La tradizione ebraica del club è, ed è stata in passato, motivo di scontro anche tra gli stessi tifosi degli Spurs. Nel 2010, prima del match di Champions League contro l’Inter, il club londinese, a seguito di un provvedimento della Polizia Italiana, proibì ai propri supporter di portare a Milano vessilli con la Stella di David per motivi di sicurezza. La storia di questo derby, che non è molto più tranquillo di quello di Buenos Aires, è anche la storia di una comunità che a Londra è migrata, ha vissuto ed è prosperata, facendo prosperare la città che l’ha ospitata.
In epoca moderna, gli Anglo-Jewish arrivarono a Londra tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Non si stabilirono solamente nel nord della capitale britannica, ma anche nell’East End. Già, perché se le firme - gli ultras - degli Spurs hanno preso il nome di Yids Army, spesso anche in contrapposizione all’antisemitismo dilagante negli stadi contro la componente ebraica del tifo pro-Tottenham, ci sono anche tanti ebrei che sostengono il West Ham, e un numero altrettanto imponente che tifa proprio i rivali storici degli Spurs, l’Arsenal. Ma è sulla Bill Nicholson Way, a White Hart Lane, lo stadio storico degli Spurs, ormai demolito, che l’ebraismo è più visibile.
Eppure tra la boardroom del Tottenham e gli Yids non sono sempre state rose e fiori. Ci fu l’abominio dell’amichevole tra l’Inghilterra e la Germania nazista del 1936, quando, per ragioni diplomatiche, la svastica sventolò sul Lane accanto al galletto simbolo del Tottenham, e i giocatori salutarono l’inno tedesco con il braccio teso. Nel 1962 il Tottenham era certamente la migliore squadra d’Inghilterra. L’iconico fan del club Morris Keston, però, aveva un problema: l’ingresso agli ebrei era vietato nell’Egitto di Nasser. Pur di essere a fianco dei compagni, Keston arrivò a falsificare la sua appartenenza religiosa sui moduli dell’ambasciata, scrivendo “Church of England”.
Ma fu con Irving Scholar, Alan Sugar, e, ai giorni nostri, Daniel Levy, che il club ebbe i suoi primi proprietari di religione ebraica, riflettendo il suo seguito presso la comunità. Negli anni ’90 gli Spurs acquistarono anche Ronnie Rosenthal, l’attaccante della nazionale israeliana che in Italia fu vergognosamente invitato dagli antisemiti a non firmare con l’Udinese.
Quando gli Yids scenderanno alla fermata Arsenal della Tube londinese, i tifosi dei Gunners non si dimentichino che, durante la guerra, quando il mitico Highbury fu bombardato dalla Luftwaffe, l’Arsenal giocò alcune partite al White Hart Lane. E proprio in quello stadio vinse il titolo nel 1971 e il suo ultimo campionato nel 2004.

Il caso ha voluto che a soli due anni dalla semifinale di Europa League l’Ajax dei “Super Jews” incontrerà nelle semifinali di Champions il Tottenham della “Yid Army” - l’armata ebrea. Il club inglese ha un background molto simile a quello olandese: il Tottenham rappresenta il nord-est di Londra, zona in cui all’inizio del Novecento si concentrò l’immigrazione ebraica nei quartieri dell'East End poco lontani da White Hart Lane. Verosimilmente per gli immigrati ebrei dell'epoca, identificarsi con il tifo della squadra di quartiere voleva dire accelerare il processo di integrazione. Anche tra gli spalti inglesi è possibile intravedere bandiere con la Stella di Davide e ascoltare cori che rimandano alla tradizione ebraica.
Il meccanismo che ha portato i tifosi del Tottenham ad adottare quest’identità è identico a quello dell’Ajax: una reazione alle offese antisemitiche subite soprattutto durante gli anni dell’hooliganismo feroce, gli Settanta e Ottanta del secolo scorso. Il problema qui è anche legato al nome scelto. Possiamo quindi aspettarci di scorgere la stella di David tra gli spalti mentre Ajax e Tottenham saranno in campo, a meno che le autorità non intervengano sul serio.

L’Oxford English Dictionary ha recentemente incluso nel novero dei suoi termini anche la parola “Yid”, un vocabolo originario della lingua Yiddish che viene utilizzato per descrivere persone di religione ebraica. Nella definizione di “Yid” l’OED ha menzionato i tifosi del Tottenham, specificando come il termine si riferisca a un uso «denigratorio e offensivo» nei confronti dei tifosi degli Spurs ma che, allo stesso tempo, può identificare uno o più tifosi dello stesso club londinese. Proprio i sostenitori del Tottenham sono famosi per autodefinirsi Yid o Yiddos durante i propri cori, e di fatto, anche per questo, il termine viene utilizzato con un’accezione dispregiativa, indirizzata dai tifosi delle altre squadre per insultare i tifosi degli Spurs, associandoli alla comunità ebraica londinese.
In Inghilterra la parola “Yid” iniziò a circolare intorno agli anni Trenta del Novecento grazie a Oswald Mosely, fondatore del primo partito politico fascista inglese. Il termine venne poi ripreso soprattutto nel calcio per discriminare i tifosi del Tottenham, che allo stesso tempo, però, lo utilizzavano nei testi dei loro cori per identificarsi - in particolare durante il periodo degli hooligans. Da un lato dunque un insulto spregevole per definire un gruppo di persone ebraiche, dall’altro un motivo d’orgoglio identitario che, in qualità di autoriferimento, nulla vuole avere nulla di razzista bensì di esaltazione.
In Europa, il Tottenham e l’Ajax sono i due club più associati a comunità ebraiche, soprattutto per motivi storici e geografici - il Tottenham sorge nella vecchia zona ebraica di Londra, lo stesso l’Ajax ad Amsterdam, città nota come la “Gerusalemme d’Occidente”. I tifosi degli Spurs hanno adottato il termine “Yid” o “Yiddos” come cavallo di battaglia, definendosi addirittura la “Yid Army” negli scontri e nelle rivalità con i tifosi delle squadre avversarie. Per quanto l’intento dell’OED sia del tutto enciclopedico, la dirigenza del Tottenham non l’ha presa bene, e nemmeno Simon Johnson, capo della comunità ebraica inglese, che in una nota ha dichiarato: «Questo è un termine di abuso e con maligni toni antisemiti. La squadra fondata nella comunità ebraica di Londra dice che i tempi sono cambiati e usarli crea un ambiente meno accogliente».

Dallo scorso novembre la squadra di calcio inglese del Tottenham è allenata da Antonio Conte. Il club sta proseguendo una lunga fase di ristrutturazione che negli ultimi anni ha toccato in modo particolare l’identità del club. Dopo aver cambiato stadio ed essersi data maggiori ambizioni, la dirigenza ora sta cercando di intervenire sulle abitudini dei suoi tifosi. L’intento è di includere maggiormente quei tifosi che non conoscono o non danno significato a quel tipo di identità, considerando anche l’impatto del cambiamento demografico in quella parte di paese che per il Tottenham costituisce il principale “bacino” di tifosi.
L’area metropolitana di Londra è la zona etnicamente e religiosamente più diversificata del Regno Unito. Quasi il 20 per cento degli oltre 9 milioni di residenti ha origini asiatiche e le persone di religione diversa da quella cristiana rappresentano oltre il 25 per cento della popolazione. Il Tottenham nacque 139 anni fa come squadra del Nord di Londra, una zona all’epoca abitata da una massiccia e distinta comunità ebraica. Dai primi decenni del Novecento la squadra si legò sempre di più alla comunità ebraica di quella parte di Londra, di carattere perlopiù operaio e rinfoltita dai flussi migratori provenienti dall’Europa centrale e orientale.
Negli anni le connotazioni del tifo legato al Tottenham divennero note nel paese: in quel periodo storico, questo portò anche alla diffusione di abusi e insulti antisemiti. I tifosi del Tottenham, come risposta, usarono quegli stessi insulti per affermare e difendere la loro identità. Come successo a tante altre grandi squadre europee, tuttavia, nel corso dei decenni la connotazione della tifoseria del Tottenham, molto definita agli inizi del Novecento, è diventata sempre meno evidente: ora è perlopiù storia, dato che secondo certe stime i tifosi di fede ebraica non supererebbero il cinque per cento del totale.
Ora, però, di pari passo con la rifondazione che il Tottenham ha vissuto in questi anni e che l’ha resa a tutti gli effetti una grande squadra europea, il club chiede ai suoi tifosi di abbandonare tutti questi riferimenti. Ha lanciato una campagna, The WhY Word, che invita alla riflessione. «Abbiamo sempre riconosciuto che si tratta di una questione complessa» si legge nella sezione dedicata del sito. «L’uso della parola Y da parte dei nostri sostenitori è nata come risposta agli abusi antisemiti dei tifosi avversari, in un periodo in cui questi non subivano sanzioni. Il termine continua a essere usato ancora, non per offendere, ma per mostrare unità attorno alla squadra e come meccanismo di difesa contro gli abusi antisemiti che ancora esistono. Ma come club vogliamo creare un ambiente accogliente in cui ciascuno dei nostri tifosi possa sentirsi incluso nell’esperienza.
Nelle ricerche condotte di recente, il club avrebbe riscontrato un certo malumore all’interno della tifoseria nei confronti dell’uso di termini legati alla cultura ebraica, e a questo si aggiunge il fatto che i tifosi più giovani spesso non sono consapevoli dei significati e del loro contesto storico quando li utilizzano. Da una parte le posizioni del club sembrano essere generalmente condivise, ma c’è chi difende le vecchie usanze di una parte del pubblico, che altrove, in altri club, vengono invece preservate. Già alcuni anni fa l’ex primo ministro inglese David Cameron disse la sua opinione riguardo, il cui significato rimane ancora tra i più citati: «C’è una differenza tra i tifosi del Tottenham che si definiscono yids e chi li offende con lo stesso termine.
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