La Bundesliga e la Nationalmannschaft sono due industrie che producono utili, successi, giovani campioni, entusiasmo popolare. Eppure i problemi, le inquietudini e le ombre sono tante. Dagli squilibri economici e tecnici alla depressione dei calciatori, dal razzismo ai suicidi eccellenti, passando per l’allarme sulle droghe pesanti nelle curve degli stadi, fino all’emarginazione della Germania Est.
Che comincia il 10 novembre 1989, il giorno dopo la caduta del Muro: Matthias Sammer, stella della Oberliga, quel giorno gioca con la sua Nazionale contro l’Austria, a caccia dell’ultimo posto buono per Italia ’90. Finisce 3-0, il futuro Pallone d’oro 1996 e oggi dirigente del Bayern viene sostituito a metà ripresa e in panchina si ritrova, camuffato con la pettorina da fotografo, un emissario del Bayer Leverkusen che cerca di convincerlo ad andare in Bundesliga. Perché nel calcio tedesco resiste un certo romanticismo.
Ma anche dai cristalli di meth, una droga pesante che circola a fiumi, come evidenziato in un rapporto presentato ai club nel 2014 dallo psicoterapeuta Hartel-Petri. Ogni tanto compare uno striscione di scherno, come quello dei tifosi del Dortmund rivolto a quelli di Norimberga: «Vi fate quella robaccia ceca perché non avete abbastanza soldi per la cocaina?».
Gli eccitanti servirebbero a compensare la noia di un campionato dove già a novembre si lotta solo per il secondo posto: lo strapotere del Bayern Monaco (il cui presidente Hoeness è stato condannato a tre anni e mezzo per evasione fiscale) non fa bene nemmeno ai bavaresi, che con Guardiola non sono andati in finale di Champions negli ultimi tre anni.
Su altri problemi, come razzismo e depressione, c’è più vaghezza. Prima di questo Europeo sulle barrette di cioccolato più note sono comparse le facce da bambino di Boateng, di origine ghanese, e Gundogan, di origine turca. Qualcuno non ha gradito e l’esponente dell’estrema destra Alexander Gauland, ha alzato la voce: «I tedeschi non vorrebbero come vicino Boateng anche se è un buon giocatore».
Sui turbamenti dei calciatori invece c’è solo un composto silenzio. Sono tanti quelli che si sono fermati per depressione, da Sebastien Deisler a Martin Amedick. Andres Biermann del St Pauli dopo quattro tentativi falliti è riuscito a suicidarsi. Come Robert Enke dell’Hannover, al quale una lunga depressione non aveva impedito di essere portiere della Germania in vista del Mondiale 2010. Il suo suicidio a fine 2009 contribuì al lancio del giovanissimo Manuel Neuer.
In Sudafrica vinse la Spagna, che tributò ai compagni morti (Puerta e Jarque) un ricordo commosso. Nel 2014 in Brasile la Germania è diventata campione del mondo.

L'ascesa dell'estrema destra e la politicizzazione delle curve
Domenica si è tenuto l’incontro più grande avvenuto finora in questa nuova alleanza: fuori dalla cattedrale di Colonia si sono riunite tra le 2000 e le 4000 persone, determinate a protestare contro il salafismo-inteso come estremismo islamico-e attaccare la polizia. Il fatto sorprendente è che l’incontro precedente, a Dortmund, aveva riunito non più di 400 persone, mentre domenica i partecipanti erano dieci volte tanto. Negli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine sono rimasti feriti 44 di agenti; un furgoncino è stato ribaltato e la polizia ha sequestrato pistole e machete.
Gli HoGeSa preoccupano perché rianimano vecchie forme di xenofobia e odio e le dirigono verso un nemico comune. In questo momento il bersaglio è l’estremismo islamico-il numero dei gruppi salafiti in Germania non è elevato ma è in crescita e il capo dell’intelligence tedesca, Hans-Georg Maassen, si è detto preoccupato circa la possibilità che questi possano convincere qualche cittadino ad andare in Siria o in Iraq a combattere per l’IS.
Uno degli slogan di cui si vantano molto i HoGeSa fa leva sulla loro unione al di là delle diverse tifoserie. Alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni nel calcio tedesco, questo fenomeno potrebbe apparire quantomeno strano. II Borussia Dortmund esercita un ruolo particolarmente importante in questo contesto. La squadra è allo stesso tempo l’emblema della Bundesliga da sponsor e uno dei collegamenti più importanti con l’estremismo. Tra gli animatori del movimento HoGeSa c’è Siegfried Borchardt, un neonazista tifoso del Dortmund che nel 1980 aveva dato vita al fronte ultras del Borussenfront. Per quanto sia stato ufficialmente bandito dallo Westfalenstadion, il gruppo è tornato in attività nel 2006 e oggi recluterebbe giovani affiliati alla fine delle partite.
Ma questa dicotomia si estende ben oltre il Borussia Dortmundo il calcio. La Germania è economicamente solida e caratterizzata da una certa mobilità sociale. Il 20 percento della popolazione è nato all’estero. Ma internamente la situazione è diversa, e la disillusione degli ultimi anni ha causato una ripresa dell’estrema destra. Al tempo stesso, le tensioni intorno alla comunità musulmana sono alte. Due settimane fa, una protesta curda contro gli attacchi dell’IS su Kobane è stata interrotta da alcuni sostenitori dell’ISIS, portando all’intervento di circa 1300 poliziotti. Queste tensioni vengono poi manipolate dall’estrema destra, che le utilizza come prove dell’islamizzazione del paese. E formazioni come il Partito Nazionale Democratico sanno come reclutare nuovi sostenitori infiltrandosi negli ambienti più disparati-che si tratti di calcio, movimenti antisociali o mercatini di Natale.

Diavolo, queste curve. In Germania sono diventate turbolente. Certo, anche in Italia ogni tanto ci danno qualche grattacapo. Un portiere va al rinvio e gli urlano qualcosa. Se è Mike Maignan di più, gli fanno buuu, ma sono due o tre, una decina al massimo, ecco. In Germania invece. In Germania sono di più. Sabato, per esempio. Sabato tra i 150mila manifestanti che circondavano il Reichstag, c’erano un mucchio di striscioni con gli stemmi delle squadre di Bundesliga. Da un mese e mezzo a questa parte, i rappresentanti del tifo popolare stanno protestando contro l’ingresso dei fondi nel calcio tedesco. A questa mobilitazione se ne sovrappone un’altra, più politica, una presa di posizione netta e decisa contro l’ascesa di Alternative für Deutschland, la Afd andata a occupare lo spazio della destra estrema. Il 10 gennaio scorso un’inchiesta ha svelato l’esistenza dentro Afd di un piano per deportare milioni di persone che hanno radici straniere, compresi cittadini tedeschi. «È importante per la nostra democrazia reagire tutti insieme, prendersi cura della nostra democrazia, fare in modo che non vacilli e che non arrivino al potere i partiti sbagliati».
Qualche giorno fa il giurista Luigi Testa ha analizzato su Domani la differenza tra l’atteggiamento italiano e quello tedesco nei confronti dei fascismi. Entrambi i popoli hanno vissuto l’esperienza analoga della dittatura. Eppure gli anticorpi paiono differenti, le reazioni differenti, i tifosi delle curve negli stadi pure.
Numerosi club della Bundesliga hanno incoraggiato i propri tifosi a partecipare alle manifestazioni. Nessuno ha detto che bisogna chiedere al mister. Del resto, se anche chiedessimo al mister, molti direbbero che andare in piazza è cosa buona e giusta. Lo hanno fatto in modo aperto Christian Streich del Friburgo e Xabi Alonso del Bayer Leverkusen, Marco Rose del Lipsia e il dirigente Uli Hoeness al Bayern.
Non è che dentro gli stadi tedeschi siano assenti gli insulti razzisti. La differenza è che nessuno si nasconde dietro il dito consumato dalle scuse e gli alibi, non dicono che sono una minoranza, dicono: - Portate i nazisti fuori dallo stadio. Hanno preso posizione contro l’estrema destra il Werder Bremen, il Bochum, il Mainz, il Colonia, l’Hannover, il St. La radio pubblica di Germania, Deutschlandfunk, ha ospitato una discussione sull’opportunità per un club di calcio di schierarsi o meno. In Italia un dibattito del genere sarebbe accompagnato da un’appendice che chiede alla politica di stare lontano dallo sport, o tutt’il contrario, ma è lo stesso.
Deutsche Welle dice che questa cultura calcistica sarà in mostra, sotto gli occhi del mondo, l’estate prossima, quando il paese ospiterà gli Europei. In un normalissimo weekend di Bundesliga, basta uno sguardo agli stadi per capire quanto siano lontani i tempi del presunto "calcio apolitico". A Berlino, dietro la porta, è appeso un grande striscione con la scritta "Nazis raus" (Fuori i nazisti), ad Amburgo, al Millerntor, brilla la scritta "Nessun calcio ai fascisti", a Friburgo sventolano bandiere arcobaleno accanto a striscioni contro le deportazioni. A Dortmund una coreografia ricorda le vittime della violenza di destra, mentre dall'altra parte della Repubblica vengono sventolate bandiere tedesche e i tifosi si fanno fotografare con politici locali del campo conservatore.
Il calcio tedesco non è diventato improvvisamente un congresso di partito, ma è un test settimanale dell'umore collettivo. Nelle curve si scontrano posizioni politiche che nella vita quotidiana spesso si evitano. Dall'Union al Friburgo, dal St. Pauli al Dortmund, chi vuole capire quanto sia polarizzato questo paese deve solo guardare cosa è appeso alle recinzioni.

Come è nata una scena di tifosi consapevolmente politicizzata
L'attuale cultura del tifo politicizzato non è caduta dal cielo, è il risultato di decenni di conflitti nelle curve. Negli anni '80 e nei primi anni '90, in molti luoghi dominavano gruppi di hooligan e scene di picchiatori classici, in cui la violenza, i rituali di virilità e le lotte per il territorio erano in primo piano. In questo ambiente, le reti di estrema destra trovavano facile aggancio. In alcuni stadi, simboli e codici dell'estrema destra sono stati visibili per anni, dagli adesivi alle giacche con marchi inequivocabili e combinazioni numeriche. All'epoca, gli stadi erano considerati dai neonazisti luoghi ideali per il reclutamento e la dimostrazione di potere.
Parallelamente, si formarono presto delle controforze. Le fanzine stampavano resoconti di aggressioni razziste, i progetti per i tifosi invitavano testimoni dell'epoca e discutevano della violenza di destra dentro e intorno agli stadi. Divenne nota a livello federale l'Alleanza dei Tifosi Attivi (Bündnis aktiver Fußballfans), che si mobilitò in tutta la Repubblica con lo slogan "Nazis raus aus den Stadien" (Fuori i nazisti dagli stadi). In molte curve apparve allora un semplice striscione: lettere bianche su lenzuolo nero, nessuna opera di design, ma un segnale chiaro verso l'interno e l'esterno. Chi fino a quel momento aveva ignorato l'angolo di destra nel proprio settore, fu costretto a prendere posizione.
Con l'ascesa degli Ultras alla fine degli anni '90 e all'inizio degli anni 2000, gli equilibri di potere si spostarono: invece di gruppi isolati di hooligan, apparvero sempre più gruppi Ultras organizzati che concepivano la curva come il loro spazio - incluse coreografie, tamburi e mobilitazione per le trasferte. In molti stadi, gli Ultras iniziarono a fare pulizia in modo molto consapevole: gli adesivi di estrema destra venivano strappati, i volti noti di quell'area venivano spinti fuori dalla curva, i simboli respinti. Questo avvenne raramente in modo pacifico, spesso durò anni, ma pose le basi affinché oggi, in molti stadi della Bundesliga, la simbologia apertamente di destra sia a malapena tollerata. Da una sottocultura guardata con sospetto da molti, è emerso un attore che plasma attivamente l'atmosfera politica nel settore.
Cosa caratterizza le curve di sinistra
Dal St. Pauli all'Union fino al modello Friburgo con una posizione chiara.
Quando oggi si parla di "curve di sinistra", la maggior parte pensa subito all'FC St. Pauli. Al Millerntor-Stadion la politica non è un'apparizione occasionale, ma una componente fissa dell'immagine di sé. Nella curva sud sono appesi regolarmente grandi striscioni con "Nessun calcio ai fascisti", in mezzo bandiere Antifa, simboli arcobaleno, messaggi di solidarietà per i rifugiati o per chi è in sciopero. Sugli spalti appaiono toppe con "Alerta Antifascista", sul tetto dello stadio campeggiano graffiti contro il razzismo. Il club ha da tempo integrato questa posizione nella propria immagine del marchio: campagne contro la destra, collezioni di merchandising con affermazioni chiare, un teschio che a un certo punto è passato da simbolo pirata a biglietto da visita politico. Le foto della curva sud piena con striscioni Antifa e fumogeni sono oggi materiale standard in ogni documentario sul calcio politico.
L'Union Berlino racconta una storia diversa eppure arriva a un punto simile. Il club porta l'etichetta di "Club dell'Est" e ha una biografia in cui si incontrano critica allo stato, sottocultura e quartiere operaio. A Köpenick i messaggi antirazzisti vengono legati consapevolmente alla propria identità: coreografie contro i nazisti in città, striscioni come "Tifosi di calcio contro il razzismo", azioni contro gli stand elettorali dell'AfD davanti all'Alte Försterei. Allo stesso tempo, il pubblico è eterogeneo, dallo studente di Neukölln al pensionato delle case popolari.
Proprio per questo il segnale ha peso, quando sulla Waldseite è appeso un grande messaggio contro l'estremismo di destra o quando durante una partita casalinga viene diffuso dagli altoparlanti del settore un appello per una manifestazione nel quartiere.
L'SC Friburgo è meno sotto i riflettori delle grandi metropoli, ma ha una linea sorprendentemente coerente. Nella tribuna nord si vedono continuamente striscioni come "Nessun essere umano è illegale" o "Contro ogni forma di razzismo e discriminazione". Sono rimaste impresse le immagini in cui la curva ricorda con una coreografia le vittime degli attentati di Halle o Hanau, mentre sul cubo video compaiono informazioni su iniziative contro la violenza di destra. La collaborazione con il progetto tifosi, iniziative di quartiere o associazioni educative è parte integrante del lavoro del club. Friburgo appare spesso silenziosa dall'esterno, ma chi compila una rassegna fotografica sui messaggi politici nella Bundesliga, lì trova materiale affidabile.
Anche a Dortmund, sebbene molto più grande e caotica, esistono strutture di sinistra chiaramente localizzate. La Curva Sud (Südtribüne), con 25.000 persone, è un piccolo stadio nello stadio, e i contesti sociali sono altrettanto variopinti. Tuttavia, ci sono state ripetutamente azioni che tracciano una linea chiara: grandi coreografie "Contro il razzismo", massicci striscioni contro i neonazisti a Dortmund, appelli a partecipare a commemorazioni antifasciste. Un motivo particolarmente memorabile è diventato noto dalla scena dei bar intorno a Borsigplatz: adesivi e cartelli con "Nessuna birra per i nazisti", che chiarivano che le persone con simbologia inequivocabile semplicemente non vengono servite in certi pub. Le foto di blocchi gialli e neri in cui viene alzato un enorme "Mai più" per il Giorno della Memoria dell'Olocausto fanno ormai parte del linguaggio visivo del BVB.
Ciò che accomuna tutti questi esempi è che non intendono il calcio come una fuga dalla realtà politica, ma come parte di essa. La curva è palcoscenico, archivio e laboratorio allo stesso tempo: lì vengono recepiti i messaggi del club, imposti temi propri e rese visibili le lotte locali, dalla commemorazione antifascista alla solidarietà con i lavoratori in sciopero.

Correnti conservatrici e di destra: culto della bandiera nazionale, patriottismo locale e le zone grigie contese nel mezzo
Ma il calcio tedesco non è fatto solo di isole di sinistra. In molti stadi ci sono ambienti conservatori, gruppi a impronta nazionale e zone grigie in cui i codici di destra circolano senza essere sempre chiaramente nominati. Allo stesso tempo, una parte della cultura del tifo tedesca fa ormai parte in modo del tutto naturale della narrazione positiva: la bandiera nero-rosso-oro nelle partite della nazionale, il trucco "Schland" sulle guance, le maglie della nazionale, la sensazione della "favola estiva" dal 2006. Milioni di tifosi festeggiano così la loro squadra senza pensare neanche lontanamente all'ideologia di destra: questo è patriottismo quotidiano vissuto, spesso piuttosto semplice.
È esattamente questa cornice che i gruppi di estrema destra cercano ripetutamente di dirottare. Un esempio lampante è la partita di qualificazione ai Mondiali del 2017 a Praga, quando un gruppo di sostenitori tedeschi si fece notare negativamente: mentre la grande massa sosteneva normalmente la propria squadra, un piccolo blocco scandiva slogan nazisti, gridava "Sieg Heil" e fischiava persino durante un minuto di silenzio. Giocatori e responsabili della nazionale presero le distanze in modo insolitamente aspro da questi cosiddetti tifosi, la DFB parlò pubblicamente di vergogna, le autorità avviarono indagini, singoli colpevoli furono identificati e colpiti da divieti di stadio (Daspo).
Tali incidenti mostrano quanto sia sottile la linea tra la normale atmosfera nel settore ospiti e le provocazioni fasciste mirate, che costringono l'opinione pubblica e la federazione a reagire.
Anche nella quotidianità dei club ci sono scene in cui confini nazionali, patriottismo locale e ideologia di destra confluiscono l'uno nell'altro. In alcuni club della Germania orientale e centrale - come alla Dynamo Dresda, all'Hansa Rostock o al Lokomotiv Lipsia - le tendenze di estrema destra sono state documentate ripetutamente per anni: settori in cui venivano filmati saluti hitleriani, apparivano striscioni con simboli inequivocabili o trasferte collegate a gruppi neonazisti chiaramente riconoscibili. La situazione divenne particolarmente drastica nel 2019 al Chemnitzer FC, quando durante una partita casalinga un hooligan deceduto appartenente alla scena neonazista fu onorato con un ritratto gigante e una coreografia funebre.
Le immagini di questa scena provocarono indignazione a livello federale, gli sponsor si ritirarono, i responsabili del club dovettero andarsene, il club cadde in una profonda crisi d'identità. Tali casi appartengono ormai stabilmente alla storia visiva più cupa del calcio tedesco - e chiariscono che le strutture di destra non sono solo note a margine della storia, ma hanno avuto o hanno un potere reale in determinate curve.
Un modello frequente in questi ambienti è l'autodescrizione come "apolitici". Ufficialmente, questo significa che non sono graditi né simboli di sinistra né di destra. In pratica, significa spesso: finché nessuno issa apertamente una bandiera di guerra del Reich o mostra segni incostituzionali, vengono tollerati anche codici noti dell'estrema destra, purché si presentino in modo "discreto". Magliette, codici numerici, determinati marchi: tutto questo rimane nel settore, finché la situazione non degenera.
I tifosi di sinistra criticano il fatto che sotto questa etichetta di "apolitico" si eviti soprattutto il conflitto con i gruppi di destra, mentre le loro posizioni continuano ad agire sullo sfondo. La destra, dal canto suo, cerca di usare questo argomento per impedire striscioni critici: non appena qualcuno alza un "Nazis raus" o chiari messaggi anti-AfD, si dice che ora la curva viene strumentalizzata politicamente. Negli stessi stadi nascono così immagini che mostrano perfettamente l'ambivalenza: da un lato coreografie chiaramente antirazziste, dall'altro un settore con simbologia nero-rosso-oro ed emblemi tradizionali, in cui striscioni critici appaiono raramente. È proprio questa contemporaneità a rendere la curva una zona grigia perennemente contesa.
Da TEDESCO vi spiego perché tutti ODIANO il BAYERN MONACO
Lotte di potere in curva: quando striscioni, coreografie e "diritto di parola" diventano motivo di litigio
La questione di chi "parli per la curva" allo stadio è più di un dettaglio, è il nucleo di molti scontri. Gli Ultras rivendicano questo ruolo per sé, perché organizzano l'atmosfera settimana dopo settimana, forniscono tamburi e megafoni, riempiono i settori ospiti e finanziano le coreografie. Quando durante una partita in casa pende improvvisamente un enorme striscione con scritto "Cartellino rosso all'AfD" su più file, una parte delle persone lì sotto si sente rappresentata, un'altra no. Alcuni applaudono e fanno foto, altri alzano gli occhi al cielo, altri ancora si lamentano con il servizio d'ordine.
Tali conflitti a volte degenerano visibilmente. Ci sono scene documentate in cui i tifosi cercano di strappare striscioni politici, mentre il gruppo che li ha appesi lo impedisce con tutte le forze. In altri casi, gli scontri proseguono dopo la partita nei dintorni dello stadio o al pub. Chi ha visto una volta come due gruppi nella stessa curva lottano per il diritto di alzare o vietare un determinato simbolo, capisce quanta questione di potere ci sia in quel pezzo di stoffa.
Per giornalisti e fotografi questi momenti sono motivi preziosi, ma delicati. Un'immagine in cui due angoli della curva litigano per uno striscione con "Nazis raus" racconta più sullo stato di un club di qualsiasi brochure societaria. Allo stesso tempo, ogni club vuole evitare il più possibile tali immagini, perché documentano pubblicamente ciò che internamente si preferisce trattare come "caso isolato".
Tra campagna patinata e realtà: come club e lega devono gestire le curve politicizzate
Quasi ogni club della Bundesliga ha ormai grafiche colorate con slogan contro il razzismo, l'omofobia e l'antisemitismo sui propri canali. I giocatori posano in giacche da allenamento con la scritta "Diversità", gli schermi dello stadio mostrano prima del fischio d'inizio clip montate in modo emotivo, in cui le leggende del club dicono che odio e agitazione non hanno posto. Questa messa in scena non è falsa - ma racconta solo metà della storia.
Nella pratica, i club finiscono regolarmente in situazioni in cui i propri slogan vengono messi alla prova. Se un membro prominente dell'AfD acquista un biglietto VIP e si mostra sorridente in un selfie dalla Business Lounge, il club deve decidere: reagire pubblicamente, revocare il diritto di accesso a qualcuno o fare riferimento alla separazione formale tra associazione e impegno politico privato?
Se una parte della curva si presenta con un chiaro striscione di partito, si pone la domanda se si applichi il regolamento dello stadio che vieta la "pubblicità partitica". Ci sono esempi in cui i club hanno fatto rimuovere striscioni anti-AfD o anti-nazisti facendo riferimento a questo regolamento, mentre i messaggi generici contro il razzismo sono rimasti appesi. Questa distinzione appare artificiale a molti tifosi. Dal loro punto di vista, non basta essere astrattamente contro il razzismo se il partito, che vivono come una minaccia per i loro amici, vicini o per gli stessi rifugiati, mostra contemporaneamente presenza nello stesso stadio.
Su foto e video questa discrepanza si può facilmente affiancare: sopra sul maxischermo scorre lo spot ufficiale con "Nessuno spazio per il razzismo", sotto nel settore viene rimosso uno striscione con una presa di posizione esplicita contro un determinato partito. Per la curva è il momento in cui il marketing diventa realtà - o appunto no. La Lega cerca di trovare un equilibrio con linee guida, formazioni...
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