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Il calcio è un gioco di giustizia, dove i rigori, i pareggi e le ammonizioni dovrebbero essere equi. Tuttavia, ci sono momenti in cui la giustizia calcistica viene oscurata da eventi di una categoria giuridica superiore, che aprono uno squarcio sul significato delle cose. Pensiamo alla "Mano de Dios" di Maradona, alla testata di Zidane o all'azione che ha segnato indelebilmente l'infanzia di molti tifosi di calcio: un fallo di Zvonimir Boban.

Zvonimir Boban in azione

L'Incidente del 1995: Un Fallo che Rimane nella Memoria

Siamo nei minuti finali di un Juve-Milan dell’aprile 1995. La Juventus vince 2-0. Per tutta la partita, Didier Deschamps ha tallonato Zvonimir Boban in lungo e in largo, dispensando strattoni e calcetti alle caviglie, spesso non sanzionati. Boban, a quel punto, si avvicina da dietro, non visto, e lo falcia brutalmente, senza nemmeno guardare la palla. Deschamps va giù e comincia a divincolarsi e protestare. Boban si volta e s’incammina fuori dal campo, non guardando nemmeno il cartellino rosso che l’arbitro ha estratto e gli sta sventolando alle spalle. Esce e basta.

Il Calcio che Cominciò la Guerra: L'Atto di Ribellione di Boban

Ma l'immagine per cui Zvonimir Boban è diventato immortale è un'altra. È il 13 maggio 1990 e al Maksimir Stadium di Zagabria si svolge una partita tra la Stella Rossa di Belgrado e i padroni di casa della Dinamo. Quando Boban nota che la polizia antisommossa jugoslava se la prende quasi esclusivamente con i tifosi croati, prende la rincorsa e sferra un calcio volante a un agente. Si crea un parapiglia. Viene portato via dai suoi mentre grida: “Dov’è la polizia? Dov’è cazzo è la polizia?”. Quel gesto è passato alla storia come il “calcio che cominciò la guerra” dei Balcani, un casus belli come lo sparo che uccise l’Arciduca Francesco Ferdinando.

«Gesù dice di porgere l’altra guancia se qualcuno ti colpisce», commenterà Boban, «non ha detto cosa fare se qualcuno di colpisce su entrambe le guance». Non chiede scusa e ne subisce le conseguenze: viene denunciato, sospeso per sei mesi dalla Federazione Calcio Jugoslava e di conseguenza escluso dai Mondiali di Italia 90. Solo tre anni prima, all’Estadio Nacional de Santiago, in Cile, era stato lui a portare in vantaggio la Jugoslavia nella finale del Campionato Mondiale di Calcio Under 20 contro la Germania Ovest, avventandosi su una palla vagante e sparandola al volo di destro nell’angolo basso.

Immagine simbolica della caduta del Muro di Berlino e della disintegrazione della Jugoslavia

L'Approdo al Milan e la Costruzione di una Leggenda

Nel 1991, Boban passa dalla Dinamo Zagabria al Milan per 10 miliardi di lire, su esplicita richiesta di Fabio Capello. L’anno successivo è quello del definitivo approdo in rossonero. A centrocampo ci sono ancora Albertini, Rijkaard, Donadoni e nuovi acquisti di lusso come Lentini, Eranio, Savicevic. Boban però non si fa intimidire. Con la riga in mezzo ai capelli e la maglia larga fuori dai pantaloni gioca ventidue partite e segna un delizioso gol su punizione nell’andata degli ottavi di finale di Coppa dei Campioni, contro lo Slovan Bratislava. È l’inizio di un cammino che nel decennio successivo lo porta a diventare una colonna del Milan, con cui vince una Champions League, tre Supercoppe italiane e quattro scudetti.

Segna 30 reti in nove stagioni, non moltissime per un centrocampista con tendenze offensive. Alcune però sono sopraffine, come questo doppio palleggio e sinistro nel sette contro il Lecce, questa incursione di forza nella difesa dell’Arsenal o questo gol di esterno destro in controtempo nel derby. In un’intervista recente, ricordando quel gol contro l’Inter, Boban l’ha attribuito alla capacità di “pensare molto velocemente”. Alto un metro e ottantacinque, con abilità non comuni di corsa, recupero, precisione e visione di gioco, è stato un prototipo del trequartista che miscela talento e grinta, piedi buoni e prestanza fisica, ruolo poi interpretato con maestria da Verón, Kakà, Gerrard, e declinato sul calcio di oggi da gente come Pogba e Milinkovic-Savic.

Trofei vinti dal Milan negli anni '90

La Croazia nel Cuore: Capitano di una Nazione

“Darei la mia vita per la Croazia”, racconta Boban nel documentario The Last Yugoslavian Football Team del regista bosniaco Vuk Janic, “È la ragione principale per cui vivo. La amo come amo me stesso”. Noi italiani, nati nella certezza e talvolta nello sberleffo della patria, fatichiamo a capire fino in fondo il significato di una dichiarazione del genere. Boban è capitano della Croazia che agli Europei del 1996 si ferma ai quarti di finale, battuta dalla Germania che poi sarà campione. Insieme a lui ci sono Šuker, Prosinečki, Jarni, Stanic. Lo stesso blocco va ai Mondiali francesi del 1998. Per la giovane nazione balcanica, il terzo posto fa quel che decine di costituzioni e discorsi alla nazione non sarebbero mai riusciti ad ottenere: consolidare lo spirito di un popolo.

Oltre il Campo: L'Eroe Ritorna

Quando l’anno dopo, la nazionale va a giocare a Belgrado contro la Serbia e Montenegro, l’inno nazionale cantato dai giocatori croati viene ricoperto di fischi. «Glielo restituiremo a Zagabria», promette Boban, ma la diatriba è già stanca. Alla fine della stagione successiva, Boban si prende un’ovazione a San Siro mentre fa un giro di campo vestito da turista. Va in prestito al Celta Vigo, dove gioca poche partite prima di ritirarsi definitivamente.

Nell’epilogo del romanzo Zorro di Isabel Allende - una sorta di prequel biografico a tutto quello che la letteratura e il cinema abbiano mai prodotto sul personaggio - l’eroe mascherato torna in California dopo anni di addestramento e peripezie in Spagna. Dopo aver smesso di giocare, anche Boban ha fatto tutto quello che si addice a un ricco calciatore in pensione: ha aperto un ristorante di cucina italiana nel centro di Zagabria, ha giocato a tennis con l’amico Goran Ivanisevic, e ha cresciuto quattro figli adottivi e uno biologico con la moglie Leonarda. Si è anche laureato in Storia presso l’Università di Zagabria, con una tesi dal titolo: “La cristianità nell’Impero Romano”.

ZVONIMIR BOBAN | LA CARRIERA DELLA LEGGENDA

Questa saggezza socratica però non deve trarre in inganno. Chi una volta è stato Zorro, non può semplicemente togliersi la maschera e diventare un borghese qualsiasi. Così Boban è tornato presto a mettere ordine, vendicare torti, anche se fuori dal rettangolo di gioco. Ha cominciato a scrivere e fare il commentatore televisivo in Croazia e in Italia, dispensando critiche e zittendo gli interlocutori in modo composto ma lapidario, senza risparmiare nessuno, come in questo collegamento in cui chiude una discussione con Conte dicendo: «Non hai ragione. Alla cerimonia di consegna del Pallone d’Oro 2018 era vicepresidente della FIFA e si è commosso ascoltando Modric che lo ringraziava in croato. Il resto è storia recente: il ritorno al Milan, il sodalizio con Maldini, i dissidi con la proprietà riguardo agli accordi sottobanco con Rangnick, il licenziamento, la causa intentata contro la società. L’intervista di marzo 2020 in cui ha sparato a zero su Gazidis, conoscendo perfettamente la punizione che lo aspettava, è stato un gesto estremo ma in fondo assolutamente coerente con la sua storia. E il fatto che l’allenatore tedesco non sia mai arrivato sulla panchina rossonera non fa che amplificarne il significato. È una questione di principio. Chi non lo capisce, non conosce Zorro.

Il Baluardo Croato e la Generazione d'Oro

Quando nella lista dei presenti alla propria partita d’addio ci sono personaggi del calibro di George Weah, Jean-Pierre Papin, Marco van Basten, Ruud Gullit, Leonardo e Franco Baresi, capisci subito che hai fatto qualcosa di importante nella propria carriera. Questi sono soltanto alcuni degli illustri nomi che non hanno voluto mancare all’addio al calcio giocato di Zvonimir Boban, dopo una brillante carriera in cui ha collezionato 51 presenze con la maglia della Croazia, quattro scudetti e una UEFA Champions League con l’AC Milan.

Boban ha avuto anche l’onore di far parte, anche se nella fase finale, del Milan stellare che resterà indelebile nella memoria dei puristi del 'calcio totale', quando ha dominato sulla scena europea tra il 1988 e il 1993.

Le Dichiarazioni di Boban sul Milan e il Calcio Moderno

Ma Boban, oggi 36enne, è convinto che l’attuale gruppo del Milan avrebbe dato del filo da torcere a quella squadra fantastica. "Quello attuale è uno dei migliori Milan di sempre", ha spiegato l’ex capitano della Croazia, parlando a uefa.com a Nizza, dove era presente in qualità di rappresentante degli ex calciatori per discutere possibili modifiche regolamentari con il Comitato arbitrale UEFA.

"Credo che il Milan imporrà la sua superiorità sul Manchester United [FC] nella doppia sfida - ha dichiarato Boban a poche ore dall’ottavo di finale -. Il Milan è fortissimo in difesa, dispone di diversi centrocampisti di qualità e vanta uno dei migliori attacchi al mondo. Sarebbe da pazzi scommettere contro una squadra che comprende Paolo Maldini, Kaká e Andriy Shevchenko. L’ossatura della squadra è formidabile, e il mio pronostico è che batterà il Manchester".

L’ex pilastro del centrocampo croato, che ha finora resistito all’opportunità di passare dietro una scrivania da dirigente, ha poi rimarcato anche i successi rossoneri degli ultimi anni. "Per qualche strano motivo, gli osservatori non italiani sembrano trascurare le possibilità di successo del Milan. Dimenticano quello che ha fatto negli ultimi anni. Preferiscono invece guardare ai numeri della difesa o ricordare il grande Milan dei primi anni novanta; lo trovo quantomeno strano".

"Due anni fa ha vinto la Champions League e lo scorso anno ci è voluto un risultato irripetibile contro il [RC] Deportivo La Coruña per uscire dal torneo. Se poi aggiungiamo che lo scorso anno ha vinto il 17esimo scudetto e quest’anno sembra ben avviato verso il 18esimo, e che Shevchenko ha vinto il Pallone d’Oro, allora si comprende la forza di questa squadra".

Il Milan conserva certamente un bellissimo ricordo dell’Old Trafford. L’ultima volta che l’ha visitato ha conquistato la Champions League nel 2002/03, battendo in finale la Juventus ai calci di rigore. Boban ritiene ci sia un solo giocatore in grado di fermare la marcia dei rossoneri. "L’unico in grado di arrestare il cammino del Milan è Ruud van Nistelrooij. Le possibilità di successo del Manchester sono legate a lui. I suoi numeri in Europa sono strabilianti”.

"Credo che il Manchester faticherà a contenere Kaká ed è fortunato che non ci sia Shevchenko - ha aggiunto Boban -, perchè l'ucraino non sbaglia un colpo, è un cecchino infallibile, e marcare Kaká è quasi un’impresa. Qualcuno lo ha paragonato a me, ma credo che sia ingeneroso nei suoi confronti. È un finalizzatore di gran lunga superiore a quello che sono stato io, e gli inglesi avranno il loro bel da fare per fermarlo".

Palmarès e Momenti Iconici

Dopo il praticantato a Bari, il centrocampista croato approda al Milan e, con Capello in panchina, vince quasi tutto quello che c’è da vincere. Dopo la scorpacciata di Atene contro il Barcellona di Cruijff, deve inchinarsi al giovane ma fortissimo Ajax di Van Gaal.

Due stagioni dopo il suo Pallone d’Oro, il passaggio da Trapattoni a Lippi ed un Del Piero in rampa di lancio limitano la stagione del fuoriclasse di Caldogno, che comunque conta quattordici gol in ventinove presenze totali.

Primo giocatore di colore nonché capitano dei teutonici, il prolifico attaccante ghanese conduce la sua squadra fino ai quarti di Coppa UEFA.

Reduce dalla cocente delusione del Mondiale USA, il totem difensivo dei rossoneri vive un’altra stagione ricca di trofei, arricchendo la sua incredibile bacheca di altre due Supercoppe, una italiana ed una europea. Eterno, inossidabile.

Con i Lancieri di Amsterdam, guidati da Luis Van Gaal, l’ala nigeriana semplicemente vince ogni torneo a cui partecipa.

Zvonimir Boban con la maglia del Milan

Messo anch’io di fronte a questo giano bifronte, tra repulsione e trasporto, sono attraversato dalla rievocazione di tre immagini divenute iconiche, tre momenti in cui tre grandi giocatori hanno, per così dire, rotto gli schemi, finendo al centro dell’attenzione non per meriti sportivi quanto per demeriti comportamentali. Prima di essere uno dei leader del Milan supervincente degli anni ’90 e della nazionale croata, Zvonimir Boban è stato il giovanissimo capitano della Dinamo Zagabria, squadra con cui ha partecipato alle ultime edizioni del campionato jugoslavo prima dello scoppio della Guerra dei Balcani.

Una ginocchiata volante scagliata con la grazia di un ballerino e l’orgoglio di chi si sentiva in dovere di difendere una nazione intera dai soprusi del regime.

Se c’è un giocatore che ha fatto della sua esuberanza e della sua strafottenza un marchio di fabbrica quello è proprio Éric Cantona. Della stessa generazione di Boban, figlio di madre catalana e di padre di origini sarde, Cantona è nato e cresciuto a Marsiglia. Ma con la squadra della sua città, l’Olympique, ha potuto giocare solo un campionato e mezzo: nonostante il suo evidente talento, i dirigenti non ne hanno sopportato le tante irrequietezze disciplinari (tra allenatori mandati a quel paese e risse con i compagni), spedendolo in prestito in altre squadre. Dopo una stagione con il Leeds United, con cui vinse il campionato, Cantona si trasferì al Manchester United, squadra che lo consacrò nella leggenda. Rincorsa, calcio volante e pugno in faccia ai danni di un tifoso del Crystal Palace, reo di averlo offeso. Ho detto in passato che avrei dovuto colpirlo in modo più forte […]. Non posso pentirmene. Una bellissima sensazione. E forse, in fondo, anche un atto di giustizia verso tutti quegli spettatori il cui massimo godimento consiste nell’offendere i calciatori in campo, compresi quelli della propria squadra.

Figlio di genitori algerini e cresciuto a Marsiglia come Cantona, Zinédine Zidane è stato forse il più elegante calciatore ad aver calcato un campo di calcio. Tra i suoi scatti di nervi più celebri vi fu la testata rifilata a un difensore dell’Amburgo nel 2000 punita dalla UEFA con una squalifica di cinque giornate. Si poteva scegliere un modo più memorabile per chiudere una carriera straordinaria? Tra il bullo difensore italiano, figlio d’arte e di note simpatie destrorse, e il fuoriclasse che danzava sul pallone e che, anche dopo aver vinto tutto, non ha mai perso la rabbia di chi ha imparato a giocare a calcio in uno dei quartieri più poveri di Marsiglia… beh, non mi è mai sembrato difficile scegliere. Come ha scritto Jay McInerney, «C’è una specie di nobiltà, nell’andare al patibolo tutto solo»: Zidane è uscito di scena condannandosi alla reprimenda pubblica, eppure con quella reazione violenta si è mostrato in tutta la sua nobile fragilità.

Zvonimir Boban in nazionale con la Croazia

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