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Raccontare Firenze non è semplice. Da quando sono bambino, io l’ho sempre vista attraverso gli occhi di mio padre, che brillano ogni volta che si perde nei ricordi di una città unica nel suo genere. Quando parli con un fiorentino, ti senti pervadere da un senso d’orgoglio ricco di significato. Grazie a Dante il toscano letterario si è trasformato nella lingua italiana e, per molti, il calcio storico fiorentino è il papà del nostro calcio, lo sport più popolare in tutto il mondo. Inoltre, quando fai da culla di un certo David di Michelangelo, è chiaro a tutti che essere orgogliosi delle proprie origini diventa più facile. Una città così non potrebbe essere rappresentata che da una squadra altrettanto ricca di storia.

Quella della Fiorentina parte nel lontano 1926, dall’unione della Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas e dal Club Sportivo Firenze. Un connubio che da quel momento in avanti ha fatto storia e che ha dato vita anche ad una delle maglie più iconiche ed irripetibili ancora oggi.

stemma storico ACF Fiorentina

Il viola, infatti, è un colore sempre più raro da trovare sulle t-shirt calcistiche e, più in generale, su quelle sportive. Già solo questo aspetto rende la casacca della Fiorentina ricca di significato, ma non tutti sanno che il colore originale era ben diverso. Il Florence Football Club, un vecchio sodalizio che non si è mai convertito in una società ufficiale, ha infatti adoperato a lungo le tinte bianche e rosse a strisce. Il tutto, fino al settembre del 1929, quando, in un’amichevole contro la Roma allo stadio via Bellini, venne utilizzata per la prima volta la maglia viola.

Secondo la leggenda, il colore viola nacque per un errore, da un lavaggio sul fiume. Gli storici, invece, raccontano che la tinta sia stata scelta dal Marchese Luigi Ridolfi insieme ad altre autorità sportive fiorentine. Secondo il giornalista Indro Montanelli, inoltre, il viola ha un legame storico con la città, perché appartiene a Firenze dal Trecento, grazie ad alcuni alchimisti. Resta chiaramente una tesi, ma plausibile, dato che in quegli anni la nostra penisola era entrata in contatto con commercianti orientali del Mediterraneo. Una mescolanza di culture che ha portato alla pratica della coltura e dell’utilizzo dell’oricello come pianta per estrarre la tintura. Il suo colore? Ovviamente il viola.

fiore di oricello

Nel corso degli anni la Fiorentina ha voluto omaggiare il suo passato, presentando una maglia bianca per le gare in trasferta e una rossa e bianca come terza casacca. Un gesto mirato a ricordare le origini di una storia che mescola perfettamente la realtà alla leggenda, proprio come la città di Firenze.

Il Giglio: Simbolo di Firenze e della Fiorentina

La leggenda narra che i Romani attribuirono il nome Florentia quale sinonimo di rinascita, commutandolo con l’arrivo della primavera, intendendo con ciò rendere anche onore alla Dea Flora. Inoltre, con ogni probabilità, a quei tempi, come oggi, la primavera si caratterizzava per l’intenso profumo dei fiori e l’acceso colore dell’iris che cresce rigoglioso nelle colline di Firenze e nella valle dell’Arno.

giglio di Firenze

Nel Medioevo il giglio fu eletto dai fiorentini a simbolo per indicare purezza, accostandolo al culto della Vergine Maria. Il primo giglio rappresentativo della città, in uso nel XI secolo ed utilizzato dai fiorentini nella prima Crociata, presentava, tuttavia, una significativa differenza cromatica rispetto all’attuale. Esso riportava, in effetti, un giglio bianco, verosimilmente a rafforzarne il significato di purezza, su fondo rosso. Fu nel 1266 per volontà dei Guelfi, al fine di indicare la vittoria sugli acerrimi nemici Ghibellini, che il giglio diventò rosso. Persino il “sommo” Dante ricordò in un canto del Paradiso della sua Divina Commedia il colore “vermiglio” assunto dal giglio.

Oltre al naturale ricorso all’abbinamento con la colorazione dell’iris, esistono precise ragione per la scelta di questa tonalità da parte della Fiorentina. Il passaggio al viola, a partire dal 1929, fu per una precisa volontà dell’allora Presidente Marchese Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano. Certamente non fu la sorte associata all’aneddoto dell’errato lavaggio e del conseguente viraggio dei colori il motivo dell’adozione del viola. Una tesi indirizzerebbe la scelta del Marchese all’amichevole che la Fiorentina disputò in quel periodo contro gli ungheresi dell’Ujpest Dosza.

L'Evoluzione della Maglia e dello Stemma

I gagliardetti della Fiorentina sono certamente il simbolo per eccellenza di una delle più gloriose squadre italiane. Questo concetto viene anche ripreso nelle parole della Canzone Viola, l’inno della squadra che in una delle sue strofe così cita “…per essere di Firenze o vanto o gloria sul tuo vessillo scrivi forza e cuore e nostra sarà sempre la vittoria!…”. Non ci sono dubbi quindi. Nei gagliardetti della Fiorentina è espressa tutta la grande passione e l’attaccamento di una città che segue con vivissimo interesse la sua squadra. Ma aggiungerei anche che nel giglio rosso e nel viola trapelano anche la storia di una delle perle d’Italia, la splendida Firenze.

I gagliardetti di questo ventennio erano di rara bellezza e prodotti da un’industria fiorentina fornitrice anche delle maglie. Nella stagione 1956 - 1957 riportavano in alto a sinistra lo scudetto a ricordare il titolo di Campione d’Italia aggiudicato nella stagione precedente ed il giglio, in basso a destra, nella versione in uso sin dall’inizio degli anni cinquanta. Nella stagione seguente si passa dal formato pentagonale all’inusuale formato, per un gagliardetto calcistico, con due punte inferiori. Il giglio e l’iscrizione della stagione rimangono e vengono posti, rispettivamente, in capo al labaro nonché ai lati inferiori. Alla fine degli anni cinquanta e nei primi anni sessanta i labari viola cambiano nel formato. Si passa, infatti al formato triangolare con il consueto stemma. Negli anni sessanta sui gagliardetti compare un giglio molto simile a quello dell’araldica comunale. Gli anni settanta confermano la tipologia di stemma in uso nelle precedenti annate. I gagliardetti cambiano, tuttavia, in qualità. Si arriva così al 1981.

Negli anni precedenti diverse squadre cambiarono la grafica del loro simbolo, spinti anche dall’esigenza di valorizzarlo ai fini del merchandising. Roma, Bari, Palermo si affidarono all’estro del Maestro Gratton mentre per la Fiorentina la famiglia Pontello, proprietaria della Società, decise per una rivisitazione del giglio che suscitò non poche critiche. Si passò, infatti ad un cerchio in bianco con apposto uno stemma stilizzato rosso che univa le sembianze di un giglio ad una lettera F. Dai Pontello si passa all’era Cecchi Gori che vede il ritorno ad uno stemma più consono a quello della tradizione. Prende quindi posto nei labari uno stemma su rombo bianco e viola con il giglio rosso e le lettere A, C ed F - acronimo della denominazione societaria - ai suoi piedi. La ripartenza dopo l’onta del fallimento nel 2002 passa attraverso il simbolo della città. In questo decennio è confermata la colorazione viola principale in realtà già utilizzata nel periodo successivo a quello della Florentia Viola. In occasione delle partite di campionato viene inserito, in capo al gagliardetto, il logo della competizione e lo stesso vale in occasione delle competizioni continentali. In dieci labari abbiamo passato in rassegna l’evoluzione di stemmi e colori di uno dei simboli viola.

evoluzione stemmi Fiorentina

La Maglia come Emblema di Fede e Passione

Entrano i raccattapalle poi l’arbitro e finalmente loro, i nostri ragazzi. Che fanno emergere dalla penombra del sottopassaggio la maglia più bella che c’è, quella viola. Su quest’ultima molto è stato scritto, con libri interi dedicati all’argomento. Nel cosiddetto “calcio moderno” tutto cambia in modo vertiginoso: i giocatori, l’allenatore, i dirigenti. In qualche (sporadico) caso è cambiato persino lo stadio! Da questo turbinio resta fuori il colore della maglia, che da sempre è ciò nel quale il tifoso si identifica, il colore della sua passione. E’ vero che per ragioni di marketing ogni anno delle maglie cambiano le rifiniture, foggia del colletto, tipo di numero, materiale e tonalità del colore. Ma quest’ultimo resta lo stesso. La maglia perciò è l’emblema di una fede, e chi la indossa lo deve fare con l’unico obbiettivo di onorarla.

Quando i tifosi vogliono sottolineare che la loro passione, e perciò il loro tifo, va al di là della proprietà, degli allenatori e al limite anche dei calciatori che la indossano, ricorrono all’espressione “Solo per la maglia” per sottolineare l’attaccamento alla stessa, che essi hanno e che essi pretendono. Già l’attaccamento per la maglia….

tifosi Fiorentina con sciarpe viola

Si può dire che nel tempo il valore dell’oggetto è diminuito e in parallelo è diminuito il legame che il calciatore aveva con essa. Per valore dell’oggetto non si intende quello economico, che anzi le maglie ufficiali hanno prezzi alti, si vuol sottolineare una sorta di inflazione che ha svilito l’indumento in quanto tale. Fino agli anni Settanta-Ottanta una muta di maglie si portava per una stagione o anche più, e la maglietta per un giocatore aveva un valore preciso. Oggi le divise sono almeno in tre versioni, non c’è limite alla fornitura per il singolo atleta, e soprattutto le maglie si devono vendere anche nei negozi e vengono perciò realizzate in migliaia di esemplari. In parallelo a questi mutamenti, i calciatori hanno iniziato a cambiare squadra a ritmi vertiginosi. I giocatori-bandiera non esistono più, e molti cambiano casacca durante una stessa stagione calcistica. Perciò il loro legame ai colori è effimero.

Se c’è un gesto che esprime la labilità di tale legame questo risiede nell’esultanza di alcuni giocatori dopo un goal importante: corrono verso la curva e si tolgono la maglia gettandola per terra! Con tanta buona volontà possiamo capire che si tratti di un gesto inconscio, ma se ci si pensa bene non è proprio il massimo del rispetto per i propri colori dei quali ci si spoglia per “gettarli” lontano….

Dalla Lanetta al Tessuto Sintetico: L'Innovazione Tecnica

Fino a tutti gli anni Settanta le maglie erano di lana. Era un tipo di lana leggera che veniva perciò definita “lanetta”. La sostanziale differenza tra versione estiva e invernale consisteva nelle maniche corte e nel colletto spesso aperto della prima. A Firenze negli anni cinquanta lo storico fornitore di divise era “Bellesi sport” di Via de’ Neri. Verso metà degli anni Settanta entra sulla scena il maglificio “Lama” di Milano. Il ricorso a questi secondi fornitori si dice fosse stato favorito dai costi minori e causato dalla necessità di un maggior numero di mute, che il solo laboratorio fiorentino non poteva assicurare.

Come già accennato una muta di maglie era un bene prezioso anche per società professionistiche. Finché le maglie erano portabili le si indossavano. Questo faceva si che gli indumenti apparissero via via “infeltriti” e con qualche rammendo, e poi passavano in dotazione alle squadre giovanili (soprattutto De Martino e Primavera). Di tutto ciò ci sono “prove” molto curiose. Scegliamo la maglia che nelle stagione 1958-59 indossa Enzo Robotti, capitano della Fiorentina anni 50-60, 231 partite in viola. Si tratta evidentemente del giglio “tradizionale” che è stato sulle maglie nelle stagioni precedenti. Si intravede sopra il vertice superiore del giglio la traccia di un’altra cucitura: non ci sono dubbi, è quella dello scudetto 55-56. Insomma una maglia portata almeno tre stagioni! Questa tendenza al “risparmio” non va vista come una sorta di tirchieria, era semplicemente lo specchio dei tempi, perché ogni singolo oggetto aveva un suo valore e l’usa e getta era ancora (per fortuna!) lontano dal venire. Perciò se una maglia si strappava, si faceva un bel rammendo, che diventava quasi una medaglia guadagnata combattendo.

Il cambiamento epocale per le maglie da calcio, avviene alla fine degli anni Settanta con la comparsa degli sponsor tecnici, cioè con fornitori non più artigianali e locali, ma industriali e internazionali. E’ il colosso tedesco “Adidas” il primo sponsor di questo tipo a Firenze: è il 1978. In una iniziale e brevissima fase, le maglie sono ancora in lanetta, le producono le “Sorelle Tortelli” che applicano lungo le maniche e sui fianchi dei pantaloncini le mitiche “tre strisce”. Ben presto però è direttamente la casa bavarese a fornire le divise e compare in modo irreversibile il tessuto sintetico.

Logo Adidas anni 70

L'Era degli Sponsor e la Personalizzazione

Nel 1981-82 irrompe sulla scena lo sponsor istituzionale, un soggetto cioè che, in cambio di un contributo economico, posiziona sulle maglie il proprio marchio. Per la Fiorentina si tratta della “Farrow’s’ azienda di abbigliamento che provvede anche alla confezione delle maglie stesse. E’ l’anno del famoso e criticato giglio alabardato (per i puristi “accapponato”) che viene verniciato all’interno di un grande disco bianco posto al centro del petto dei calciatori. Questa ampia zona verniciata rende difficile la traspirazione e si racconta che alcuni giocatori (Graziani in testa) trovassero fastidioso indossare quella divisa, tanto che nelle successive versioni, disco e giglio furono ricamati. Negli anni successivi gli sponsor saranno “La Nazione”, “Crodino”, “Nintendo”, “Giocheria” e molti altri, mentre i fornitori tecnici, dopo “Adidas”, saranno numerosi e tra questi alcune prestigiose aziende italiane: Abm, Fila, Diadora. La maglia, con l’avvento degli sponsor diventa oggetto di merchandising, cioè di un’operazione commerciale grazie alla quale una società può mettere in vendita la propria maglia ufficiale e realizzare ricavi anche importanti.

1995-96. La stagione successiva, in occasione del cinquantenario dalla sua fondazione, la Lega Calcio impone che sulla manica destra della maglia sia presente una “toppa” con il proprio logo, che celebri l’anniversario e certifichi al tempo stesso, l’ufficialità della maglia, sempre più oggetto di “repliche” o addirittura falsificazioni.

Com’erano belli i numeri dall’1 all’11! E com’era facile capire in che ruolo giocasse chi l’indossava. A proposito: a livello internazionale la numerazione fu introdotta nel 1936, ma in Italia arrivò solo nel 1940. Come già detto dalla stagione 1995-96, sul retro della divisa compare il nome del calciatore, che la personalizza con un numero da lui scelto. In passato c’era stata in Europa una unica vera e celebre personalizzazione: la n° 14 che Johan Cruiff indossava quando scendeva in campo con l’Ajax o con la grande Olanda. Il vero obbiettivo della personalizzazione sulle maglie è stato quello di renderle oggetto vendibile, incrementando perciò le entrate della società. Non si tenne conto che in questo modo si è svuotata in gran parte la maglia del suo valore come simbolo della squadra. Fino ad allora la casacca aveva colore e distintivo, che identificavano città e società. Gli “anonimi” numeri da 1 a 11 dicevano a tutti: “Qui dentro c’è un terzino, un mediano, un centravanti. Potete anche innamorarvene, ma in realtà non importa chi è. L’importante è che lotti e onori la maglia che indossa: lui passerà, lei no!”

Con nome e numero si ribalta il concetto, è il calciatore che parla: “Sono Luca Toni, lo potete leggere sulla mia schiena. Ho il numero 30, anche se faccio il centravanti. Indosso la maglia viola, con questa vincerò anche la Scarpa d’oro. Ma poi vestirò altri colori e sempre ci sarà scritto “Toni” e il numero sarà il 30: sono io che conto…”. Il tifoso quindi sempre più raramente si innamora di un giocatore, non ha il tempo di farlo, e il nome del calciatore viene sempre più spesso cancellato dalla memoria del tifoso.

Tornando a quel fatidico 1995, da allora si sono viste sulle schiene dei calciatori le cose più assurde o ironiche, in ambedue i casi non si sa quanto volute. D’altra parte c’è massima libertà da parte delle cosiddette autorità competenti, perché il regolamento FIGC, al comma 5 dell’Articolo 3 stabilisce che i numeri debbano essere compresi tra 1 e 99. E allora divertiamoci! Nel 1997 arriva all’Inter Ronaldo, e si prende la numero nove fino ad allora di Zamorano. Il cileno non fa una piega e si fa applicare sulla maglia il 18: ma fra le due cifre fa apporre un piccolo segno più: 1+8? Fa 9 naturalmente! Nel campionato 1999-2000, nel Perugia, esordisce un giovane centrocampista, Fabio Gatti. Scegliendo il numero 44, la sua schiena recita grosso modo “quarantaquattrogatti”! Un calembour simile lo fa il portoghese Nani, che una volta approdato alla Lazio prende il 7: manca solo Biancaneve! In genere però i calciatori scelgono il numero per motivi molto personali. Due esempi che riguardano la recente storia viola: Mohamed Salah scelse la maglia numero 74 per commemorare la strage di Port Said, quando 74 persone persero la vita a causa dei violentissimi scontri scoppiati nello stadio. Giuseppe Rossi ha scelto il numero 49 in quanto per lui ha un significato importante: è l’anno di nascita di suo padre morto purtroppo nel 2010. Comunque sia i nuovi numeri sulla maglia hanno tolto un altro piccolo pezzo della poesia del calcio.

La storia dello stadio della Fiorentina - Un Secolo Viola Ep.8

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