La questione delle regole nel calcio femminile è un tema ciclicamente riaffiorante nel dibattito pubblico, capace di accendere gli animi: c’è bisogno di regole diverse per le calciatrici, o va bene continuare a giocare con le stesse regole dei maschi? Una domanda che si ripropone periodicamente, toccando in molti paesi, Italia in testa, il nervo scoperto del pregiudizio di genere, quello per il quale «il calcio non è sport per signorine».
Con l’affermazione globale sportiva, mediatica e di conseguenza anche economica del calcio femminile, si sono introdotti nuovi elementi che hanno cambiato parzialmente i connotati classici della discussione. Soprattutto, rispetto alle origini, sono cambiati gli attori, o meglio le attrici, giacché ora se per molte donne resta un argomento tabù, offensivo per principio, per altre un cambiamento delle regole non sarebbe una cosa negativa.
Le regole del calcio femminile: un excursus storico
Nel 2016, l’inviata delle Iene Nadia Toffa intervistava nello spogliatoio del PSG l’allora azzurra Sara Gama, sottoponendola a una serie di domande sul calcio femminile, alcune delle quali riguardavano proprio il regolamento: «Ma il campo da calcio è grande come quello degli uomini o è più piccolino?» «Il campo è uguale» «La porta anche, non è più piccola...?» «Tutto uguale».
Le domande sul regolamento non sono così scontate, soprattutto qualora provengano da chi conosca bene altre discipline sportive che prevedono varianti per la versione femminile. Si pensi al basket, con la sua palla leggermente più piccola, o alla pallavolo, con la rete abbassata. La pallacanestro, inoltre, si porta dietro il fantasma dello sport parallelo femminile, quel netball abbastanza sconosciuto nel nostro paese ma diffuso in quelli con un passato coloniale inglese.
Se oggi le calciatrici giocano con le stesse regole dei loro colleghi, non è sempre stato così. Non sempre perché lo volessero loro in realtà, ma più per volontà di allenatori e dirigenti maschi, forse preoccupati che delle ragazze potessero intrufolarsi nel sanctum sanctorum dell’essenza virile, rubando il sacro fuoco e permettendosi di giocare esattamente come i calciatori uomini.
Tornando indietro nel tempo, la prima squadra di calcio femminile del nostro paese, il Gruppo Femminile Calcistico di Milano, tra il febbraio 1933 e l’inizio del 1934, si diede regole adatte a «praticare in una forma femminile il gioco del calcio»: due tempi regolamentari da 20’, gioco rasoterra, pallone più piccolo, divieto di «carica», gonne anziché pantaloncini. Dopo qualche partitella di allenamento, si aggiunse un’ulteriore regola «razionale», ossia l’uso fra i pali non di giocatrici bensì di giovani giocatori maschi. Il filo rosso dell’intera operazione era evidentemente quello di smorzare il carattere eccessivamente aggressivo e fisicamente stressante del calcio maschile.
Nell’Italia fascista dell’epoca, con tutta la retorica maschilista tipica del regime, c’erano solo due alternative: o provare a inventarsi una versione femminile socialmente accettabile del calcio, o rinunciare del tutto all’idea. Fu questa versione «razionale» che Leandro Arpinati, all’epoca a capo della FIGC e del CONI, approvò inaspettatamente a fine marzo 1933, aggiungendo di proprio pugno che, visto il carattere di «esperimento», «ogni attività deve però svolgersi in privato, cioè su campi cintati e senza l’ammissione di pubblico».
Anche dopo il lasciapassare, le giocatrici e i dirigenti del GFC ripeterono fino allo sfinimento che il loro obiettivo non era quello di scimmiottare i calciatori. Ancora nell’agosto del 1933, il presidente Ugo Cardosi rispondeva così alle critiche di un giornale: «Il calcio dei maschi no! ma il calcio femminile, con pallone piccolo, gioco raso terra, e 2 tempi di 20 minuti, portiere maschio, sì!».
Possiamo anche giustamente storcere il naso di fronte a queste regole de-virilizzanti e infantilizzanti, che non a caso coincidevano quasi per intero con quelle in vigore nella stagione 1933/1934 per i pulcini maschi sotto l’egida della FIGC. Una soluzione sperimentale, quella del GFC, che non poteva durare a lungo, non solo per motivi esterni (gli appoggi politici che vennero a mancare), ma ancor prima per motivi interni, tant’era stata tutta costruita su un sottilissimo crinale.
Con la fine del fascismo e della guerra, le calciatrici d’Italia poterono nuovamente scendere in campo, ma con quali regole? Arduo rispondere. Se già sono scarne le notizie sui risultati del calcio femminile in Italia nell’immediato dopoguerra, quelle sulle regole sono rarissime. Sappiamo ad esempio che a Messina, nel 1950, la rappresentativa della Venezia Giulia e quella romana giocarono un’ora, non si sa se 60’ filati oppure divisi in 2 tempi di 30’ l’uno, come è invece documentato che fecero 9 anni dopo, nella stessa Messina, la squadra di Napoli e quella di Roma.
Se già nel 1962 nel profondo Friuli le due squadre locali delle Furie Rosse e delle Indomite giocavano due tempi da 30’, non cambiò molto nel 1968, con l’istituzione del primo campionato nazionale femminile: i tempi vennero aumentati di 5’ a tempo, raggiungendo così i 70’ totali. All’inizio del 1971, mentre il movimento calcistico femminile nazionale cadeva nel caos a causa dell’esistenza di federazioni e quindi di campionati diversi e concorrenti fra di loro, la romana FFIGC varava un campionato allieve riservato alle ragazzine dai 12 ai 14 anni, tutto basato sulle indicazioni di un Collegio Medico Federale presieduto dal professor Aldo Magrini. Questo l’esito del consesso degli illuminati, significativamente non molto diverso da quello del 1933: «esse potranno giocare solo nella bella stagione e previa scrupolosa visita medica. Inoltre le partite saranno da due tempi di 15’ o massimo 20’ l’uno, e dovranno usare scarpe senza tacchetti e un pallone di tela gommata».
L’Italia di quegli anni, tuttavia, va ricordato, era uno dei centri propulsori del calcio femminile europeo, e quindi mondiale, come dimostrato dall’organizzazione della prima Coppa del Mondo (non riconosciuta dalla FIFA), disputatasi nel nostro paese nel 1970 con la sponsorizzazione della Martini. Visto lo sviluppo impetuoso e privo di direttive uniche di quegli anni, potevano capitare situazioni bizzarre, in occasione di confronti fra Nazionali con tradizioni diverse. Così accadde ad esempio nel 1972 alla Nazionale italiana della FFIUAGC, guidata nientepopodimeno che da Amedeo Amedei, in trasferta a Zagabria contro la Jugoslavia. Come spiegato da Di Salvo, «poiché il calcio femminile non era regolamentato a livello internazionale, si giocò adottando le regole locali, ovvero la partita durava 80 minuti ed erano permesse quattro sostituzioni oltre alla portiera». Quando, dopo un mesetto, le jugoslave vennero in Italia per la rivincita, si giocò con le regole locali, cioè con due tempi da 35’.
Da lì a poco, cioè nel febbraio 1973, la federazione con base a Roma (chiamata ora FFIUGC) fece passare la durata degli incontri da 70’ a 80’, ammettendo anche 2 sostituzioni oltre a quella dell’estremo difensore. In quello stesso anno, durante la Coppa Europa disputata a Roma, si decise di giocare, in caso di pareggio al 90°, due tempi supplementari di soli 5’ l’uno, come accaduto per altro in occasione della finale Italia-Inghilterra. Quando 11 anni dopo, nel 1984, la UEFA si degnò finalmente di dar vita al primo Europeo “ufficiale”, fece durare i tempi delle partite solamente 35’, facendo utilizzare alle giocatrici un pallone n. 4: uno strumento di gioco, questo, che nelle memorie delle calciatrici di quegli anni assurge a simbolo del dominio maschilista sul loro gioco.

L’entrata in campo della FIFA come governing body non solo del calcio maschile ma anche di quello femminile portò inevitabilmente a un’omogeneizzazione dei regolamenti nazionali, e a un progressivo avvicinamento delle regole femminili a quelle maschili, con qualche iniziale riserva. Sia nell’International Women’s Tournament di Cina 1988 sia nella prima edizione del Mondiale femminile organizzato dalla FIFA (Cina 1991) si disputarono incontri di 80’ anziché di 90’, «allo scopo di proteggere le giocatrici», alle quali fu per fortuna risparmiato all’ultimo momento di utilizzare un pallone di grandezza 4 anziché 5.
I tempi tuttavia erano ormai cambiati: stava nascendo una coscienza battagliera fra le calciatrici, decise a voler ottenere, da dirigenti maschi ancora troppo timorosi, di giocare con le stesse identiche regole dei colleghi. Ci bastino le parole di April Heinrichs, capitana della Nazionale USA vincitrice del torneo, interrogata sull’anomala durata di 80’: «C’avevano paura che ci cadessero le ovaie se fossimo arrivate a giocare 90’ interi».
Da lì a poco, nella stagione 1993/1994, la FIFA decise definitivamente di equiparare la durata degli incontri femminili, portandola a 90’: di conseguenza, in Italia, fece lo stesso la Lega Nazionale Dilettanti (LND), che all’epoca gestiva i campionati femminili.

La parità di genere nel calcio: un percorso ancora in salita
Il calcio, da sempre, è stato concepito come terreno di espressione della virilità, dell’agonismo maschile, dell’identità patriarcale. Nonostante l’aumento della popolarità, la qualità del gioco e l’impegno delle atlete, il gender gap nel mondo del pallone rimane sconcertante.
Secondo Social Media Soccer, durante la Coppa del Mondo femminile 2023, le giocatrici hanno ricevuto premi pari a circa un quarto di quelli maschili nel torneo del 2022. Durante la Coppa del Mondo femminile 2023 in Australia e Nuova Zelanda, i dati di ascolto sono stati da record. In Australia, la semifinale tra le padrone di casa e le Lioness inglesi è stata, ad esempio, seguita da 11,5 milioni di persone. La finalissima tra Spagna e Inghilterra è stata, invece, vista da oltre 13 milioni di persone nel solo Stato Spagnolo; da circa 6 milioni in Inghilterra e da circa 500 mila persone in Italia, nonostante qui sia stata trasmessa su Rai Sport e non su una rete generalista come fatto dai principali paesi europei.
Eppure, anche davanti a questi risultati, le differenze salariali e contrattuali permangono. Secondo alcuni studi, le Federazioni nazionali mostrano resistenze sistemiche all’equiparazione salariale, legandola ancora alla «sostenibilità economica». Discorso simile per i presidenti delle società come dimostrato di recente da Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli, che ha candidamente affermato che, se non ci sono i soldi neanche per la Serie A, B e C maschile, figuriamoci come si possano trovare per quella femminile, dimostrando che si continua a ignorare l’impatto del capitale culturale e simbolico che il calcio femminile sta accumulando.
In Italia, il calcio femminile ha fatto passi avanti importanti, soprattutto negli ultimi anni e in particolar modo dal 2022, quando è stato introdotto il professionismo per la Serie A. Secondo i dati più recenti, gli stipendi delle calciatrici italiane oscillano tra i 14.400 euro lordi annui per le più giovani e un massimo di circa 30.000-40.000 euro lordi per le giocatrici più esperte e di vertice, con qualche eccezione di top player che arriva a 200.000 euro. Cifre irrisorie se pensiamo che un calciatore medio della Serie A maschile guadagna diverse centinaia di migliaia di euro all’anno, con i top player che guadagnano milioni e milioni di euro l’anno. Un gap enorme ma soprattutto inaccettabile.
La visione patriarcale della società e dello sport, però, non ha ripercussioni solo in termini di gap salariale ma anche in tantissimi altri aspetti come sottolineato, ad esempio, dall’ex campionessa della nazionale femminile Patrizia Panico: «Penso che nel calcio sia radicata una grave forma di maschilismo tale da escludere le donne, non soltanto per quanto concerne il ruolo di allenatore, ma da tantissime altre figure professionali quali: preparatore atletico, medico, direttore sportivo, team manager, direttore generale, addetto stampa e molti altri ruoli».

Nelle squadre professionistiche ma anche, purtroppo, in quelle dilettantistiche raramente si trovano figure femminili, è questione di mentalità, di una cultura retrograda. A rendere ancora più evidente la disparità tra calcio maschile e femminile, è la sproporzione negli investimenti strutturali. I club maschili, soprattutto nelle serie maggiori, possono contare su centri sportivi all’avanguardia, staff tecnici multidisciplinari, strutture mediche e logistiche di altissimo livello. Al contrario, molte squadre femminili, anche in Serie A, faticano a trovare campi in buone condizioni per allenarsi.
Mentre i diritti televisivi del campionato maschile fruttano centinaia di milioni di euro l’anno - basti pensare che la Serie A maschile ha sottoscritto contratti da oltre 900 milioni per il triennio 2024-2027 - il calcio femminile italiano ha visto solo di recente una timida apertura in questo senso, con i primi accordi televisivi arrivati nel 2022 e con cifre estremamente contenute. Secondo un’indagine dell’osservatorio Figc, oltre il 70% dei club femminili non dispone di un centro sportivo proprio e deve affittare spazi a ore.
Non è un caso se più di recente due delle stelle della Nazionale, Cantore e Caruso, hanno parlato proprio della necessità di portare avanti una battaglia per la parità di genere che non si traduce solo in uguaglianza di stipendi: «Dobbiamo lavorare tutte insieme per ottenere le stesse opportunità - non gli stipendi - dei colleghi».
Il discorso che giustifica le enormi differenze tra calcio maschile e femminile appellandosi ai «numeri del mercato» - come audience televisiva, introiti da sponsor o vendite dei biglietti - è profondamente fuorviante e ideologico. Questi numeri non sono neutri, ma il risultato di decenni di disinvestimento strutturale, culturale e mediatico nel calcio femminile. La svalutazione del lavoro femminile è una strategia precisa attraverso cui il patriarcato mantiene il controllo del potere economico e simbolico. Questa logica si ripropone con forza anche nel mondo del calcio: quando una calciatrice professionista guadagna 20.000 euro all’anno, mentre un calciatore di Serie B può arrivare tranquillamente a cifre dieci volte superiori, non si tratta di una differenza basata sul «merito» o sulla «resa economica».
Il patriarcato non ha solo impedito alle donne di accedere al calcio ai massimi livelli; ha anche costruito una narrazione secondo cui lo sport femminile sarebbe «meno competitivo», «meno attraente» e, dunque, meno degno di essere visto, seguito, pagato. È una forma di controllo sociale mascherata da analisi economica, una giustificazione moderna per una disparità antica.

La lotta per l’equiparazione salariale e di trattamento nel calcio femminile non può limitarsi ai soli confini dello sport. Il calcio è riflesso fedele della società in cui viviamo, che resta profondamente patriarcale e maschilista. Per cambiare il calcio, bisogna cambiare la società, e viceversa.
Il patriarcato si manifesta in modo sistemico in molteplici aspetti della vita quotidiana: dalle discriminazioni salariali nel mondo del lavoro alle difficoltà di accesso ai ruoli apicali, dalla violenza di genere alle norme sociali che ancora relegano le donne al ruolo di caregiver primarie, limitando la loro libertà e autonomia economica.
Contrastare tutte queste dinamiche significa smontare i meccanismi di potere che mantengono tali disuguaglianze. Come affermava Bell Hooks, la liberazione delle donne è inseparabile dalla trasformazione delle strutture sociali in cui vivono. Nel calcio femminile, questo si traduce nella necessità di investimenti seri e duraturi, che non si limitino a campagne di facciata utili più alla Federazione per mostrarsi al passo con i tempi che a una reale lotta alle disparità di genere; nella realizzazione di politiche federali capaci di eliminare i tetti salariali ingiusti e favorire la parità; nella creazione di un racconto mediatico che presenti il calcio femminile come uno sport di alto livello, non come un prodotto «minore»; e infine in un’educazione di genere diffusa, capace di cambiare mentalità fin dalla giovane età.
SPORT E PARITÀ DI GENERE
La questione del sesso, dell’orientamento sessuale più esattamente, appare infatti poco agevolmente disgiungibile da ogni tentativo di dignificazione delle prestazioni delle sportive delle diverse discipline, le cui prestazioni appaiono, in generale, inenarrabili in assenza di condimento «sull’aspetto fisico o che va a scapito delle competenze tecniche».
C’è una continua contaminazione dei generi. Articoli in cui le sportive vengono enfatizzate per valori aggiunti, come bellezza, stile, fascino: non bastano a quanto pare i meriti sportivi. Lo sport è un fenomeno di aggregazione e, talvolta, di integrazione, una lente attraverso cui leggere la società. Se dovessimo farci un’opinione dello sport femminile affidandoci soltanto a questi articoli, l’impressione sarebbe che le atlete per i giornali italiani sono soltanto belle e brave.
Il racconto sul calcio femminile in Italia è influenzato da uno scarso interesse da parte dei media tradizionali, una carenza di dati e fonti affidabili, un discorso largamente incentrato sull’aspetto sociale e poco su quello tecnico. L’impressione è che il giornalismo italiano sia ancora molto indietro, se paragonato alla crescita avuta in campo dalle nostre giocatrici.
Tutto questo si interseca con il problema della sotto-rappresentazione delle donne nel racconto del calcio a 360°, che può essere migliorato ma non risolto da un aumento della rilevanza del gioco femminile, perché allora il rischio diventa quello di usare questa disciplina come «ghetto» per le giornaliste e le opinioniste sportive. Di sicuro, questo sport ha oggi la grande possibilità non solo di dare spazio a un movimento sportivo femminile che da tempo meritava una simile occasione, ma anche provare a rinnovare un sistema dell’informazione che, in Italia, è tra i meno variegati ed eterogenei nell’Europa Occidentale.
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