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La famigerata stella a cinque punte, marchio di fabbrica delle Brigate Rosse, riappare sui muri della Capitale, lugubre, minaccioso presagio di violenze. E’ il neo presidente del Senato Ignazio La Russa nel mirino e il messaggio di “Benvenuto”, d’improvviso, riaccende le sirene di allarme. Quella stella, che tante volte nei tragici Anni di Piombo abbiamo visto intrisa di sangue, non può essere considerata un guizzo estemporaneo di qualche burlone in cerca di clamore propagandistico. Quel simbolo va preso sul serio, classificato come un lampo di ostilità portatore di incoraggiamenti all’azione. E’ già successo, bisogna temere che possa accadere ancora. Dai muri, da quando il mondo è mondo, si lanciano messaggi. Quasi sempre grida, incitamenti, slogan d’assalto. Il terrorismo rosso ne ha fatto un largo uso ma anche quello nero se ne è valso con ampiezza e asprezza: “…Occorsio tu ci dai l’ergastolo ma noi di più”, scrivevano sui muri intorno al palazzo di Giustizia di Roma gli assassini morali del giudice che indagava sui Nar.

Giorgia Meloni, nel suo nuovo ruolo di capo della maggioranza parlamentare e in attesa di molto d’altro, ha speso parole di condanna verso ogni demonizzazione degli avversari e promesso di agire con determinazione per unire e non certo per dividere. L’odio, utilizzato come materia contundente nel dibattito politico, anche aspro e di severa contrapposizione, va condannato senza se e senza ma. Il nome di La Russa scritto alla rovescia, gli striscioni apparsi al Colosseo e le scritte della Garbatella, rappresentano altrettanti segnali di una china pericolosa, in un momento delicatissimo, come quello della vigilia della formazione di un nuovo governo. Le parole di Enrico Letta (che pure nella serata di ieri ha espresso solidarietà al Presidente La Russa per le minacce ricevute) sulle nomine dei presidenti dei due rami del Parlamento anziché smorzare hanno comunque buttato benzina sulla scena. Di qui le reazioni di Giorgia Meloni che avranno inevitabili strascichi. In una nota il capo di Fratelli d’Italia stigmatizza con estrema durezza le parole del segretario del Pd Che rappresentano un danno per l’Italia in Europa per “le sue più alte istituzioni e la sua credibilità istituzionale” chiedendo scuse immediate.

Le polemiche al calor bianco, benché giustificate, alimentano contrapposizioni pericolose, e non se ne avverte proprio il bisogno. Se è vero che le parole sono pietre il loro uso contundente va estromesso da ogni ambito dialettico sul palcoscenico della politica e sarebbe gravemente irresponsabile farne un uso di bassa e volgare propaganda. Ai tempi del sequestro di Aldo Moro con lucida tempestività i dirigenti dell’allora Pci si fecero muraglia contro qualsiasi forma di simpatia o di compassionevole giustificazione verso gli atti delle Brigate Rosse. Fu un passaggio cruciale, di assoluto discrimine che valse come demarcazione verso la violenza squadrista di ogni colore.

Usciamo da una campagna elettorale urlata, rancorosa, densa di rigurgiti e di rinfacci, chiamando la Storia anche a sproposito a fare la testimone. Le attese del Paese debbono avere lo sguardo lungo, dirette a un futuro denso di incognite e anche di nubi minacciose da affrontare con compattezza e determinazione. Tutti dovrebbero concorrere ad agevolare questo incerto e accidentato cammino. Le grida con i marchi di fabbrica, impregnati di piombo e di sangue, sono il primo nemico. Guai a consentirgli di alzare la voce in cerca di un coro.

La bandiera rossa è il più noto e comune simbolo della sinistra, associato in particolare con la sinistra comunista e con le tradizioni socialiste e sindacali. I partiti socialisti e socialdemocratici attuali, però, non usano quasi più questo simbolo, poiché molti di essi hanno decisamente attenuato le loro posizioni di sinistra e tendono quindi ad abbandonare la simbologia tradizionale (oltre alla bandiera, la parola compagno, il saluto col pugno chiuso, le canzoni, ecc.; la stessa parola 'comunista' ha assunto un significato dispregiativo o anacronistico). La bandiera resta quindi patrimonio quasi esclusivo dei partiti comunisti e delle forze della sinistra radicale. In Italia, durante il Risorgimento, la bandiera rossa fu anche adottata dal Partito repubblicano. Le forze socialiste e comuniste hanno usato la semplice bandiera rossa o l'hanno arricchita con i nomi o gli emblemi dei propri partiti, movimenti, organizzazioni o sindacati (in particolare la falce e martello, e la stella). Alcuni paesi l'hanno utilizzata come sfondo dominante per la propria bandiera nazionale (Repubblica Popolare Cinese, Unione Sovietica, Vietnam); in altri casi (Danimarca, Svizzera, Turchia, ecc.), lo sfondo rosso non ha alcun riferimento con la storia del movimento operaio.

I bolscevichi, nel 1918, fecero addirittura del vessillo rosso la bandiera della Repubblica Federativa Socialista Sovietica Russa, inserendovi anche la falce e il martello e la stella, e successivamente (1922) questa sarà anche la bandiera dell'URSS. In realtà il progetto grafico della bandiera dell'Unione prevedeva anche una spada, che però, su intervento dello stesso Lenin, venne eliminata, visto il suo significato decisamente bellicoso (e infatti ricompare nel simbolo del KGB...), che contrastava con uno degli obiettivi centrali della rivoluzione, la pace. Significativo che anche Hitler abbia preso spunto dalla bandiera rossa: al proprio partito volle dare un nome che richiamasse apertamente quello della sinistra operaia, Sozialistische Arbeiterpartei, e lo chiamò Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi (NSDAP, National-Sozialistische Deutsche Arbeiterpartei), per intercettare in qualche modo le simpatie dei lavoratori e cercò quindi un esplicito legame simbolico con la tradizione operaia (anche se poi la fisionomia ideologica del nazismo fu assolutamente opposta alla sinistra): la bandiera del Reich fu appunto rossa con il cerchio bianco contenente la svastica nera. D'altra parte il simbolismo radicale della bandiera è molto più vecchio del socialismo: già nel tardo medioevo gruppi sovversivi di contadini e commercianti tedeschi, e poi nella seconda metà del '600 gli artigiani bretoni in rivolta, avevano utilizzato il rosso - colore forte, combattivo, simbolicamente evocativo - come emblema di lotta. Nel 1789, poi, quando nel luglio a Parigi cominciarono le prime proteste di piazza sfociate nella rivoluzione, i soldati del re agitavano dei drappi rossi come segnale, ben visibile, che intimava ai dimostranti di disperdersi: ma costoro, al contrario, assunsero proprio queste bandiere come emblema della propria lotta. Da lì è rimasto e si è consolidato il significato radicale e rivoluzionario della bandiera, anche se saranno le rivolte operaie di Lione, nel 1834, e soprattutto la rivoluzione del 1848 a consacrare definitivamente il significato politico del drapeau rouge: proprio nel '48 la bandiera rossa venne addirittura adottata come bandiera nazionale (poi sostituita dal tricolore) dai rivoluzionari francesi.

Fra l'altro è proprio durante la Rivoluzione francese che assumono anche un significato politico i termini destra e sinistra: nel 1791 la Francia rivoluzionaria (ma non ancora repubblicana; lo diventerà due anni più tardi) elesse l’Assemblea legislativa, il primo parlamento, e per mettere un po' d'ordine nei lavori il presidente fece disporre i deputati in gruppi omogenei per orientamento politico: alla sua destra presero posto i foglianti, favorevoli - o comunque non ostili - al re e agli aristocratici, mentre a sinistra si misero i giacobini, decisamente repubblicani e popolari (e che naturalmente ben presto si scissero in vari gruppi); al centro, guarda un po'..., sedeva la palude, su posizioni moderate e spesso oscillanti verso l'una o l'altra parte.

In talune situazioni il colore rosso si abbina al nero, ad esempio in certi movimenti di liberazione, oppure laddove - almeno in passato - nel movimento operaio erano molto sentite le comuni origini anarco - socialiste. La vecchia bandiera rossa (chissà dov'è finita...) dei sociaisti che hanno costruito (1909-1913) una delle prime Case del Popolo del nostro paese, quella di Prato Carnico (UD), era infatti bordata di nero. La bandiera rossa diede anche spunto per molti giornali e riviste, e, in Italia, divenne anche una canzone, non particolarmente bella ma se cantata in tanti... (qui la sua storia), assunta poi come inno ufficiale (insieme all'Internazionale, all'Inno dei lavoratori e, nel dopoguerra, all'Inno di Mameli) del PCI. Curioso notare che Bandiera Rossa, così come Bella Ciao, diventeranno molto popolari anche fuori dai confini, tanto che ancora oggi vengono frequentamente cantate, in italiano e soprattutto Bella Ciao, nelle manifestazioni di lotta in tante parti del mondo.

Con estrema semplicità ed efficacia rappresentano l'unità tra i contadini e gli operai, le forze motrici della rivoluzione proletaria: questo abbinamento nasce nel 1882, su iniziativa di Andrea Costa (il primo socialista ad essere eletto deputato), fondatore di quel Partito Socialista Rivoluzionario poi confluito nel Partito Socialista di Filippo Turati. Da notare che falce e martello compaiono anche - ovviamente senza lo stesso significato politico - nella bandiera nazionale austriaca.

Simbolismo della bandiera rossa e della falce e martello

La stella a cinque punte (uno dei simboli più diffusi: si pensi alle bandiere nazionali di paesi estremamente diversi fra loro, dall'Australia al Marocco, dalle Filippine agli USA) indica la "stella polare" della rivoluzione, inevitabilmente destinata a travolgere i cinque continenti. La stella rossa, comparsa nei berretti e nelle uniformi delle guardie rosse bolsceviche durante la rivoluzione d'ottobre, indica più direttamente il ruolo egemone del Partito Comunista. In Africa, alla metà del XX secolo, compare anche la stella nera, sempre con il significato di stella polare della lotta di liberazione. Ovvia la ragione del colore.

Nel 1918 gli spartachisti tedeschi adottano un nuovo modo per salutarsi, il pugno chiuso (sinistro): le dita rappresentano le varie correnti del movimento operaio, che tuttavia, una volta superate le divisioni, si uniscono per formare un potente strumento di lotta. Durante la Guerra di Spagna il tradizionale saluto militare con la mano destra sulla fronte (che a sua volta deriva dalla consuetudine medievale di alzare la celata dell'elmo per farsi riconoscere e poi dal gesto di levarsi il cappello in segno di rispetto) viene "contaminato" col saluto proletario, e da allora il pugno chiuso è diventato un modo pressoché universale non tanto per salutare (cosa che normalmente avviene solo nei momenti particolarmente drammatici) quanto per dichiarare un'appartenenza, per manifestare e condividere la volontà di lotta. Se il saluto nasce col pugno sinistro, dopo la Spagna, appunto, si tende ad usare il destro. In realtà il gesto ha spesso anche un significato completamente privo di qualsiasi connotazione politica, dato che alzare il braccio con la mano serrata può risultare istintivo in caso di vittoria (do you remember Pelé?...), o come moto di incitazione.

Il saluto con il pugno chiuso nella storia

Questa parola trae origine dal latino medievale "cum pane" e indica colui con il quale si condivide fraternamente (palese è il richiamo alla ritualità cristiana) il cibo; in senso più lato indica anche colui al quale ci si sente legati da sentimenti comuni e con cui si condividono sofferenze, progetti, gioie, ideali. "In una ragnatela di fatti quotidiani, abbiam dimenticato di essere compagni": così una bellissima canzone, La rossa provvidenza. Curioso notare che questo termine appartiene più che altro alle lingue neolatine, perché in quelle di ceppo anglo-germanico viene invece usato l'equivalente del nostro "camerata" (che ha sì un senso di comunanza, ma soprattutto dal punto di vista militare), creando talvolta imbarazzanti equivoci.

Le varianti sulla stella rossa e sulla falce e martello sono infinite: non mancano certo sobrietà e anche raffinatezza stilistica, ma troppo spesso la retorica e una grafica ridondante hanno avuto il sopravvento. Se nella fase iniziale della storia del movimento operaio erano ovviamente comprensibili certe scelte detatte dall'ingenuità o da esigenze divulgative e propagandistiche, poi sono subentrate la megalomania staliniana (e maoista) e la rozzezza del realismo socialista, ed è significativo che la semplicità, invece, si sia nuovamente affermata proprio negli ambiti in cui i partiti comunisti hanno maggiormente riflettuto sul piano critico (si veda ad esempio l'evoluzione delle tessere del PCI). questo insieme di tendenze. Arrivederci, bandiera rossa. Arrivederci bandiera rossa.

Comunismo, socialismo e marxismo: somiglianze, differenze, origini e storia

Non ho preso il Palazzo d’inverno. Non sono un kommunjak. Il simbolo dell’ex Unione Sovietica viene ripescato da Putin come emblema dell’armata russa. L’annuncio è stato dato da Ivanov ad una riunione di generali. Chi si rivede. La Stella Rossa. Uno dei maggiori e più potenti simboli dell’Unione Sovietica, scomparso col suo crollo nel ‘91, viene ripescato da Putin come emblema dell’armata russa. L’annuncio è stato dato a una riunione di generali, trasmessa l’altra sera in Tv, dal ministro della Difesa, Sergei Ivanov, con al fianco il presidente russo, visibilmente accigliato, forse emozionato per la decisione, che su sua iniziativa sarà trasmessa alla Duma per l’approvazione. “La stella rossa è sacra per ogni soldato- ha affermato Ivanov- I nostri padri e nonni sono andati in battaglia con essa per la difesa della patria”. Il recupero della Stella Rossa avviene esattamente due anni dopo che Putin aveva riesumato l’inno sovietico quale inno nazionale e la bandiera rossa per l’armata. In quella occasione, primi di dicembre 2000, il presidente aveva messo ordine - si fa per dire- nelle icone del potere russo-sovietico, in uno sforzo di combinare il passato zarista e comunista con la realtà post-autoritaria. Quindi: ritorno all’inno sovietico, ma con parole cambiate dallo stesso autore di quello originale, allora inneggiante a Lenin e Stalin e ora alla Grande Madre Russia; aquila bicipite ad ali spiegate, le due teste (stato e chiesa) riunite sotto la corona imperiale, quale stemma della repubblica; vessillo tricolore bianco-rosso-azzurro (libertà, dedizione alla Vergine Maria, potere) quale bandiera nazionale della Repubblica Russa; ripescaggio della bandiera rossa, nuda e cruda, senza falce e martello sormontate dalla stella rossa a cinque punte, quale vessillo dell’armata; croce di S. Andrea su fondo bianco quale vessillo per la Marina. Adesso si riporta in auge la Stella Rossa, che l’armata potrà di nuovo esibire sulle grandi bandiere rosse per la parate.

Non è un caso che l’annuncio l’abbia dato ai generali il ministro della Difesa, Ivanov, del quale molto superficialmente, quando fu nominato, molti scrissero che era il primo civile ad occupare quel posto: era infatti, come il presidente, un colonnello del KGB; uno cioè che non aveva comandato armate o divisioni, come i suoi predecessori, ma tutt’altro che un civile. Ai generali Putin ha detto poche parole, rivolto in realtà al paese, affermando che il ritorno della Stella Rossa potrà essere di aiuto nel ricucire le lacerazioni della società, col riconoscimento dei meriti del passato sovietico, così caro a vasti settori delle vecchie generazioni. Interpretazioni più sottili vedono l’iniziativa come indicazione che il Cremlino ha rinunciato alla spinta per una riforma dell’armata: i generali si oppongono infatti ai piani di abbandonare la coscrizione obbligatoria per passare a una forza di volontari. La Stella Rossa è stata per decenni il simbolo dell’Armata Rossa fin dalla sua fondazione fin dalla rivoluzione del ’17. Il quotidiano dell’esercito è Kraznaya Svezda, Stella Rossa, appunto. Ma la stella appariva anche sulle bandiere rosse sopra la falce e martello, e nella grafica dei notiziari televisivi nell’età sovietica. Col crollo del ’91, la stella non era completamente scomparsa: rimane su vecchi carri armati e su vecchi aerei, carrette dell’aria; e gigantesche stelle rosse hanno continuato a svettare in cima alle torri del Cremlino. Il suo recupero non è una semplice bagattella, ma un forte segnale ai generali e alla burocrazia civile che la macchina militare sovietica rimane, con tutto il suo peso interno, e al tempo stesso una potente, potenzialmente pereoccupante indicazione al resto del paese. Il peso del simbolismo di vecchie icone è intenso anche per le nuove generazioni frustrate dal decadimento russo, terreno fertile per nuove forme di nazionalbolscevismo. Completando l’iconostasi nazionale fatta di elementi zaristi e bolscevichi- manca ormai solo il ritorno della falce e martello- Putin, già molto popolare, va alla conquista di tutti: nostalgici del sistema sovietico, nazionalisti di stampa zarista, parte dei democratici. Fra contraddizioni e riesumazione di anticaglie, il potere recupera il passato tutto intero, senza distinzioni morali e etiche. E rivela con ciò tutta la sua ambiguità di fondo, tra aspirazioni democratiche e autoritarismo latente verso una “democrazia guidata”.

La stella rossa è un simbolo del regime comunista jugoslavo che ha certamente contribuito a sconfiggere il nazifascismo a Fiume e nella Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale; di questo fatto esiste già un monumento a Fiume-Rijeka e si trova lungo il fiume Eneo o Rjecina che divide Fiume da Sussak. La stella rossa purtroppo rappresenta anche un’ altra faccia e cioè quella antidemocratica del regime di Tito, che a Fiume dietro la regia della polizia segreta Ozna ha causato tra il 1945 e il 1946 circa 600 liquidazioni sommarie di italiani, tra cui molte donne e semplici civili. In quel triste periodo per la vita democratica un certo numero di croati non comunisti furono eliminati anche a Sussak, tra essi il parroco Martin Bubanj. Inoltre il regime con la stella rossa di Belgrado ha dato il via all’ esodo di circa 38.000 fiumani. Se la democrazia in Croazia esiste oggi non è grazie al regime jugoslavo di Tito, ma grazie alla Guerra Patriottica iniziata dal presidente Tudjman nel 1991 e conclusasi definitivamente nel 1996. Nell’ odierna Unione Europea non vi è posto per simboli di poteri statali che hanno significato a guerra finita nuove dittature. La stella rossa ha un significato ambiguo perché simbolo della lotta comunista per la liberazione dal nazifascismo, ma di rimando diventò simbolo di regimi dittatoriali e antidemocratici. Dare alla stella rossa tutta questa evidenza rappresenta un atto divisivo e non conciliatorio. Inoltre i partigiani morti nella battaglia di Fiume non sono 2.800 quante le schegge di vetro inserite dall’ artista, ma 350 e forse 400: dato tratto da una mia ricerca su fonti stesse croate, di cui diedi notizia giornalistica già l’ anno scorso. Inoltre sul grattacielo di Fiume svettava per decenni la stella rossa con la scritta Tito. Non è pertanto il “Neboder” progettato dall’ architetto triestino Nordio il posto giusto per esibirla. Il luogo più adeguato per ospitarla sarebbe in un museo, con tutte le dovute spiegazioni relative all’ opera dell’ artista. Indubbiamente l’ingresso delle forze partigiane jugoslave d’ispirazione comunista a Fiume il 3 maggio 1945 pose fine alla presenza nazista, ma rappresentò anche l’occupazione manu militari di una città allora italiana. Fin dai primi giorni di occupazione, i “titini” attinsero alle liste di proscrizione stilate dall’Ozna, la terribile polizia segreta di Josip Broz “Tito”, andando così a colpire non solo ex fascisti o collaborazionisti dei nazisti, ma anche elementi di spicco della comunità italiana autoctona e maggioritaria all’interno della popolazione che si opponevano all’annessione di Fiume alla rinascente Jugoslavia. A un regime di occupazione e di terrore ne aveva fatto seguito un altro semplicemente di diverso colore politico e dunque non si verificò il ripristino della democrazia avvenuto invece in altri luoghi italiani ed europei. Tant’è che il Parlamento europeo ha equiparato nella condanna le dittature di ispirazione nazifascista e quelle comuniste.

Il pugno chiuso diventa anche il simbolo delle Brigate Internazionali dei volontari che combattono contro il generale Franco. Nell’ottobre del 1936, infatti, la Gazzetta Ufficiale del ministero della Difesa prescriverà che il saluto militare venga fatto alzando «il pugno chiuso all’altezza della visiera, quando non si portino armi, e se si è armati, il pugno chiuso con il braccio ad angolo retto». Tuttavia, secondo il diario di viaggio di un pittore svedese che sarebbe scomparso a Siviglia durante l’insurrezione militare, il gesto era già ampiamente diffuso come forma di saluto: «dappertutto nella gentile Spagna del sud, - scriveva infatti Torsten Jovinge - per le strade, dalle colline e dalle case, mi salutano con il pugno chiuso i mulattieri e gli aquaioli, le bambine che giocano accanto ai pozzi e quel bambino di un anno in braccio a suo padre». Dunque, quando Mirò nel 1937 realizza il famoso manifesto Aidez l’Espagne, che, pubblicato dai Cahiers d’Art in Francia sarebbe poi stato stampato in forma di cartolina per finanziare la lotta antifranchista, quel «pugno ingigantito con una forte deformazione espressiva, messo in primo piano quale motivo preminente di tutta l’immagine» diventa il gesto iconico dell’antifascismo, appannando la sua origine militare a favore di un più ampio valore identitario che avrebbe mantenuto nei decenni successivi. Il saluto con il pugno chiuso in Italia, resterà il braccio destro piegato fin verso la metà degli anni '60. I funerali di Togliatti, 1964, in cui molta parte dell'immensa folla distenderà il braccio destro piegato, indicheranno come il braccio disteso riprenda la sacralità del saluto militare iniziale. Proprio gli studenti, verso la fine degli anni '60 apportano un'altra modifica al saluto: sempre più spesso viene usato il braccio sinistro. L'uso del braccio sinistro si stabilizza alla metà degli anni '70 in Italia: oggi è decisamente il più diffuso. A partire da quell’anno tuttavia si può rintracciare un ulteriore, duplice e divergente percorso. Da una parte la “fratellanza”, il senso di unione e forza rappresentato dalle dita unite sembra essere scalzato dal pugno usato come simbolo di conflitto: il gesto viene cioè caricato di una violenza simbolica, sia dai gruppi della sinistra rivoluzionaria che dalla borghesia più conservatrice, sicuramente allarmata dalla ritmica scansione di slogan in cui la forte carica di violenza veniva rinforzata dai pugni mossi all’unisono. Dall’altra, il gesto del pugno chiuso teso verso l’alto assume un significato più universale di protesta e rivolta: in una delle immagini simbolo del ’68 internazionale, la premiazione dei 200 metri maschili alle olimpiadi messicane, i due atleti statunitensi Smith e Carlos salutano la bandiera a capo chino e con il pugno, guantato di nero, alzato, l’uno distendendo il braccio destro, l’altro il sinistro.

La stella rossa a cinque punte è stata utilizzata dal 1917 come un simbolo del comunismo; rappresenta allo stesso tempo le cinque dita della mano del lavoratore e i cinque continenti, il che si mette in relazione con l'internazionalismo della parola d'ordine marxista: Proletari di tutti i paesi, unitevi!. Un'altra interpretazione, meno comune, mette in relazione la stella rossa con i cinque gruppi sociali che contribuiscono al passaggio al socialismo: i giovani, i militari, gli operai, i contadini e gli intellettuali. Dato che Karl Marx e Friedrich Engels la usavano come simbolo di umanesimo radicale e lotta di classe, la stella rossa fu collocata insieme alla falce e martello nella bandiera rossa e negli emblemi ufficiali dell'URSS. Allo stesso modo, la stella rossa è usata da diverse organizzazioni e gruppi rivoluzionari in tutto il mondo, dalla Rote Armee Fraktion tedesca, fino all'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. La stella rossa tra Ottocento e Novecento è stata anche usata come simbolo dell'Italia e dei prodotti in esportazione (vedi il marchio S. ↑ Il marchio Cirio, su museodelmarchioitaliano.it, Museo del Marchio Italiano.

Evoluzione del significato della stella rossa

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