischi che lo stesso può portare. Quando si parla di marcamento ci si riferisce normalmente all'azione nei confronti di un avversario senza palla; quando quest'ultimo è, invece, in possesso, si parla di duello difensivo.
Il difensore deve posizionarsi strategicamente in relazione alla palla, alla porta e all'avversario. Deve trovarsi nel "cono" che unisce avversario e pali della porta (rispondendo al principio di difesa della porta) nel caso in cui l'avversario si trovi sulla linea che unisce palla e porta. Quando l'attaccante non è posto su tale linea, il difensore può marcare l'interno, lavorando su linee d'anticipo (cercando la riconquista della palla).
Le caratteristiche dell'avversario influenzano la strategia difensiva: a un oppositore molto veloce non conviene concedere profondità (il difensore può allentare la marcatura, privilegiando la copertura dello spazio). La lettura individuale delle capacità di gioco favorisce il difensore nella scelta. Nel caso di un marcamento di un avversario già in possesso di palla, i comportamenti del difensore possono dipendere da diversi fattori: posizione di campo in cui avviene il duello, disposizione di compagni e avversari, caratteristiche dell'avversario, solo per citarne alcuni.
Duelli Difensivi: Strategie e Applicazioni
Duello con avversario fronte alla porta: il consiglio è quello di ridurre la distanza con l'attaccante, accorciando lo spazio e tenendo la distanza di un "braccio e mezzo". I piedi sono vicini ma non paralleli (divaricata sagittale), lo sguardo è sul pallone. L'obiettivo principale è non farsi superare. È possibile fintare l'intervento e cercare di indirizzare l'avversario verso il lato meno pericoloso (il lato esterno del campo e/o il piede meno abile del possessore). Nel caso in cui l'avversario arrivi in velocità al duello (partenza lanciata), la difficoltà per il difensore cresce e serve maggior prudenza. Dopo aver "accorciato" verso l'oppositore, è necessario frenare a una giusta distanza "di sicurezza" e invertire la propria direzione di corsa, assecondando quella dell'attaccante, e orientando il corpo nella maniera ideale. L'abilità tecnica e il tipo di conduzione del possessore (la frequenza dei tocchi, ad esempio) influiscono sulla decisione del tempo di intervento.
Duello con avversario spalle alla porta: in questo caso la priorità assoluta del difensore è evitare che l'attaccante si giri, possibilmente non commettendo fallo. In questo senso risulta importante non concedere l'appoggio, poiché l'avversario potrebbe approfittarne usando il corpo del difensore come perno e ruotando intorno a lui. Si consiglia la distanza di un "braccio" e una postura "bassa" che aiuti a vedere il pallone e a "scappare" repentinamente nel caso in cui il pallone venga scaricato.
Duello con avversario laterale: l'aspetto fondamentale è non permettere all'attaccante di sterzare superando il difensore verso l'interno. È utile ridurre la distanza tra sé e l'avversario, usando il corpo e cercando il tempo migliore per l'intervento. Potrebbe rendersi necessario un intervento scivolato, da eseguire con l'interno-collo della gamba più lontana o con l'esterno di quella più vicina.

I concetti espressi, al pari di tutti gli altri aspetti legati al saper giocare individuale e alle scelte di un giocatore, sono alla base anche dell'allenamento della tattica collettiva. Dovranno far parte del bagaglio di un calciatore evoluto e quindi vanno continuamente stimolati e allenati a partire dal settore giovanile. Allenati significa che il ragazzo debba essere messo nelle condizioni di sperimentare, provare e risolvere continuamente situazioni di gioco mutevoli (il calcio è un’attività open skill), in allenamento e in gara. Anche le proposte analitiche possono essere utili in fase di apprendimento.
Nel caso del marcamento, possono essere isolate situazioni nelle quali l'avversario da controllare non sia in possesso palla, altre di duello (avversario con palla) oppure si possono creare attività più globali (possessi/partite a tema), che prevedano entrambi i momenti in maniera alternata.
Le esercitazioni che evidenzieremo iniziano da una di tipo motorio-coordinativo. Come sottolineato, gli orientamenti del corpo, le corse e gli appoggi rappresentano un prerequisito troppo importante perché l'azione del difensore risulti efficace. Quelle successive prevedono un giocatore (o più) impegnato a difendere e un elemento (o più) predisposto all'attacco. Nel caso in cui l'obiettivo principale della seduta odell'esercitazione sia il marcamento e sia presente un collaboratore tecnico, il coaching di quest'ultimo può essere dedicato alla fase offensiva, con il primo allenatore che segue quella difensiva.
Negli anni '50 il difensore bravo era quello che non si faceva mai superare dall'avversario diretto, a nessuno importava che modi usava per fermarlo. Un difensore scarso a livello tecnico, come dicevamo prima, è limitato nella sua carriera calcistica.
Un altro concetto importante è il principio per il quale quando si difende si stringono gli spazi per dare meno possibilità agli avversari di penetrare in mezzo al nostro reparto, mentre quando si attacca bisogna allargare il più possibile la squadra per avere maggior tempo a disposizione per gestire il pallone. Deve diventare automatico per un difensore non abbassare l'attenzione dopo un intervento andato a buon fine o dopo un pericolo sventato da un compagno di reparto, ma essere subito pronto a ripartire per trovare impreparata la squadra avversaria.
Ritorniamo infatti a parlare di resistenza alla velocità soprattutto per gli esterni bassi. L'esempio classico di uno sforzo fisico prolungato è il nostro giocatore che insegue sulla fascia un avversario, gli ruba palla in scivolata e la gioca al centrale difensivo, si rialza e subito deve ripartire per una sovrapposizione per andare al cross dal fondo 30″ dopo il suo intervento difensivo. Il nostro difensore in questo caso ha effettuato uno scatto in fase difensiva, uno slancio per effettuare la scivolata, un contrasto con impatto per rubare palla, un cambio di baricentro in verticale per rialzarsi da terra, un nuovo scatto per proporsi sul fondo ed una torsione per crossare il pallone al centro; sembra superfluo dire che il dispendio energetico è elevatissimo.
Questa è una fase molte volte trascurata, mentre dev’essere allenata forse più delle altre 2 (possesso e non possesso palla) perché la ripetitività del gesto crea uno schema motorio mentale e quindi un automatismo. La transizione deve diventare un concetto innato nel giocatore, il difensore infatti non deve pensare dopo la fase difensiva cosa deve fare, ma già deve farlo.
Esercitazione su transizioni e superiorità
Dopo la fase di transizione comincia il possesso palla. Dobbiamo suddividere quest'argomento in 2 sottoargomenti per poter mettere un po' d'ordine ai concetti. Questi 2 termini fanno parte delle famose parole chiave che io utilizzo spesso e delle quale abbiamo già parlato. Per zona rossa intendo una zona in cui se perdo palla l'avversario ha grande facilità di concludere a rete e quindi elevata percentuale di far gol; in questa zona la priorità assoluta ce l'ha il ‘non sbagliare’ a discapito della precisione dell'azione offensiva. Una cosa importante da sottolineare su quest'ultimo punto è che piuttosto di una palla corta è meglio sbagliare con una palla lunga: l'esempio classico per esprimere questo concetto è una palla giocata ad un esterno basso che sta per essere attaccato rapidamente da un avversario. Il vantaggio di questa zona è che, se i giocatori hanno seguito alla lettera le regole fondamentali della zona rossa, perdendo palla nella gialla ci sarà sempre la copertura di un compagno.
Solitamente il giro palla dei difensori parte quando il pallone è in possesso del nostro portiere. A quel punto dovranno essere bravi i due esterni bassi ad allargarsi velocemente e a farsi trovare vicino alla riga del fallo laterale; il portiere dovrà trasmettere il pallone verso la gamba più esterna del suo compagno, nella figura sopra quindi verso la gamba destra del numero 2 e sempre sulla corsa. Adesso il centrale di riferimento, il numero 4 dovrà andare ad aiutare il numero 2, mettendosi dietro la linea della palla. Dopo che 4 ha ricevuto palla dovrà effettuare un passaggio a 6 sempre sulla corsa, primo per agevolare la giocata di 6 verso 3 e secondo perché l'obiettivo del giro palla è quello di guadagnare campo come metri. Il giro palla dei quattro difensori non deve essere fine a se stesso, ma deve avere come obiettivo quello di guadagnare metri, quello di far iniziare l'azione e quello di tenere palla e fare correre gli altri. Ogni componente dovrà essere bravo a rispettare lo scivolamento, ovvero dopo aver giocato palla effettuare il movimento corretto. La palla andrà giocata sempre verso la gamba più esterna del mio compagno e dopo aver effettuato il passaggio dovrò andare a sostegno. La palla deve sempre essere trasmessa con l'interno piede dell'arto più lontano a dove trasmetto palla e dev'essere sempre stoppata con l'interno piede dell'arto più lontano alla direzione dalla quale arriva la palla. La palla verrà sempre giocata sulla corsa del compagno che dev'essere bravo a trasformare la fase di copertura in quella di ricezione anticipando il passaggio del compagno con un movimento in avanti. Schematicamente il mio difensore dovrà dare copertura quando la palla si allontana da lui e dovrà posizionarsi per ricevere quando nel giro palla la sfera si sta avvicinando. Il compito del difensore che trasmette il pallone, come abbiamo già visto, non è terminato, anzi deve diventare automatico il gioco e seguo (cioè il sostegno e la copertura).
Al momento in cui un esterno gioca palla al centrale di riferimento dovrà proseguire la corsa prevedendo un errore del compagno e quindi la possibilità di dover inseguire l'avversario che ruba palla; la corsa verrà quindi proseguita in diagonale verso la direzione del pallone e verso la direzione della propria porta. Il giro palla può comprendere dei movimenti d'inganno soprattutto se gli attaccanti avversari invece di muoversi in orizzontale per difendere lo spazio decidono di attaccare un difensore per rubare palla.
Spiegato in maniera molto semplice il centrale di dx, ad esempio, può dopo aver controllato con l'interno del dx una palla arrivata dall'esterno basso di sinistra, decidere di non giocarla al centrale di sinistra ma con un rasoterra più forte giocar palla direttamente sul piede più esterno del basso a dx effettuando un taglia fuori sull'attaccante che aveva tentato di anticipare la situazione ed era pronto ad attaccare il difensore che giustamente non è stato chiamato in causa. Questo gesto dev’essere usato soprattutto dai difensori centrali quando stanno per ricevere palla e si accorgono che l'attaccante è stato bravo ad accorciare gli spazi, quindi il controllo del pallone diventerebbe troppo pericoloso, perciò il difensore deve fingere il controllo con l'interno piede facendosi invece passare la palla in mezzo alle gambe per poi rincorrerla rapidamente e rientrarne in possesso per giocarla all'esterno vicino.
Il numero 3 condurrà la palla verso il giocatore 7 rosso, al fischio dell’allenatore 3 si gira verso la sua porta e gioca una palla verso 6. L’obiettivo dei gialli sarà quello di far arrivare palla al numero 2, con la palla toccata ovviamente da tutti e quattro i difensori. L’obiettivo di 7 rosso sarà quello di impedirlo: al fischio dell’allenatore il numero 7 effettuerà pressione, o meglio rincorrerà la palla cercando di riconquistarla prima che arrivi a 2.
Da sempre non si dà molta importanza a questo gesto. O meglio, non ci si pensa e chi ci pensa secondo me potrebbe pensare meglio. A parte gli scherzi… si nota molto spesso durante le partite un difensore in possesso palla in difficoltà, pressato da un attaccante, girarsi verso il proprio portiere e passargli la palla… in questo caso si sente spesso dire: “fuori dallo specchio”… beh… sinceramente ne capisco l’utilità se non una: passando la palla fuori dallo specchio si evita l’autorete in caso di liscio del portiere.
Filippo Tortu, ospite di Sky Sport, ha detto che nel calcio bisognerebbe curare la “tecnica di corsa” per “correre meglio” e guadagnarne così in velocità e prevenzione infortuni. Un discorso interessante, circolato parecchio sui social network. Viene mostrato uno sprint di Mbappé, che col suo stile di corsa peculiare rievoca alcuni movimenti comuni all’atletica sport di Tortu - come le ginocchia e il bacino alti - e il discorso prosegue vertendo sull’importanza di correre “correttamente” e con una puntualizzazione sulla necessità per i calciatori e le calciatrici di lavorare in maniera individuale per sviluppare questo “fondamentale”. Un aspetto che, secondo Tortu, viene completamente trascurato.
La parte migliore del ragionamento di Tortu potrebbe essere la riflessione sulla necessità di personalizzare alcuni allenamenti individuali. Le attività complementari possono essere cucite su ogni singolo, in base alle sue esigenze biomeccaniche e psicofisiche. Un lavoro che, insomma, non è adatto per essere svolto collettivamente.
Tortu fa riferimento a una serie di accorgimenti specifici riguardo la postura, la cura della respirazione e degli appoggi, la cadenza del passo, la distribuzione del carico su più distretti muscolari e altre linee guida che, in genere, possono essere di grande aiuto per migliorare la qualità delle performance di chi corre in maniera lineare, limitando il rischio di infortuni, passando sempre però per un adattamento individuale, un’interpretazione personale.
Tortu, così come diverse persone, suppone che curando questi aspetti sia possibile creare una “tecnica di base” che funga da sostegno e sulla quale implementare poi le restanti abilità specifiche del calcio, insomma una sorta di atletizzazione generica come sfondo alle competenze calcistiche, che verrebbero poi “montate” sulla struttura supportata da questa sorta di capacità coordinativa generale.
Ci sono però alcuni problemi in questo ragionamento: la fallacia del concetto di “fondamentale”, la trasferibilità, la funzionalità. Partiamo dall’inizio, cioè dalla differenza sostanziale tra il tipo di corsa caratteristico dello sport di Tortu e quella del calciatore. Tortu, colleghi e colleghe, corrono esclusivamente per correre, per raggiungere un traguardo prima della competizione. Si tratta di sport closed-skill, cioè attività in cui l’ambiente di performance è disegnato per ricreare condizioni di svolgimento perfettamente identiche. In queste attività il gesto tecnico è il fine e non il mezzo; chi lo compie può esercitare un tipo di controllo cognitivo elaborato con l’obiettivo di conformare l’esecuzione a uno standard estetico e pratico ben preciso. Certo, ci saranno sempre differenze di interpretazione, delle sfumature motorie, e le condizioni di partenza non saranno mai perfettamente identiche. Però è la natura stessa di questo tipo di sport a richiamare un approccio standardizzato.
Nel calcio, così come in tutti gli sport di situazione, open-skill, non si può inseguire il concetto di riproduzione della gestualità tecnica perfetta, poiché le attività sono svolte in un ambiente sempre cangiante e pieno di variabili d’azione: la presenza di compagni, avversari, la necessità di utilizzo di un mezzo (pallone), le diverse combinazioni tattico-strategiche, ecc. Questa considerazione è valida sia per i “gesti tecnici” classicamente intesi nel mondo del calcio, come i passaggi o i tiri, sia per la corsa stessa.
Qui cade il concetto di “fondamentale”, di “base”: basti pensare a quanti tipi di corsa debba affrontare un calciatore in maniera completamente casuale durante la partita. Anche volendo prendere solo quelli che non coinvolgono direttamente l’uso del pallone: sprint brevi, lunghi, medi, cambi di senso e di direzione, con interferenze spaziali e di contatto, ad angolazioni variabili, su superfici non uniformi, con umidità e attrito differenti; correre dopo un atterraggio sui piedi (magari su uno solo) o rialzandosi da terra, cambiare passo accelerando o rallentando, modificare il tipo di appoggio al suolo in base al comportamento ottimale, correre per infilarsi tra due avversari entrandoci in contatto o correre in uno spazio aperto, e così via. Anche prendendo lo stesso macroscopico gesto due volte, per esempio uno scatto breve, questo non sarà mai due volte identico, data la situazione caotica di partenza e il contesto in cui si riprodurrà. Una volta magari sarà necessario sprintare tenendo un braccio disteso per un certo tratto, oppure per arrivare in modo da contrastare, oppure per arrivare caricando un tiro…
La natura aciclica, randomica, del calcio non consente di programmare il singolo gesto da compiere. Né di identificarne il modello ideale da riprodurre, né di prevedere in quale ordine e in quale condizione verranno svolti questi atti motori. Ne consegue che anche il controllo cognitivo sarà differente: non ci sarà il tempo per “preparare” il controllo del corpo. Bisognerà invece affidarsi al pensiero autonomo, alla connessione corpo-mente, a tutti quei dispositivi neurali e neuromuscolari che non coinvolgono le funzioni cerebrali della categoria che Daniel Kahneman nel suo Pensieri lenti e veloci chiama, in maniera poco descrittiva, “Sistema 2”. Un sistema razionale, fortemente cognitivo, ad alto dispendio energetico, contrapposto al “Sistema 1”, inconscio, rapido e low-cost. Due sistemi che si intrecciano tra loro aiutandoci ad affrontare le varie situazioni della vita. Chi gioca a calcio agisce in un regime variabile, dove gli stimoli cognitivi si mischiano in un calderone di consapevolezza e inconsapevolezza.

Quanto senso avrebbe, alla luce di tutto ciò, far trascorrere ore ed ore di allenamento supplementare per curare un tipo di controllo motorio tipico di un contesto di azione lineare, controllato, ripetitivo, col fine di inserirlo in un contesto non lineare, non ripetitivo, dalle implicazioni cognitive miste? Si potrebbe persino rischiare di “sporcare” i processi naturali e inconsci di adattamento alle situazioni dinamiche che fanno la fortuna di chi gioca, con delle sovrastrutture complicate che richiederebbero una rigida applicazione cognitiva sequenziale. Ne risentirebbe il naturale flow dei movimenti di adattamento.
Se il problema dell’azione inconsapevole in sé potrebbe essere superato dal fatto che con l’allenamento ci si può abituare a organizzare il movimento in maniera naturale e senza controllo cognitivo, rimane insormontabile l’irriproducibilità della realtà del gioco, e quindi della combinazione e della qualità dei tipi di sforzi richiesti. Per questo l’allenamento suggerito da Tortu diventa un’utopia.
Rimane infine il concetto di funzionalità, non solo intesa come «utilità di un gesto o di una attività specificamente riferiti a un dato contesto», ma soprattutto come (auto)organizzazione personale per il raggiungimento di uno scopo. Mbappé corre più veloce degli altri perché “usa” quelle posture, o assume certe forme esteriori come conseguenza del suo focus e della sua predisposizione, oltre alle sue caratteristiche fisiche? E poi, si sarà davvero mai allenato con uno specialista della tecnica della corsa atletica, o avrà sviluppato questa sua qualità intorno all’essenziale esercizio del gioco del calcio? Tutti i calciatori più rapidi corrono allo stesso modo? Tutti i calciatori bravi a tirare le punizioni le calciano allo stesso modo?
Come spesso accade, nel dibattito ci sono ancora le scorie di una visione meccanicistica che rischiano di ridurre la natura complessa del calcio, confondendoci le idee. L’idea che la preparazione atletica possa essere scorporata dal gioco è ormai datata. Prima era più diffusa la pratica di prendere professionisti provenienti dall’atletica per formare questa “base”, su cui poi aggiungere il resto. Oggi però la specializzazione di chi si focalizza su prevenzione infortuni, miglioramenti delle performance, cura degli allenamenti individuali, dovrebbe essere scevra da certe convinzioni. E non significa che la contaminazione non possa essere utile, magari su elementi più ampi come, solo per esempio, dare una certa importanza alla respirazione. Si tratterebbe però sempre di attività complementari e non fondamentali, svolte in un’ottica sistemica.
Se si volesse affrontare la questione della sovrabbondanza di infortuni nel calcio in questo periodo, forse bisognare iniziare a rivedere le modalità di svolgimento, l’opulenza esasperante dei calendari, le difficoltà delle trasferte, e perché no magari anche alcune regole del gioco stesso. Ma per quanto attiene alla sfera pratica e tecnica, sarebbe sempre meglio abbracciare e diffondere una visione fedele e consapevole delle caratteristiche della realtà del gioco.
Abolire le scuole calcio per i bambini, centri di illusioni e di delusioni, e far correre i piccoli nei prati dietro a un pallone sotto lo sguardo disinteressato dei genitori. Prova a rovesciare la piramide Stefano Benedetti, per oltre dieci anni accompagnatore di squadre di bambini nei tornei della Capitale. Il libro Sognando Messi (Dissensi edizioni, euro 11) raccoglie le riflessioni di Benedetti sulle scuole calcio, descrive la loro struttura, l’organizzazione e denuncia la scarsa formazione degli allenatori, nelle mani dei quali con certa superficialità i genitori consegnano i loro bambini, che cronometro alla mano, salvo rare eccezioni, non giocano più di dieci minuti a partita. Benedetti denuncia la totale mancanza di consapevolezza, da parte degli allenatori, del ruolo delicato che svolgono a contatto con i bambini e purtroppo l’unica cosa che sanno fare bene è di urlare durante le partitelle, terrorizzando i bambini che giocano.
Che fare, dunque, innanzi a questo quadro desolante? Benedetti propone una soluzione drastica: chiudere le 7200 scuole calcio, dove ogni famiglia per il proprio figliolo paga una retta annua che oscilla tra i 300 e i 900 euro, abolire i ritiri estivi, scimmiottamento delle squadre professionistiche, fonte di ulteriori profitti, e lasciar correre i bambini dietro al pallone ai giardini o nei prati, lasciarli esprimere con tutta la loro fantasia, senza allenatori, schemi di gioco, preparazione atletica, turni in panchina. Chi si occuperà dei bambini, se chiudono le scuole calcio? I genitori. Benedetti propone una ricetta originale: «Uscire dal nostro piccolo mondo individuale nel quale siamo stati confinati per organizzare la componente ludica della vita dei bambini e farlo all’aperto, in spazi pubblici più o meno attrezzati con la partecipazione del maggior numero possibile di famiglie. Si tratta a tutti gli effetti di un impegno sociale. Sarebbe possibile organizzare manifestazioni calcistiche tra quartieri, tra scuole e per farlo potrebbero costituirsi dei “comitati sportivi” con funzioni di coordinamento delle attività in cui i genitori sarebbero i protagonisti, con funzioni organizzative ed educative imparando a gestire situazioni collettive il cui unico intento sarebbe quello di ottenere la felicità dei bambini».
La ricetta di Benedetti sarà ammantata anche da spirito romantico, ma ha motivo di essere. Se in Italia non avessimo il presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio, che parla il linguaggio razzista e discriminatorio assai caro a Salvini e i responsabili del settore giovanile e scolastico della Federcalcio, che ormai cambiano con certa frequenza, poco attenti ad ascoltare chi ha il polso della periferia calcistica, Sognando Messi potrebbe rappresentare un buon programma, oppure basterebbe copiare il modello tedesco, che ha riorganizzato la struttura del calcio giovanile già da alcuni anni e non a caso ha vinto gli ultimi mondiali di calcio disputatisi in Brasile, oltre a farsi valere in Europa con le squadre di club. Se invece volgiamo lo sguardo al calcio d’Oltralpe, scopriamo che è la Francia a gestire il calcio attraverso le scuole elementari, medie e superiori e ciò che per Benedetti è un sogno, nelle scuole francesi è realtà, non solo il calcio, ma tutti gli sport hanno campionati per tutti e campionati di élite.
Benedetti propone soluzioni popolari e ci ricorda che in tempi di crisi «molte famiglie non possono permettersi la retta della scuola calcio. Al bambino non resta che palleggiare in salotto con il pallone di gommapiuma per non disturbare i vicini, perché al parco non ci sono i suoi amici, impegnati negli allenamenti della scuola calcio del quartiere. Lo sport più bello del mondo ha cessato di essere anche lo sport maggiormente alla portata di tutti».
Esistono delle differenze peculiari tra la corsa d’atleta (per intenderci, quella del centometrista) e la corsa del calciatore, e queste sono dettate innanzitutto dalla natura della disciplina sportiva di riferimento. In atletica viene richiesto un gesto motorio di tipo ciclico, ossia che si ripete uguale durante tutta la prestazione, a differenza del calcio in cui questo non è possibile, trattandosi quest’ultimo di uno sport situazionale in cui l’episodio obbliga il calciatore a modificare la propria performance in relazione a ciò che succede intorno a lui. Pensiamo, ad esempio, alla quantità indefinita di cambi di direzione, balzi, accelerazioni e decelerazioni che un calciatore deve fronteggiare in partita; oppure, più banalmente, al tempo che questo passa correndo in conduzione del pallone.
La corsa di un quattrocentista richiede delle accortezze che gli permettano di coprire la distanza nel minor tempo possibile e con un numero adeguato ma non eccessivo di appoggi, in modo da garantire un’economia di corsa efficiente e un dispendio energetico minore. Per adempiere a tutto questo, l’atleta in questione deve sfruttare una corsa caratterizzata da una falcata ampia e frequente, ottenuta sfruttando una spinta completa di tutto l’arto inferiore, a partire dall’estensione d’anca per mezzo del grande gluteo, proseguendo per quella del ginocchio attraverso il quadricipite, per giungere, infine, alla contrazione del polpaccio.
La corsa del calciatore, invece, è stata definita come aciclica, quindi caratterizzata da frequenti cambi di passo, cambi di direzione, frenate e ripartenze improvvise. Per compiere tutto questo è inimmaginabile pensare di sfruttare le stesse caratteristiche della corsa d’atleta, specie con un pallone tra i piedi. La prima necessità del calciatore è quella di poter eseguire un gesto atletico e sportivo a seconda del contesto che si crea intorno a lui e più velocemente dell’avversario; per cui ha bisogno di trovarsi nelle condizioni ideali per fare ciò in qualsiasi momento della partita, sia in fase di possesso del pallone che di non possesso.
Nella fase di bassa e media intensità senza palla, la corsa del calciatore non prevede una fase di spinta esplosiva e vigorosa dal punto di vista energetico come è quella tipica dell’atleta sul “lanciato”; al contrario, sfrutta questo momento per recuperare energie o per transitare da una fase concitata della partita ad una meno intensa. Dal punto di vista biomeccanico, non ricercando un gesto massimale, non troviamo movimenti completi delle varie articolazioni che compongono l’arto inferiore. Quando il calciatore è in fase di conduzione palla, invece, è richiesta una modifica ancor più radicale della corsa per garantire il controllo e la gestione della sfera. Il centro di massa deve necessariamente spostarsi verso il basso per aumentare la velocità e la qualità di gestione della palla a fronte delle decisioni che vengono prese dal giocatore.
Questo, però, non significa che non ci siano dei brevi momenti in cui al calciatore è richiesta una corsa più vicina possibile a quella ricreata su pista. Sono i casi in cui il giocatore, ad esempio, inizia un’accelerazione massimale con partenza da fermo, si lancia dietro la linea difensiva avversaria dettando il passaggio filtrante, rincorre un avversario contro il quale ha appena perso un duello di gioco oppure sprinta per avventarsi prima dell’avversario sul pallone lontano. Questi atteggiamenti dinamici nella corsa del calciatore concorrono a creare degli adattamenti posturali non indifferenti sulla struttura fisica del giocatore. A questo va assolutamente aggiunta una calibrazione di tutto il lavoro svolto, sia sul campo a secco sia in palestra con l’eventuale utilizzo di pesi, in relazione alle caratteristiche del soggetto, tarando i carichi in modo progressivo per favorire gli adattamenti, la crescita e la resistenza muscolare e inserendo la seduta di allenamento all’interno di una programmazione predefinita, che tenga conto, in particolare, dei tempi di recupero da concedere ai giocatori.
Il gioco del calcio in Italia rappresenta lo specchio della società. Quanti operano nello sport sanno bene che i problemi maggiori, spesso, nascono dai genitori. Ci sono, poi, tecnici (o allenatori, o coach) che non hanno la preparazione adeguata, altri che provengono da storie personali difficili e spesso trovano, su un qualsiasi rettangolo di gioco (calcio, basket, rugby, parete di arrampicata o campo di tennistavolo..), un completamento della propria storia. E’ questo non è sempre un bene… Lo sport è il terzo caposaldo formativo della nostra società, dopo famiglia e scuola.
Potremmo continuare praticamente all’infinito, con tanti esempi come quelli elencati all’inizio dell’articolo; per ricordare che quasi 3 milioni di ragazzi, ogni settimana, praticano sport e nello sport sarebbe giusto che trovassero le risposte alla loro richiesta di educazione e attenzione. Tutti questi elementi li troverete in “Il Rettangolo dei Sogni“, un agile libro di 130 pagine scritto da Mario Bocchetti, Silvio Crisari e Ciro Ruotolo (Europa Edizioni, 13,90 euro) che parla di calcio ma, infondo, non solo di calcio. Quanti amano e vivono lo sport, per passione o professione, troveranno uno spaccato della propria vita. Tante piccole storie di ragazzi e del loro coach, vengono raccontate, non sempre con la necessaria sintesi che meriterebbe (per non arricchire di aggettivi ed avverbi storie ricche della propria essenza) con il pregio dell’innocenza dei piccoli protagonisti. Storie che ci catapultano su uno dei tanti campi di calcio dove ogni fine settimana si celebra un rito, quello della partita di pallone che è anche l’archetipo di un’Italia che cambia velocemente, sempre però correndo dietro ad una palla che rotola. Niente spam.
Ci vengono in mente leggendo le pagine di questo libro le parole del Barone De Coubertin, che era un pedagogo e non un filosofo ne un politico. Quando pensò alle Olimpiadi e allo sport moderno aveva ben in mente una funzione: quella educativa. Diceva sempre: “I successi della Gran Bretagna (allora prima potenza mondiale, ndr.) hanno origine sui campi di rugby e calcio dei loro college. Lo sport serve per diventare cittadini migliori e consapevoli.” Cambiano i tempi e i modi di intendere quelle parole, ma conservano ancora un fascino ed una validità incredibili. Nel suo piccolo Il Rettangolo dei Sogni ce lo ricorda.
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