Ci siamo mai fermati a pensare quanto il nostro destino sia davvero nelle nostre nostre mani? Viviamo le nostre vite con l’idea che il libero arbitrio ci permette di scegliere e plasmare il nostro futuro, ma spesso ci troviamo di fronte a situazioni che sembrano già decise, come se un copione invisibile guidasse i nostri passi. Ma cosa significa davvero questa affermazione? Possiamo davvero dire che il destino è immutabile?
L'espressione Homo faber fortunae suae ormai compare spesso sui giornali e sui media, e la si può ritrovare in manuali scolastici e universitari, per questo cerchiamo di scoprire il suo significato e chi l’ha detta, ripresa e utilizzata. Da questa espressione latina originano precetti etici e atteggiamenti pratici che hanno contrassegnato intere epoche storiche e, ancora oggi, in sociologia, quando parla di homo faber si allude a uno specifico modo di porsi nei confronti della vita e dell’ambiente circostante. Homo faber fortunae suae è, però, anche un motto che è profondamente penetrato nel linguaggio comune, al punto da diventare una frase buona per un tatuaggio, per questo è importante comprendere anche quale ruolo può giocare per ciascuno di noi, nella vita di tutti i giorni.
Il nostro modo di dire - e relative varianti, come homo faber est suae quisque fortunae o homo faber ipsius fortunae - se letteralmente tradotto significa: l’uomo è artefice della sua fortuna. Partiamo da un piccolo rilievo etimologico: la parola fortuna in latino non ha lo stesso significato della lingua italiana, la fortuna per gli antichi è la sorte, buona o cattiva che sia. Se riflettiamo sulla civiltà romana non è difficile ricordare come i latini, a differenza dei greci, fossero un popolo molto più pragmatico: scaltri guerrieri, esperti architetti, brillanti ingegneri, fini giuristi ma filosofi scadenti e artisti banali, capaci tutt’al più di replicare le argomentazioni dei greci o di imitare la perfezione plastica che distingueva le loro sculture. Forse è proprio da questo pragmatismo che deriva l’idea che sta alla base del motto homo faber fortunae suae: la capacità tutta umana di incidere su quel destino che ha contrassegnato tutta la cultura classica.
Il destino o Fato, era una speciale divinità che, in un certo qual modo superava anche gli stessi dei dell’Olimpo, grazie alle Parche determinava il corso dell’esistenza dei mortali che, come ci ricordano le tragedie di Eschilo e di Sofocle, non potevano sottrarsi dal realizzare, con le loro azioni, un copione già scritto. Come insegna anche il mito di Prometeo, l’uomo, oltre a contemplare il mondo, sembra avere da sempre la speciale capacità di mutare la realtà circostante, per migliorare le sue condizioni e sfuggire alla miseria.
La sociologia e l’antropologia, quando parlano di homo faber, in contrapposizione all’homo sapiens o religiosus, sottolineano proprio questo aspetto: accanto a un atteggiamento contemplativo, che porta l’uomo a interrogarsi e, quindi, a un sapere scientifico e speculativo astratto, che poco ha a che spartire col mondo, è connaturato all’essere umano anche un atteggiamento pratico, finalizzato all’azione, che lo rende protagonista nello scenario circostante e lo porta a modificare e finanche a controllare la natura per trarne vantaggio.
Un autore come Richard Sennett, nel bel libro L’uomo artigiano, che si ricollega facilmente al nostro modo di dire, ha osservato che nel nostro tempo, almeno in alcuni settori, è tornata in auge la tendenza, tutta umana, a ricercare una personale soddisfazione in ciò che si fa. È il gusto del buon lavoro fatto ad arte, il desiderio di fondere intelletto, conoscenze e abilità manuale in opere e manufatti che nulla hanno a che vedere con la mediocrità del lavoro fatto tanto per fare.
Al di là della sociologia, però, il proverbio latino homo faber fortunae suae ha una valenza anche individuale. Può trattarsi di una frase che utilizziamo per motivarci e per non trovare scusanti: è il motto di chi è consapevole che l’esito di tutto quello che facciamo dipende, se non in tutto e per tutto almeno in gran parte, da noi e che a poco o a nulla serve prendersela con gli altri o scaricare colpe o responsabilità su chi sta intorno a noi.
Sallustio, dunque, assegna la paternità della frase a Appio Claudio Cieco che l’avrebbe pronunciata, per primo, nelle sue Sententiae. L’attribuzione della frase è, comunque, incerta: non c’è alcuna sicurezza né sul fatto che il motto sia stato coniato dal console romano di cui ci parla Sallustio, né sul fatto che l’epistola in cui viene menzionata sia stata veramente scritta dallo storico romano (tant’è vero che spesso le due lettere figurano tra le opere dello Pseudo Sallustio).
Se volessimo ricercare la paternità del concetto sotteso al nostro modo di dire dovremmo però risalire ancor più indietro: già nel mito di Er, descritto da Platone nella Repubblica, quando si parla della reincarnazione delle anime dopo la morte, il filosofo fa notare che sono le anime stesse a scegliere il loro destino, ovvero il corso della vita successiva, contraddicendo almeno in parte gli insegnamenti del mito ma anche le precedenti dottrine pitagoriche sulla metempsicosi.
Il motto homo faber fortunae suae ha avuto, poi, una storia lunga e gloriosa che l’ha fatto tornare in auge in molte epoche successive. Il Rinascimento, con il suo desiderio di recuperare testi e concetti e del mondo classico, valorizza questo insegnamento per criticare la vita contemplativa dell’uomo medievale, tutta concentrata sul ruolo del divino e della provvidenza. Per Leon Battista Alberti, che fu un grande estimatore del motto homo faber (alcuni gliene attribuiscono addirittura la paternità) e nei suoi scritti sottolineò l’importanza della virtù, ovvero dell’abilità umana, contro la fortuna, la nostra massima riassume tutto lo spirito umanistico e rinascimentale.
Per come lo intendeva Alberti, architetto e scultore che realizzò la facciata di Santa Maria Novella a Firenze, oltre che scrittore e pensatore, l’attributo faber allude al fatto che la conoscenza della natura non è un vezzo o una distrazione ma un elemento fondamentale per raggiungere il successo mondano. Ma tutti gli uomini del nostro Rinascimento tennero in grande considerazione l’idea che l’uomo è faber fortunae suae: Coluccio Salutati esalta l’impegno politico e si impegna in prima persona come cancelliere della Repubblica Fiorentina, Pico della Mirandola attribuisce all’uomo la capacità di diventare simile a Dio e di dominare la natura con il proprio intelletto, Giordano Bruno, altro grande estimatore del nostro motto, esalta la vita attiva e il lavoro come elementi irrinunciabili della natura umana.
Per esempio il fatto di nascere in una certa famiglia, di avere certi genitori, la razza cui apparteniamo, il colore della pelle, la lingua che parliamo, la religione in cui siamo nati quindi tutte queste cose fanno parte del fato. Quando parliamo invece di destino stiamo parlando di qualcosa di diverso, più flessibile. Questo è il libero arbitrio. Libero arbitrio è come io decido di reagire a ciò che mi ritrovo nella vita, sapendo che sto viaggiando in una direzione che è il mio destino, che non posso modificare la particolarità energetica ma che posso modificare la mia modalità di reagire agli eventi, alle situazioni che mi trovo di fronte.
Significa che io l’ho creato insieme all’universo. Noi siamo inseriti in una mente universale che chiamiamo Dio, che è molto più intelligente di noi. Noi prima di nascere conoscevamo qual era ma nel momento in cui siamo nati abbiamo perso la memoria delle vite passate, di tutto ciò che c’è nella memoria della nostra anima che non possiamo assolutamente conoscere perché in questa vita non ci serve tutto. La maggior parte l’abbiamo memorizzata nell’inconscio, ed è insondabile. Quindi è molto importante capire per tempo di che cosa si tratta, le prove poi sono tutte prove che ci portano verso la consapevolezza, da vivere attraverso l’aumento di amore, quindi imparare ad amare è il primo destino uguale a tutti, anche se poi viene suddiviso perché siamo tutti diversi, abbiamo tutti dei destini diversi.
Tutto quello che compone veramente l’universo al 96 per cento è qualcosa che noi non riusciamo a vedere e però esiste. È importante quindi utilizzare la legge di attrazione, è qui che si inserisce la legge di attrazione e rispondo a una domanda: “Si dice che con la legge di attrazione possiamo ottenere ciò che vogliamo, però deve essere anche giusto per noi ottenerlo. La mia anima sa se sono nel pieno flusso del destino o se sto cercando di fare resistenza.
Adesso entriamo nella distinzione tornando al nostro destino per farvi capire che praticamente che cos’è il destino. Voglio provare a farvi capire che c’è qualcuno che ha il destino di lavorare sulla ferita da ingiustizia e sono le persone che hanno la direzione Ariete-Bilancia o Bilancia-Ariete. Avere il destino dell’ingiustizia vuol dire che nella vita la maggior parte delle prove saranno vissute per metterci di fronte all’ingiustizia facendocela subire o dare.

L’ombra è quella parte di noi, quell’energia che noi crediamo di non possedere o che ci dà molto fastidio e che quindi rifiutiamo, ci allontaniamo, ci fa paura, ci sembra lontana. Finché continuiamo a rifiutare questo percorso noi non possiamo raggiungere il nostro destino nel senso che lo raggiungeremo magari lo stesso ma non lo raggiungiamo nella maniera più luminosa possibile perché lo abbiamo rifiutato. Per essere luce bianca dobbiamo avere tutti i colori dell’arcobaleno per cui non possiamo rifiutare un colore perché vuol dire che non saremo luce bianca.
Se noi invece di rifiutarla, respingerla, nasconderla impariamo a conoscerla, amarla, accettarla e quindi a trasformarla da lato negativo a lato positivo, a integrare quelle qualità in noi, andiamo come una freccia nella direzione del nostro destino e lo faremo con gioia. È importante per ciascuno di noi quando usiamo la legge di attrazione conoscere qual è la ferita sulla quale noi stiamo lavorando sostanzialmente nella nostra vita.
Libero arbitrio o destino? Ci troviamo spesso a chiederci se le nostre scelte siano davvero nostre o se, in qualche modo, siano già scritte in un copione più grande. Alcuni eventi della nostra vita sembrano accadere con una precisione quasi misteriosa, mentre altri sembrano essere il risultato diretto delle nostre decisioni. Il concetto di libero arbitrio suggerisce che siamo padroni delle nostre decisioni e che il nostro futuro dipende interamente da noi. Ma allora, perché certe situazioni sembrano ripetersi ciclicamente? Dall’altra parte, l’idea del destino sostiene che alcune cose siano già determinate: gli incontri significativi, le sfide della nostra esistenza, le opportunità che ci vengono offerte.
Se il destino esiste, significa che non possiamo cambiare nulla? Forse la verità si trova nel mezzo. Forse esistono tendenze già tracciate, ma abbiamo la possibilità di modificarle attraverso la consapevolezza. Se esistesse un destino prestabilito, ogni nostra decisione sarebbe irrilevante. Eppure, le nostre azioni e il nostro atteggiamento influenzano chiaramente gli eventi che viviamo. Pensiamo a una strada: alcune curve e salite potrebbero essere inevitabili, ma la velocità con cui le percorriamo e il modo in cui affrontiamo gli ostacoli sono nelle nostre mani.

Molti credono che la chiave per conciliare destino e libero arbitrio sia la consapevolezza. Scopri come trasformare il tuo destino attraverso la consapevolezza e il potere delle tue scelte.
Una parte importante del nostro destino è influenzata da chi siamo: il nostro carattere, la nostra personalità, le nostre inclinazioni naturali. Il modo in cui reagiamo agli eventi, le scelte che facciamo e persino i nostri errori dipendono da ciò che siamo nel profondo. Certamente, il libero arbitro gioca un ruolo. Le decisioni che prendiamo fanno la differenza e possono modificare il corso degli eventi. Tuttavia, non possiamo ignorare che molte delle nostre scelte sono influenzate da fattori esterni: l’ambiente in cui cresciamo, le opportunità che ci vengono offerte, le persone che incontriamo lungo il cammino. A volte, anche quando siamo con tutte le nostre forze di cambiare direzione, sembra che il “discorso” sia già scritto.
La verità sta probabilmente nel mezzo. Il destino non è un’entità immutabile, ma neanche un foglio bianco su cui possiamo scrivere tutto ciò che vogliamo. Forse, accettare questa realtà può aiutarci a vivere con maggiore serenità. In sintesi, il destino può essere visto non come una prigione, ma come una guida. È una mappa tracciata su grandi linee, che lascia comunque spazio per piccoli ma significativi cambiamenti. Non possiamo sempre scegliere dove finiremo, ma possiamo scegliere come affrontare il viaggio.
Che il destino sia scritto o meno, la nostra vita è unica e irripetibile. C’è dunque un destino da fronteggiare e c’è una partita da fare: su questo non c’è dubbio alcuno e lo hanno testimoniato i maestri di ogni tempo... ma d’altronde basta il semplice buon senso nell’osservare che ogni persona inizia il suo cammino da un punto diverso e dunque per forza, in un universo che funziona secondo leggi precise e infallibili, essa giungerà da energie-esperienze differenti e avrà da effettuare un cammino differente. Questa è semplice logica, semplice buon senso, intelligenza di base: sappiamo che nell’universo vi sono determinate leggi, che muovono le galassie, le stelle, i pianeti, l’aria, l’acqua, il fuoco e la terra... Banalmente, ogni cosa è governata da leggi ben precise: l’unica differenza per quel che riguarda l’uomo è se egli le conosce o mano.
All’inizio della nostra vita ci vengono date delle carte, dunque, e quelle carte costituiscono il nostro destino: la nostra fisicità, la nostra emozionalità, il nostro intelletto, le nostre caratteristiche specifiche, i nostri talenti, i nostri desideri. Da ciò ne deriva che ancora più importante delle carte che si sono ricevute è il sapere come utilizzarle: per questo ogni sentiero esistenziale ha sempre sottolineato l’importanza del sapere, del conoscere la Verità. Senza tale sapere, non si va da nessuna parte... o, perlomeno, si va molto meno lontano di quanto si potrebbe, e in modo certamente più penoso, da cui le molte migliaia di incarnazioni che solitamente servono alla singola anima per tornare alla Casa del Padre, quando teoricamente ne basterebbe solo una, come hanno ugualmente sempre sottolineato i maestri.
Viviamo in una società di illusioni e di menzogne, in cui quel che ci viene detto e quel che ci viene mostrato non è quasi mai la verità. Fin da piccoli veniamo dis-educati con una frotta di bugie, illusioni e omissioni, affinché comprendiamo il meno possibile del mondo in cui viviamo: a somministrarci tali falsità sono sia persone consapevoli di quel che stanno dicendo, e che dirigono il teatrino da dietro le quinte, ma soprattutto persone inconsapevoli del fatto che quel che dicono è falso. Persino i nostri genitori e coloro che ci vogliono genuinamente bene contribuiscono a tale inganno, pur senza farlo apposta: sono stati a loro volta ingannati e reiterano il meccanismo. Occorre dunque non puntare il dito sulle persone, inconsapevoli, le quali non sanno quello che fanno, ma su quanto le circonda, e comprenderlo. Il sistema è invisibile e opera in modo invisibile, pur se efficientissimo, ma in definitiva il sistema siamo noi come somma delle coscienze individuali: tale è la coscienza collettiva. Colui che ha iniziato questo lavoro di disvelamento, colui che si è avventurato nella tela degli inganni allo scopo di farla cadere, colui che ha avviato il lavoro di illuminazione interiore, man mano riesce ad identificare le menzogne della realtà esteriore, e così a rendere vana l’arte dell’inganno.
Destino o Libero Arbitrio ??
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