La passione per il calcio, quando degenera, può portare a episodi inaccettabili che vanno ben oltre il normale tifo. A volte, la voglia di marcare un territorio valoriale fa scadere le tifoserie in atti indiscutibilmente non accettabili. Se nelle serie maggiori questi comportamenti sono, in qualche modo, visibili e controllabili dalle forze dell'ordine, nelle serie minori si assiste a un vero e proprio Far West. Il mondo ultras, ma anche le piccole tifoserie, è sempre più violento e si scaglia sempre di più contro i calciatori.
L'Associazione Italiana Calciatori (AIC) ha compreso la gravità del problema e ha discusso la questione, pubblicando un documento prezioso dal titolo "Calciatori sotto tiro". Questo documento conferma che "la vita reale, quella fuori dal campo, è diventata sempre più oggetto di minacce per i calciatori". I social network, in particolare, hanno influito negativamente, trasformandosi in una vera e propria piazza di scontro tra hater e calciatori. L'evidenza di questo fenomeno è ormai palese, tanto da aver attirato l'attenzione anche del Ministro Abodi, che ha espresso vicinanza all'AIC.
Il razzismo negli stadi italiani
Negli stadi italiani, gli atteggiamenti e gli insulti razzisti verso i calciatori sono purtroppo frequenti. Questi episodi non solo minano la dignità degli atleti, ma possono influenzare le loro prestazioni. In molti paesi, le molestie razziali da parte di tifosi contro giocatori di calcio sono regolarmente documentate. In Italia, negli ultimi anni, si sono registrati numerosi episodi di razzismo all'interno degli stadi, spesso coinvolgendo anche giocatori di Serie A.
Combattere il razzismo nel calcio è un imperativo morale. Uno studio condotto durante la pandemia di COVID-19, quando il campionato di Serie A fu interrotto e poi ripreso a porte chiuse, ha permesso di analizzare l'impatto delle molestie razziali sulle prestazioni degli atleti. L'analisi ha concluso che i giocatori provenienti dall'Africa, più frequentemente bersaglio di abusi razzisti, hanno mostrato un significativo miglioramento delle prestazioni quando i tifosi non erano presenti allo stadio. Questo risultato è stato ancora più marcato per i giocatori africani le cui squadre erano state oggetto di abusi razzisti prima del lockdown, confermando l'ipotesi che il razzismo giochi un ruolo importante.

I risultati di questa ricerca si inseriscono in un quadro più ampio che dimostra gli effetti nefasti del razzismo sulla produttività. Poiché i calciatori discriminati giocano meglio senza la presenza dei tifosi, mentre nessun altro gruppo mostra un peggioramento delle prestazioni, si evince che gli abusi razzisti portano a una diminuzione complessiva della produttività e dell'efficienza. Questo fenomeno può causare danni economici all'industria del calcio nel suo complesso, poiché il calcio prospera quando i tifosi di tutto il mondo cercano di emulare giocatori straordinari che offrono prestazioni oltre il "normale".
Le minacce e le violenze contro i calciatori
Il rapporto dell'Associazione Italiana Calciatori evidenzia un preoccupante aumento delle intimidazioni, minacce e violenze nei confronti dei calciatori. Nella stagione sportiva 2016/17, sono stati censiti 117 azioni di questo tipo, più del doppio rispetto alla stagione precedente. Queste azioni sono diventate sempre più cruente, premeditate e organizzate, colpendo sia singoli calciatori che intere squadre, sia all'interno che all'esterno degli stadi.
La scelta delle vittime non mostra distinzioni di età, zone geografiche o livello di campionato. La Serie A è il campionato più coinvolto, con il 24% dei casi, seguita dalle categorie giovanili (8%). Dal punto di vista territoriale, il Sud e le Isole rappresentano l'area più pericolosa, con il 52% dei casi, seguiti dal Nord con il 27%. La regione Lazio detiene il triste primato per il maggior numero di criticità rivelate.

Le aggressioni fisiche sono in crescita, soprattutto da parte di tifosi "amici". Si registrano assalti ai calciatori in luoghi pubblici, anche in compagnia di familiari o amici. Non sono rari episodi di pullman assaltati da bande armate per insultare o picchiare i giocatori a bordo, come accaduto a Pro Patria, Potenza, Taranto e Foggia. L'accusa più frequente mossa ai calciatori è quella di essere "mercenari" o di "non onorare la maglia".
Il presidente dell'AIC, Damiano Tommasi, ha sottolineato che questo clima contribuisce alla scelta di alcuni calciatori di preferire altri campionati rispetto all'Italia, e ha esortato a prendere in mano la situazione per risolverla, prima che si arrivi a una tragedia.
Il "folklore" e la cultura dell'insulto
Nonostante la gravità degli episodi, alcuni esponenti del mondo ultras tendono a minimizzare il fenomeno, definendolo "folklore" o "goliardia". Un dirigente di Forza Nuova e ultras dell'Hellas Verona ha dichiarato che la tifoseria è dissacrante e prende in giro i giocatori per diverse caratteristiche, ma non con istinti politici o razzisti. Secondo questa visione, gli insulti servirebbero solo a "aiutare la squadra" e a rendere nervosi gli avversari, non per razzismo. Alcuni ultras dell'Inter hanno addirittura scritto una lettera a Romelu Lukaku sostenendo che gli insulti subiti a Cagliari non fossero razzismo, ma un modo per "stimolare" l'avversario.
Questa giustificazione, che considera gli insulti razzisti come una "forma di rispetto" perché dimostrano che l'avversario è temuto, è un'inversione delle parti che non fa altro che perpetuare il problema. Anche l'ex presidente della FIGC, Carlo Tavecchio, ha espresso in passato commenti che rasentano il razzismo, mettendo in dubbio la professionalità di calciatori extracomunitari.
Stop al razzismo nel calcio - Rabona
Le radici storiche e la mancanza di sanzioni efficaci
Il razzismo nel calcio italiano ha radici profonde che risalgono agli anni Sessanta, con episodi che coinvolsero il calciatore brasiliano José Germano de Sales. Negli anni Ottanta, altri giocatori stranieri furono oggetto di avvertimenti razzisti e minacce. Negli anni Novanta, le proteste contro l'ingaggio di calciatori neri o ebrei, come Aron Winter e Ronnie Rosenthal, hanno raggiunto livelli allarmanti, con scritte sui muri e persino l'esposizione di fantocci impiccati.
Nonostante l'esistenza di leggi come la legge Mancino e strumenti come il Daspo, le sanzioni contro il razzismo e la violenza nel calcio non sembrano essere efficaci nel deterrente. L'Associazione Italiana Calciatori, attraverso il suo osservatorio, ha rilevato quasi seicento casi di violenza e intimidazione in sei stagioni, con il 66% degli episodi di razzismo avvenuti all'interno degli stadi. La Serie A è il campionato più colpito, ma gli episodi sono in aumento anche nei settori giovanili, dove la riflessione dovrebbe partire dalle famiglie e dalle istituzioni.
In conclusione, il calcio italiano si trova ad affrontare una lunga e difficile battaglia contro la violenza, le minacce e il razzismo, fenomeni che minano le fondamenta di questo sport e mettono a rischio la sicurezza e la serenità dei suoi protagonisti.
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